martedì 4 aprile 2017

Opera di Roma. IL FATTO QUOTIDIANO getta ombre sul cosiddetto 'miracolo Fuortes'

Teatro dell’Opera di Roma. 47 milioni di debiti, più costi che incassi, un esercito di impiegati: ombre sulla gestione Fuortes


Le due relazioni semestrali firmate da Gianluca Sole, commissario straordinario del governo per le Fondazioni lirico-sinfoniche - una prodotta nell’ottobre 2016 e l’altra pubblicata nel febbraio 2017 - portano alla luce le difficoltà dell'ente, lontano dal risanamento nonostante il lavoro del sovrintendente ex ad dell'Auditorium e i 25 milioni garantiti dalla Legge Bray. Lui: "Situazione sotto controllo"




Il costo degli spettacoli è superiore agli incassi, i debiti sono aumentati e lo stentato pareggio d’esercizio non basta a segnare l’inversione di rotta auspicata. Il Teatro dell’Opera di Roma è alla canna del gas e a non molto sono serviti i 25 milioni di euro di fondi pubblici erogati nel 2013 in virtù della cosiddetta Legge Bray. “Allo stato dei fatti e delle norme in vigore, nel 2018 la liquidazione è quasi una certezza”, spiegano con grande preoccupazione fonti molto autorevoli del Ministero Beni Culturali, quasi ad invocare un nuovo intervento governativo. In tutto questo, gli uffici del Costanzi – questo il nome del teatro lirico capitolino – è invaso da quasi 100 impiegati amministrativi (di cui la maggior parte quadri e funzionari), un’enormità se si considera che gli artisti (musicisti, coro e ballerini) non arrivano a 300 e gli operai reali sono meno di 150. Insomma, il malato è grave e non dà cenni tangibili di miglioramento, nonostante nel 2013 sia arrivato al suo capezzale il sovrintendente Carlo Fuortes, chiamato dall’ex sindaco Ignazio Marino dopo l’esperienza al Petruzzelli di Bari. Un manager considerato un “vate” negli ambienti Dem, a cui però il “miracolo” non sembra del tutto riuscito. “Ma la situazione economica è sotto controllo, i fornitori vengono pagati e se non fosse stato per le sentenze dei giudici avremmo anche ottimizzato il personale; sono sicuro che le istituzioni non vorranno gettare via il lavoro fatto”, replica a IlFattoQuotidiano.it il numero uno di Piazza Beniamino Gigli. Il tutto, mentre la Corte dei Conti potrebbe presto interessarsi alla vicenda dopo gli esposti presentati da associazioni di professionisti e partiti politici.
LA GESTIONE OPERATIVA. I documenti ufficiali su cui basare l’analisi sono il bilancio consuntivo 2015 (il 2016 non è stato ancora approvato) e il previsionale 2017, ma soprattutto le due relazioni semestrali firmate da Gianluca Sole, commissario straordinario del governo per le Fondazioni lirico-sinfoniche, una prodotta nell’ottobre 2016 e l’altra pubblicata nel febbraio 2017. Basta osservare i grafici contenuti nella prima relazione di Sole per capire che qualcosa non va. Il Teatro dell’Opera fa registrare nel primo semestre 2016 un margine di produzione negativo pari a -1,63% e un margine di produzione per alzata (quindi a spettacolo) addirittura del -15,64%. Ciò significa che in media, per ogni replica di ogni spettacolo in calendario, si spende più di ciò che si incassa, ed è un trend che risulta deleterio, anche perché peggio di Roma fa solo il Maggio di Firenze.
Questi dati sono ben peggiori di quelli relativi al 2015, anche se va detto che potrebbero incidere positivamente gli eventuali incassi della stagione estiva “pop” alle Terme di Caracalla, così come si può leggere nel previsionale. “Esaminando le dinamiche commerciali – approfondisce la relazione di Sole – si rileva che a fronte di un aumento degli spettatori (+15,13%) e a un aumento dei ricavi da biglietteria per alzata (+22,02%), sono diminuiti sensibilmente i ricavi unitari per spettatore (-12,77%)”. Una lettura “pessimistica” a cui Fuortes replica: “Produciamo cultura, non saponette – spiega – è molto difficile in questo campo far registrare degli utili. Abbiamo un margine Ebtda positivo, siamo i migliori dopo Napoli, ed è quello che va osservato”. Sebbene lo stesso Sole, a commento del grafico Ebtda, commenti: “I modesti utili registrati sono insufficienti a valutare positivamente il percorso intrapreso. Percorso che non ha ancora l’intensità necessaria a produrre dinamiche di effettivo riequilibrio finanziario e patrimoniale”.



I DEBITI NON CALANO. Ma quello che più colpisce riguarda la vicenda dei debiti, che nel 2015 sono schizzati a quota 54 milioni – nonostante una delle condizioni per l’accesso ai fondi governativi fosse l’obbligo di non ricorrere a nuovo indebitamento (art. 11 – Legge 112/2013) pur facendo registrare una lieve flessione nel 2016. Ecco cosa scriveva nell’ottobre scorso il Commissario Sole: “L’incremento dello stock debitorio della Fondazione segna obiettivamente un rallentamento nella dinamica di risanamento”.
Nel primo semestre 2016, invece, c’e’ stata “una contrazione del 4%”, che ha portato l’importo dei debiti a quota 47,6 milioni di euro. Rimane però la situazione critica: “Resta inteso – si legge nella relazione di febbraio – che tale contrazione, attesa la complessiva dimensione dell’indebitamento della Fondazione, davvero ingente, non può certo considerarsi sufficiente a ritenere pienamente in corso l’auspicata dinamica di risanamento e di riequilibrio della struttura finanziaria; livello di indebitamento che, alla luce dell’esigua dotazione patrimoniale, si profila come una fortissima criticità da gestire nell’immediato”.
Va considerato che i 25 milioni della Legge Bray furono versati appositamente per contribuire alla ristrutturazione del debito, che negli anni precedenti aveva raggiunto quota 38 milioni di euro. “Ma quei soldi del ministero – replica ancora Fuortes – non sono a fondo perduto, ma sono serviti a ristrutturare il debito, quindi a spalmarlo nel tempo e garantire il cash-flow”.
PATRIMONIO AL MINIMO. Sole parla (nel capitolo generale) di una “pesante posizione finanziaria e debole dotazione patrimoniale”, condizione che vede “alcune fondazioni gravate da debiti ingenti e non ristrutturabili in mancanza di una adeguata “ri-patrimonializzazione” che implichi una chiara assunzione di responsabilità da parte dei Soci delle fondazioni e dei loro più rilevanti stakeholder territoriali”. Ora, come rilevato anche dal Collegio dei Revisori dei Conti nella relazione allegata al Bilancio 2015, il Teatro dell’Opera di Roma ha ottenuto nel 2016 ben 9,6 milioni di euro di contributi da enti pubblici e appena 1,24 milioni da sponsorizzazioni private, nonostante lo sbandierato piano di “mecenatismo” che pare non aver mai preso realmente il volo.
Ad oggi, a fronte di uno stock debitorio di 47,6 milioni di euro, il patrimonio netto e’ di appena 5,88 milioni di euro, il 10,7% in meno rispetto al piano di risanamento su carta, considerando per giunta che nel previsionale 2017 sono contemplati ammortamenti per importi di oltre 3 milioni di euro, storicamente non riscontrati. “Pur in presenza di un incremento dell’auto-finanziamento – scrivono i revisori dei conti – il presupposto di continuità aziendale resta ancora fortemente dipendente dal livello della contribuzione pubblica”. Tra l’altro, nella sua relazione il Collegio specifica che il documento fu inviato in ritardo ma che il Sovrintendente aveva “sollevate dalle responsabilità” gli stessi revisori.
PERSONALE: INDENNITÀ E DIRETTORI ARTISTICI. Alla luce di tutti questi numeri, la domanda sorge spontanea: com’e’ possibile che, pur dinnanzi a un aumento di pubblico, non si riesca a rientrare dei costi delle alzate di sipario? La lirica non è la musica pop, verrebbe da dire, ha bisogno di artisti e orchestrali tutti preparatissimi, nonché di scenografie e costumi molto complessi. Per quanto “nobilitato” dall’Accademia di Svezia, ad esempio, organizzare l’esibizione di Bob Dylan con chitarra e armonica non richiederà mai l’impegno logistico dell’Aida di Verdi o della Maria Stuarda di Donizetti.
Nonostante questo, resta un dato decisamente fuori misura quello certificato dal Collegio dei Revisori che quantifica il costo del personale nel 67% delle voci di costo totali. Un’enormità, tenendo presente che nel bilancio pre-consuntivo 2016 le uscite per i dipendenti sono state pari a 33.521.295 euro e per l’anno 2017 si prevede che questa somma possa salire oltre 34,7 milioni, dunque oltre 1 milione di euro in più. Come mai? Nel 2014, Carlo Fuortes individuò il problema in alcuni benefit assegnati ai musicisti. Il taglio delle indennità sinfoniche – seguito a un’intera stagione di scioperi e mobilitazioni – produsse un risparmio di appena 120.000 euro, che in pratica venne reinvestito nell’assunzione di ben due direttori artistici (unico caso in Italia), Alessio Vlad e Giorgio Battistelli.
PERSONALE: L’ESERCITO DEGLI IMPIEGATI. A ben vedere, il problema sembra essere la composizione del comparto amministrativo. Secondo una fotografia scattata al 31 dicembre 2016, gli impiegati sono ben 99 (compresi 3 dirigenti) su un totale di 606 persone, a cui vanno aggiunti collaboratori e “rapporti professionali”: da considerare che gli orchestrali sono 102, i coristi 86 e i ballerini 74. Ma è l’inquadramento che fa la differenza.
A leggere una tabella redatta dal sindacato Fials e allegata a un esposto alla Corte dei Conti presentato nel 2014, “tra il primo e il secondo livello (ruoli direzionali) è concentrato ben il 75% del personale amministrativo e tecnico. Nei livelli superiori, riservati ai ruoli apicali di maggiore rilievo, abbiamo 29 quadri per un peso percentuale di ben il 7% della dotazione complessiva”. Insomma un sesto dei lavoratori sta dietro una scrivania, percependo però – a quanto risulta da un’altra tabella sul personale – anche la cosiddetta “indennità per gli spettacoli all’aperto” che spetta ad artisti e tecnici, mentre la gestione delle buste paga, ad esempio, viene affidata a una società esterna.
E il trend, come abbiamo visto, non accenna ad invertirsi. “Purtroppo le sentenze della Corte Costituzionale e dei giudici del lavoro ci hanno costretto addirittura ad effettuare assunzioni in questi anni – spiega il sovrintendente Fuortes – il costo del personale è ancora molto alto, ma abbiamo le mani legate”. Si mantengono alte anche le spese legali (consulenze esterne), che per il pre-consuntivo 2017 sono previste in poco meno di 400.000 euro, nonostante la possibilità di avvalersi dell’Avvocatura dello Stato.
L’ESPOSTO DELL’ACF. Intanto, è notizia di pochi giorni fa che la Procura regionale della Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta su un esposto presentato dall’Acf, Analisi Fondi Pubblici, proprio sull’erogazione dei soldi al Teatro Costanzi da parte del Comune di Roma. Secondo l’esposto, di cui da’ notizia il quotidiano Il Tempo, “il monitoraggio e l’analisi eseguite dall’Acf indicano un buco di bilancio pari a 40 milioni di euro” mentre “ i cittadini romani avrebbero subito un danno erariale di ben 130 milioni di euro”. Secondo l’organismo, “il Campidoglio eroga ogni anno somme che sono pari a 60 volte quelle destinate dall’Arena di Verona e 3 volte quanto sovvenzionato dal Comune di Milano per la Scala (secondo brand italiano dopo la Ferrari, ndr)”. “Dal 2008 – si legge nella denuncia presentata ai magistrati contabili – a prescindere dalle più elementari verifiche di congruità, la nuova amministrazione stanzia pretestuosamente per l’ente sconsiderati sovvenzionamenti fino a 21 milioni di euro che provocano nel tempo devastanti ripercussioni gestionali”. Anche qui replica Fuortes: “Abbiamo permesso al Comune di Roma di abbassare il suo contributo da 22 milioni a 17 milioni di euro, consentendo un risparmio notevole ai cittadini della Capitale”.
MUSIC FOR MERCY” E LA DENUNCIA DI FRATELLI D’ITALIA. C’e’ un episodio, invece, che nei mesi scorsi ha attirato l’attenzione delle forze politiche in Campidoglio. Risale al giugno 2016, quando si è svolto presso il Foro Romano l’evento Music For Mercy, previsto all’interno del calendario per le celebrazioni del Giubileo della Misericordia. Il Comune di Roma, attraverso la Fondazione Teatro dell’Opera, ha speso 450.000 euro – somma contenuta nel finanziamento complessivo del governo per l’Anno Santo – per l’organizzazione dell’evento, di cui 150.000 euro di “cast artistico”. A quanto si evince dall’interrogazione alla giunta capitolina presentata dal capogruppo comunale di Fdi, Fabrizio Ghera, il sovrintendente Fuortes ha deciso di esautorare l’orchestra ufficiale del Teatro per assegnare il casting alla società Abian Ltd, malese come uno dei (pochi) mecenati del Costanzi, quel Francis Yeoh contattato dall’ex sindaco Ignazio Marino che siede ancora nel Consiglio di indirizzo (ma che i rumors danno in uscita, come altri finanziatori). Nella sua risposta all’interrogazione, il vicesindaco capitolino e assessore alla Cultura, Luca Bergamo, ha confermato tutti dati riportati da Ghera, affermando però che “il sovrintendente ha fatto presente che il nuovo codice degli appalti non prevede il ricorso a procedure di evidenza pubblica per tale fattispecie, trattandosi, nel caso specifico, di acquisizioni di una rappresentanza artistica unica”.
Ci sono troppe ombre nella gestione del Teatro dell’Opera – afferma Federico Mollicone, responsabile cultura e comunicazione di Fratelli d’Italia – la gestione Fuortes viene presentata dal ministro Franceschini- nonostante il suo fallimento e relativa inchiesta al Petruzzelli di Bari – come virtuosa e invece, come in passato dimostrai e denunciai nel caso dell’Auditorium, è, al solito, un “soufflé” di numeri che alla verifica dei tecnici e della Corte dei Conti si sgonfia. Ammesso che la biglietteria sia aumentata, ma è tutto da dimostrare, lo ha fatto sostituendo la lirica con la musica pop trasgredendo il regolamento delle fondazioni liriche sinfoniche che prevedono la promozione della lirica. Il debito è quasi raddoppiato e le vertenze con i lavoratori, molti dei quali cacciati con metodi sovietici, sono state tutte perse dal teatro con possibile danno erariale. Insomma una débacle da fischi a scena aperta. Cosa aspettano Raggi e Bergamo a cacciarlo?
Vincenzo Bisbiglia – Il Fatto Quotidiano- 4 aprile 2017


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