domenica 30 aprile 2017

Marco Travaglio non la racconta giusta sul procuratore di Catania e sui compiti dei magistrati in genere

  Nel suo editoriale domenicale, intitolato 'Il silenzio degli indecenti' Marco Travaglio ne ha per tutti, da Alfano ad Orlando, a Grasso, ma non staremo qui a riferire della singola razione di  vaffa... riservato a ciascuno, mentre salva il procuratore siciliano che ha avanzato i suoi sospetti, anche senza portare le prove, mentre dovrebbe averle sempre a portata di mano ogni volta che muove un'accusa.

Ci interessa, invece, riferire come conclude la sua invettiva, perché la conclude davvero male.
 Scrive:" Dunque quando i pm fanno una retata di criminali da strada o di mafiosi o di spacciatori, si astengano dal farsi belli nelle conferenze stampa, altrimenti sono fuori dall'ordinamento e dalle competenze di magistrati: ci diranno tutto a fine indagini ( nel frattempo congiunti ed amici degli arrestati avvertiranno Chi l'ha visto?). E se, per dire, un pm scopre che in una delle terre dei fuochi sparse per l'Italia i cittadini mangiano e bevono prodotti radioattivi e cancerogeni, non lanci alcun allarme e non avverta le pubbliche autorità: sarebbe fuori dai suoi poteri, anzi dell'ordinamento. Quindi si tenga tutto per sè un paio d'anni, sino al termine dell'indagine. Poi però se arriva in tempo potrà parlarne ai funerali".
 Lui sa mettere sempre il pepe sulla coda al suo discorso, quale che sia l'occasione o quali che siano i protagonisti. Il veleno per il morso finale  - ne parleranno ai funerali.. -  lui l'ha sempre pronto, ne ha anche una boccetta di riserva.
Però. Il pm che scopre delle irregolarità le scopre perché la polizia, su sua richiesta od indicazione, ha fatto indagini, che, nella ipotesi di lavoro di Travaglio, si sono tradotte in  analisi sul terreno e sugli alimenti. Fatte le quali, e riferito ai magistrati, questi devono immediatamente  proseguire ed approfondire le indagini per trovare i colpevoli dell'avvelenamento della popolazione; e scovatili, metterli al sicuro dietro le sbarre. Questo il loro compito. E dopo parlare. Perchè se lo fanno prima possono anche destare i sospetti che abbiano voluto dare una mano ai malavitosi 'amici' o 'amici degli amici'.
 Che effetto e rilevanza può avere se annuncia anzitempo alla popolazione ciò che i corpi di polizia, dietro sua indicazione, hanno scoperto - e che riferiranno oltre che  alla magistratura  alle autorità pubbliche - ma senza che lui abbia individuato i responsabili?  Perchè compito della magistratura è scoprire i responsabili del malaffare per farlo cessare. Neanche Travaglio può negare a se stesso che a  volte ( troppe volte?) i magistrati colgono alcune occasioni di indagine, anche sacrosante, per mettersi in mostra.

Renzi, dal palcoscenico del Nazareno: non è una rivincita, ma un nuovo cammino. Lo sapremo presto, noi vorremmo credergli

La zarina, Maria Elena, anche se non incoronata per la seconda volta dallo zar rimesso in trono Matteo - e non sappiamo e ciò accadrà prima o poi - ha comunque tirato fuori dalla scarpiera il 'tacco 12'. Matteo, salendo sul palcoscenico improvvisato, non l'ha salutata come avrebbe fatto un tempo, e neppure l'ha ringraziata nel suo discorso di investitura, mentre ha ringraziato tutti gli altri. Compreso Guerini, che ha retto il partito nei mesi di vacanza della segreteria, che comunque si è rivelato  come l'uomo che 'annuisce' anche col capo, ad ogni respiro del rieletto segretario. Alla maniera  del consueto codazzo di 'sostenitori' che i politici si portano in tv e che fanno piazzare, ben visibile dalle telecamere, alle loro spalle.

Non è una rivincita, ha chiarito dal palcoscenico lo zar rimesso in trono, è la partenza di un nuovo cammino, come un foglio bianco interamente da riscrivere, nel segno dell'unità. C'è da credergli? Con le dichiarazioni della viglia ed i confronti televisivi anche se non aspri, qualche dubbio viene. Non lo stesso dubbio che è venuto a quel genio del trasformismo che è la De Girolamo che ha commentato: visto quello che succede nel PD, meglio - come facciamo noi - le primarie meglio non farle.

I rappresentanti delle altre due mozioni sconfitti alle primarie, e cioè Orlando ed Emiliano, hanno sottolineato il calo dei partecipanti. Hanno ragione, ma alla vigilia si pensava che  un milione circa sarebbe andato ai gazebo, e  che un milione di partecipanti sarebbe stato un successo comunque. E se ai gazebo sono andati quasi il doppio? Un successone. Loro non lo dicono, anche se devono riconoscere la vittoria schiacciante di Renzi. Mentre ciò che si attenderebbe si sentir dire  e cioè che avendo vinto Renzi, loro due , pur con le loro ragioni, lavoreranno al fianco del segretario,  senza fargli mancare il pungolo della loro idea di partito e degli obiettivi politici da perseguire, non esce dalle loro bocche.

Questo si sarebbe voluto sentirgli dire, ma non l'hanno detto. Ed allora il cammino di Renzi verso le prossime scadenze elettorali ( comunali, siciliane e poi politiche, quando saranno) diventa ancora più arduo, perchè si prospetta la possibilità di  un vincitore che gli elettori successivamente potrebbero  azzoppare per le troppe divisioni interne.

Comunque ora è tempo di programma/i, con un occhio alle periferie ed ai ceti deboli (ma anche all'Europa che così non può andare, all'economia ed alla sicurezza che l'emigrazione sta minacciando) fra i quali vanno cercati molti di coloro che non sono andati a votare alle primarie, perché sentono il PD ancora molto lontano da loro.

Renzi non ripeta gli errori del passato, come quello di trasferire a Roma una vagonata di amici e conoscenti fiorentini per i quali, onde disciplinarne il traffico, s'è portato appresso anche la capa dei vigili, Manzione (ora premiata con il Consiglio di Stato) piazzandola a Palazzo Chigi, per un dopolavoro, a  smistare le leggi, dove ha fatto non poca confusione, seconda solo a 'madonna'  Madia

Avremo un nuovo Renzi, come ha assicurato mentre gustava la vittoria schiacciante? Non dovremo attendere le prossime tornate elettorali per saperlo, basteranno le prossime settimane, anzi i prossimi giorni.

Il Procuratore di Catania, con le sue dichiarazioni sui migranti, dimostra che sta proprio 'fuori', almeno della sua professione

Da tempo si ascoltano, a seguito di qualche iscrizione nel registro degli indagati di varie procure italiane, i politici affermare, anche senza troppa convinzione: ' lasciamo i magistrati lavorare in pace; le indagini le devono fare i magistrati, spetta a loro emettere sentenze'.  Mentre i politici possono lanciare allarmi, segnalare possibili irregolarità ai magistrati perché indaghino a fondo.

E' accaduto invece, al Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, di prendere la parola e  sostituirsi nel loro ruolo ai politici, quando ha segnalato possibili irregolarità, ipotesi di traffici che accomunerebbero le ong e gli scafisti, senza averne ancora le prove, anzi ad inizio indagini, causa sospetti. Mentre i politici, a ruoli invertiti, hanno emesso le sentenze, al posto del procuratore di Catania che forse non si è reso ancora conto del suo 'fuorigioco' e neppure dei guai che ha combinato.

Politici a frotte, dai pentastellati ( Di Maio sempre più in frenetica attività  divinatoria), ai leghisti ( Salvini ci è andato a nozze, ma non alle sue!),  cui si sono uniti i giornali, alcuni dei quali prima hanno detto di andarci cauti poi invece che i sospetti su alcune ong sarebbero fondati e dunque il procuratore indaghi; ed anche alcuni membri del governo: Alfano difende il procuratore, siciliano come lui, mentre Orlando gli  avrebbe consigliato di essere più cauto e di provvedere, prima di parlare, a fare e concludere le necessarie indagini.

Tutti contro tutti. Ad oggi il problema esiste, o c'è solo il sospetto, seppure fondato, che possa esistere?  Questo il Procuratore non lo sa ancora.
 Ecco perchè, quale che sarà la conclusione, il procuratore di Catania avrebbe fatto bene a tacere, a condurre le indagini nella segretezza richiesta, e, solo ad indagini concluse, a parlare. Mentre invece, parlando come ha fatto, ad indagini  appena avviate a seguito di sospetti, sembra voglia mettere in guardia  i responsabili delle ong ed avvertirli che si sta indagando su di loro.  Un soffiata a favore di amici? Il solo sospetto sarebbe gravissimo ed infamante.

sabato 29 aprile 2017

Tutte belle (o quasi) le giovani musiciste, secondo alcuni anche tutte (o quasi) sexy. Ma non tutte altrettanto brave. Diciamolo chiaramente

Ogni giorno (o quasi) dobbiamo leggere della giovane, anni 30, pianista cinese, Yuja Wang, uscita dallo stesso vivaio di Lang Lang, che fa scandalo (figuriamoci!) con le sue mise provocatorie - gonne e mini vestiti altezza inguine, spacchi vertiginosi, scollature, avanti e dietro, belle generose, tacchi a spillo (altro che '12') - che più che provocatorie, sono mise da ragazza, manco tanto chic, che ha scoperto la trasgressione. Se  si gira a Piazza di Spagna nel fine settimana  se ne vedono a frotte di Yuja Wang. Ce l'hanno scritto in fronte che scendono in centro dalla periferia o  arrivano dalla provincia. Chi si meraviglia più?  Giusto così. I giornali  non si interessano a loro; perchè non serve e comunque sarebbe minestra riscaldata, se una di quelle ragazze non fosse di una formidabile pianista, come tutti dicono.

E allora perché ogni giorno dobbiamo leggere, prima ancora di sapere quanto sia brava, che sarebbe l'unica ragione per far scrivere i giornali, che la tale o talaltra musicista, strumentista, cantante, ed ora si sono messe anche le direttrici d'orchestra, per le quali il  bluff è sempre in  agguato, sono sexy? Sul  fatto che siano belle possiamo convenire, ma con cautela, sul sexy o provocanti meno. Ma non ci va giù il fatto che essendo giovani belle e sexy, debbano essere necessariamente anche brave.
 A proposito delle sexy o provocanti, anche senza essere belle secondo i canoni stile 'barby',  ed anche brave,  a chi va cantando la femminilità  sbattuta in faccia in tutti i modi dal palcoscenico, vorremmo proporre un modello inimitabile: Martha Argerich, che, guarda caso, lei sì, era sexy, oltremodo sexy, niente della pupattola, ma anche brava, bravissima, anzi geniale.

Sta qui il problema. Non è detto - come si vuole dare ad intendere - che madre natura ogni volta che fa nascere una bella figliuola la doti anche di bravura nel proprio campo professionale. Un tempo si diceva di tutte le belle che erano sceme. Oggi di tutte le belle ( e sexy e provocanti) musiciste si tende ad affermare che sono anche brave.  Quando mai? E chi decreta della loro bravura?  Quasi sempre un cronista qualsiasi a digiuno di musica. Perchè di musica pare che tutti siano autorizzati a parlare, anche senza capirci un tubo.
Lo ha fatto, ieri, su 'D LUI' di Repubblica - una  busta della spesa piena zeppa di pubblicità - Guido Andruetto, con un pezzo intitolato: 'Opera sexy': nei teatri, sulle copertine dei dischi, nei social: le star della classica sono sempre più sensuali', con l'avallo, quello sì meditato, del regista Michieletto sul mondo del melodramma  che conosce bene: ' nella lirica le  donne sono superlative: femmine violentissime o fragilissime'. E non potrebbe essere altrimenti.

Ci siamo presi la briga, dopo aver letto quell'inutile pezzo stantio,  perchè visto e rivisto, letto e riletto, ormai decine e decine di volte su ogni giornale ( e non parliamo di tv, dove la bellezza è d'obbligo, altrimenti anche se sei brava nessuno ti si fila!) di andare a vedere le foto di tutte le musiciste elencate; fra le quali, le sexy sono una minima parte, sono più quelle belle, belle ragazze anche perché giovani ma niente di più, ma dove le brave sono ancora meno.

 Ci è bastato leggere due o tre nomi di bellezze italiche, che conosciamo bene, per convincerci che sebbene  'bella' -  il cronista non si ferma alla bellezza e punta al sexy - non faccia sempre rima con 'scema' (come si pensava un tempo, volendosi vendicare con la natura generosa verso alcune e avara con la maggioranza!), non è detto che debba farla, la rima, con 'brava', sempre.
Come dimostrano alcuni esempi  da lui citati che brave non sono affatto, magari belle e giovani sì, forse anche un pò sexy, per le quali ci viene il dubbio che la carriera, piccola e circoscritta (a dispetto di quello che pensa, senza capirci nulla, il nostro cronista) se la facciano  mettendo sul piatto altre carte, neppure tanto segrete.

Einstein incontra Franco Mannino, secondo il racconto del musicista a Repubblica

"DURANTE il conflitto mondiale ci fu un esodo di persone residenti in Europa ed appartenenti a diverse classi sociali verso l' America, e specialmente verso la California; da lì, finita la guerra, molti raggiunsero New York, e tra i molti anche alcuni genii. Ero da poco arrivato in quell' inebriante città quando conobbi un ebreo polacco, il cui nome mi sembra di ricordare fosse Koceninski, che parlava una decina di lingue e aveva un hobby particolare: entrare in confidenza con i genii e le personalità del momento. Un giorno mi disse: Albert Einstein è per pochi giorni a New York e ti vuole conoscere. Quando puoi incontrarlo? Risposi che venisse il giorno seguente al piccolo albergo nel cuore di Manhattan dove soggiornavo in un comodo appartamentino. Quando arrivò, Albert Einstein mi fece l' impressione di un meraviglioso cucciolo dal pelo arruffato e potei dialogare con lui senza problemi perché conosceva bene l' italiano: per punirlo dei suoi cattivi voti a scuola era stato iscritto dal padre al Politecnico di Milano, città in cui rimase per due anni trascorrendo spesso le sue serate nel loggione del Teatro alla Scala per assistere agli spettacoli d' opera. Mi confidò infatti che il grande amore della sua vita era la musica e che suonava il violino; capii allora perché il grande Einstein avesse voluto incontrare un musicista ventiduenne particolarmente dedito al piano: voleva che l' accompagnassi mentre suonava il suo strumento. Devo smentire il dottor Albert Schweitzer quando sostiene che Einstein suonasse bene il violino: lo suonava in modo straziante, ma era tale la sua gioia che non si poteva fare a meno di prendervi parte. Un giorno arrivò, puntuale come un allievo diligente, portando la V Sonata di Beethoven, La Primavera. Dopo poche battute mi interruppi: Albert, ho avuto un' intuizione: la tua teoria sulla relatività è esatta...

Albert Einstein il violino lo suonava bene o male?

Un dubbio ci ha assaliti alla lettura di una dichiarazione del protagonista di una serie televisiva che va forte in America: Genius, dedicata allo scienziato più grande del secolo scorso, forse uno dei più grandi di tutti i tempi: Albert Einstein. Lo interpreta  Geoffrey Rush, premiato con l'Oscar per una sua precedente interpretazione, nel film Shine, quella del pianista pazzo (disturbato, meglio, finito in manicomio) David Helfgot - che disgraziatamente avemmo  l'opportunità di conoscere ed ascoltare in carne ed ossa, nel corso dei Concerti Italcable, organizzati da Stefano Mazzonis, del quale in questi ultimi giorni abbiamo scritto ormai troppe volte.

Geoffrey Rush, intervistato dal Corriere, ha ricordato che Einstein "sapeva suonare benissimo il violino". E, più avanti, che proprio con un concerto di violino festeggiò con amici l'assegnazione del Nobel nel 1921, quando aveva poco più di cinquant'anni.

Il dubbio riguardava proprio l'Einstein violinista. Perchè dubitare della sua bravura? Una ragione c'era e ci è affiorata subito nella memoria. Ve la raccontiamo  anche perché ancora non ci siamo decisi sulla bravura o meno del grande scienziato nel suonare il violino.  La testimonianza contraria a quella di Rush  ci viene da un libro discutibilissimo, dal titolo Genii  - dunque lo stesso della serie televisiva americana - scritto molti anni fa da Franco Mannino.

Mannino racconta in quel libro dei genii che ha avuto l'opportunità di conoscere nel corso della sua vita di musicista; meglio : dei genii che, nel corso della sua lunga carriera di musicista, lo hanno voluto conoscere. Perché fu questa l'impressione che avemmo leggendo quel libro. che avrebbe dovuto accreditarlo genio fra genii. E, del resto, chi conosceva Mannino sapeva bene  quanto egli soleva porsi sempre al centro dell'attenzione.

Per farla breve, rimandando un succulento capitolo su Mannino ad altra occasione, in quel libro egli racconta che incontrò a New York, durante la seconda guerra mondiale, il celebre scienziato che aveva più di sessant'anni, mentre il giovane pianista poco più di venti. Mannino precisa che Einstein volle incontrarlo; intermediario un comune conoscente, altro genio che si muoveva fra genii.
Poi capi la ragione di tale interesse. Einstein sapeva del giovane talentuoso pianista italiano e volle incontrarlo per suonare con lui ( il racconto dettagliato lo  si potrà leggere nel post successivo che abbiamo ricavato da una dichiarazione di molti anni fa di Mannino al quotidiano La repubblica; nella nostra biblioteca personale non siamo riusciti  in queste ore a trovare il volume di Mannino )

Lo scienziato si presentò con le parti ( violino, pianoforte) della celebre Primavera, op.24, una delle più note sonate di Beethoven per violino e pianoforte.  Cominciano a suonare; quasi subito Mannino s'interrompe e con l'ardire e  la sfrontatezza del giovane musicista dice allo scienziato: "ora ho trovato la ragione della sua scoperta della teoria della relatività". Il resto ve lo lasciamo intendere. Einstein non suonava bene e Mannino lo richiamava all'ordine, facendogli notare che  suonando e per giunta insieme non esisteva relatività, ma precisione e fedeltà al dettato musicale ecc... ecc...

A ben riflettere potrebbe anche darsi che da giovane Einstein il violino lo suonasse  meglio e forse anche bene, mentre con la vecchiaia non più; ma non può essere che andasse per conto suo, come se ciò che Beethoven aveva scritto non era esatto ma 'relativo' - secondo l'ironico Mannino.

Ora il dubbio resta. Ma, siccome Mannino non ci sente anche se potrebbe da dove sta ora, nell'aldilà, noi siamo più propensi a non credergli sulle capacità violinistiche di Einstein, anche se, dobbiamo d'altra parte ammettere che chi non sa cosa sia uno strumento,  facilmente possa dire come uno lo suona: bene o benissimo. Ma quel concerto dato nel 1921, in occasione del suo Nobel ci fa pensare che  egli non amasse esporsi al ridicolo seppure dei suoi amici e conoscenti, suonando uno strumento che non sapeva suonare. Dunque ha forse ragione Rush.

venerdì 28 aprile 2017

Contro la feroce dittatura di Maduro in Venezuela Abreu e Dudamel tacciono ancora

L'abbiamo denunciato nei giorni scorsi . Il silenzio di due notissime personalità di quel paese ormai in guerra civile con decine e decine di morti e disordini giornalieri; mentre milioni di venezuelani scendono in piazza e per strada mettendo a repentaglio la loro vita, per denunciare la dittatura chavista di Maduro che non esita ad usare, dopo la fame e la mancanza di medicinali, anche l'esercito per reprimere la protesta popolare.

Ora tutto il mondo è al fianco dei venezuelani. In questo drammatico fragore, non s'è udita ancora la voce di due eminenti personalità venezuelane note in tutto il mondo:
 -Josè Abreu, padre del 'Sistema'- importante progetto di alfabetizzazione e pratica musicale che coinvolge centinaia di migliaia di ragazzi di ogni età e di ogni estrazione sociale - finanziato da oltre trent'anni da tutti i governi che si sono succeduti in quel paese:
- Gustavo Dudamel, figlio di quel 'Sistema', genio della direzione d'orchestra, stabile a Los Angeles, che la situazione del suo paese e conosce bene, e, nonostante ciò, insieme al suo 'padre artistico, Abreu, continua a tacere.

Ormai il tempo sembra essere scaduto. Abreu e Dudamel non possono, continuare a tacere, fingendo di non vedere in quale catastrofe anche umanitaria il folle Maduro sta sprofondando il loro paese.

giovedì 27 aprile 2017

In Tv Pooh e figlio di Pooh in viaggio in Lapponia

Le anticipazioni dello spettacolino trasmesso in tv, martedì sera, s'era avuto, domenica sera, nel salottino di Fazio, il quale ora che il suo compenso pare sia salvo  avrebbe  deciso di restare in Rai, pensando al vecchio detto che 'lasciare il certo per l'incerto...'  o 'la strada vecchia per una nuova...' non conviene, perchè 'sai quello che lasci ma non sai quello che trovi'.

In quel salottino erano stati   invitati un Pooh ed un  figlio di Pooh, della ditta Facchinetti, dove si faceva fatica a distinguere il Pooh dal figlio del Pooh, perché il Pooh  ce la metteva tutta per mostrarsi più giovane dell'esagitato e sopravvalutato figlio di Pooh. Pooh, il vecchio - sia detto senza nessuna intenzione denigratori, si presentava infatti  tutto dipinto nella coccia, giacchettella giovanilistica 'stile Fazio' - al quale pure sta strana; ma lui almeno non si tinge i capelli -  braccia interamente ricoperte da braccialetti e catenina d'oro per collarino. Già solo così  risultava inguardabile, ma l'abbiamo comunque voluto guardare, per vedere l'effetto  di lui, ormai tramontato, con tutto il trucco, e con il figlio di Pooh che ce la metteva tutta per mostrasi degno erede del passato del Pooh.

Che sono andati a fare o a dire da Fazio? Che in settimana sarebbe andato in onda in tv un loro viaggio in una delle zone più fredde del pianeta, per la serie 'cento ragioni per ammazzare mio padre', con il padre che non viene ammazzato, perchè non serve, in quanto il Pooh e  il figlio di Pooh fanno vite separate, e per mostrare come finalmente il Pohh ed il figlio di Pooh, fuori tempo massimo, fanno un viaggio insieme per riappacificarsi.
Come ha spiegato  il figlio di Pooh, il Pooh non è mai stato presente ai suoi compleanni, e neppure alla sua nascita.  Perchè glielo hanno raccontato? Se non l'avessero fatto  gli avrebbero procurato un trauma in meno, e forse  gli avrebbero evitato ( a loro, ma soprattutto a noi) quell'impervio, ma inutile viaggio in Lapponia, fra renne ed aurore boreali, che nel corso della permanenza non sono riusciti a vedere e filmare ( potevano prendere qualche immagine di repertorio e infilarla nel loro album di viaggio? chi ci avrebbe fatto caso e a chi sarebbe importato di sbugiardarli? Almeno l'aurora boreale, che è una delle ragioni per cui in tanti fanno viaggio in quelle regioni, l'avrebbero portata a casa), sventando l'intento segreto di uccidere il padre Pooh, che nessuno sarebbe corso a salvare in quel freddo, anche se avesse cantato una delle sue conosciutissime canzonette.

Per dimenticanza  non abbiamo accesso martedì sera la tv per vedere il loro viaggio in Lapponia; e di questa dimenticanza dobbiamo essere per una volta grati all'età che ci rende sempre più smemorati. Ma da quello che abbiamo letto sui giornali che in coro hanno stroncato sia l'idea che la stanca ed inutile ripresa di quel viaggio, possiamo dire che ci è bastata l'anticipazione che  ci eravamo sorbiti domenica sera nel salottino di Fazio.

mercoledì 26 aprile 2017

Festival Puccini a Torre del Lago. Una bella fanciulla stregata dal grande musicista sensibile al fascino femminile

Se per caso vi capita di  navigare in rete non perdetevi la visita al sito, con relativo blog, del Festival Puccini di Torre del Lago, guidato da Alberto Veronesi. Per due motivi, ambedue  molto meritevoli, di fresca attualità.

Il primo è l'istituzione di una specie di enciclopedia popolare pucciniana, PUCCINIPEDIA, dove trovare tutto quello che volete sapere sul grande musicista, nume del Lago di Massacciucoli ed anche del festival dedicatogli.
 Per inaugurare  tale enciclopedia elettronica non hanno badato a spese. Si sono rivolti al più grande studioso pucciniano, di caratura internazionale. Michele Girardi? Ma che, più importante. A  Dieter Schickling, il più accreditato suo biografo al quale anche noi ci siamo rivolti, di recente, per confezionare il nostro libricino, assai apprezzato, edito dalle Edizioni Clichy, dal titolo 'Giacomo Puccini, sonatore del Regno'? Più su, ancora più importante. Chi sarà mai?  Nientemeno che Enrico Stinchelli, il più grande studioso di melodramma, di  caratura e rinomanza internazionali, che ha regalato ai frequentatori della enciclopedia pucciniana una dotta quanto approfondita introduzione generale sul carattere 'femminile' della musica di Puccini, al quale ,come si sa, le donne non erano indifferenti affatto, le donne in carne ed ossa al cui fascino egli più d'una volta cedette in vita.

Uno allora si chiede: forse è per rendergli omaggio, anche da morto, che Alberto Veronesi ha chiamato la giovane ed avvenente direttrice d'orchestra, ventisettenne,  lucchesina come Puccini, Beatrice Venezi, a dirigere nel prossimo festival, La Rondine? Non diciamo sciocchezze. Forse  questo vale per la sua partecipazione come testimonial alla pubblicità di una nota casa automobilistica tedesca, ma non per la musica.
La ragione vera del suo invito al 'Festival pucciniano'  va cercata altrove, e non nella sua avvenenza e giovane età. Troppo banale e scontato. Fra breve vi diremo.

Permetteteci prima di dirvi che, navigando in rete, si scopre che le donne che dirigono orchestre anche in Italia sono già abbastanza numerose. Non stiamo a fare i sofisticati dividendo le orchestre in buone o cattive, importanti o mediocri (nel caso di quelle dirette dalla Venezi che differenza ci sarebbe fra l'Orchestra Scarlatti, la Filarmonica di Lucca e l'Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia che Lei non ha ancora diretto, ma che potrebbe a breve, vista la speditezza della sua folgorante carriera)? Hanno più elementi comuni di quanti non ne abbiano. La qualità? quella cambia anche a seconda dei giorni. perciò, tutte le orchestre sono uguali.  Le orchestre sono orchestre e basta. Navigando navigando abbiamo scoperto ed annotato non solo i nomi delle signore del podio, ma anche le loro fattezze, perché - sono donne!- ad ognuna di esse corrisponde un ricco corredo fotografico, dal quale risulta che sono tutte belle. E lì non c'è trucco; ed sarebbe inutile ed anche banale e scontato dire che fanno carriera perché sono belle. Perché ormai la gioventù in Italia è tutta bella e di gran lunga più bella che in passato.

Allora quale ragione ha deciso Alberto Veronesi non solo ad invitarla per la direzione de La rondine, quest'estate, ma anche a nominarla direttore ospite principale del festival 2018? In rete circola anche qualche video della giovanissima direttrice. Uno in particolare colpisce, su You tube, che ci fa vedere ed ascoltare la Venezi dirigere l'Egmont ( ouverture) di Beethoven. Se uno la osserva attentamente e tiene le orecchie bene aperte per carpire ogni minimo particolare del celebre brano beethoveniano, oltre che naturalmente del suo gesto direttoriale - si vede che è nata direttrice! - non può che condividere al cento per cento la scelta di Veronesi, presidente del festival, che, inutile ricordarlo, di direzione d'orchestra se ne intende.

E' morto Guazzaloca, ex sindaco di Bologna. Da Liegi lo piange Stefano Mazzonis

L'altro ieri ci siamo occupati del Teatro di Liegi amministrato - sembra bene - da una decina d'anni da Stefano Mazzonis. Ce ne siamo occupati sia perché aveva presentato la nuova stagione sia per la nomina di Speranza Scappucci a direttore principale del teatro.
 Ora ce ne occupiamo - in coincidenza con un fatto doloroso: la morte, a 73 anni, dell'ex sindaco di Bologna, Guazzaloca, detto anche il 'macellaio' al quale, ai tempi, tutti riconobbero una buona amministrazione - per raccontare la storia per cui Stefano Mazzonis, senza Guazzaloca (e Pierferdinando Casini, suo sostenitore politico) non sarebbe mai arrivato a Liegi.

Come si sa il sindaco presiede il Consiglio di amministrazione della Fondazione lirica della sua città, e i suoi poteri non sono ininfluenti.  Ci scuserete se non saremo precisi con gli anni.
 Accadeva che la carica di sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna fosse vacante - non ricordiamo se per conclusione di mandato o per fuoruscita degli amministratori, causa  buchi di bilancio ( la storia del Comunale bolognese è regolarmente segnata da tali buchi, compreso l'attuale, con Sani al vertice).
 In quegli anni, come abbiamo accennato Casini contava qualcosa, certamente molto più di quanto non conti ora. Nella sua segreteria  lavorava, con un  incarico di prestigio, da quel che ricordiamo, Maria Delogu, vedova di Casini, Claudio, musicologo, morto prematuramente, imparentato con Pierferdi. La quale intercede presso il suo capo per la nomina a Bologna del suo compagno di allora Stefano Mazzonis, il nobile di Pralafera che, al suo attivo, all'epoca, di un qualche rilievo aveva solo  l'organizzazione/direzione dei Concerti  Italcable, con i soldi della importante compagna telefonica (oltre una o due regie fatta in casa per operine lì rappresentate. Nulla di speciale)

Pierferdi ci mette un attimo e risolve, giusta l'indicazione della sua collaboratrice indirettamente imparentata con lui, il problema all'amico. Suggerisce con una certa forza a Guazzaloca il nome di Mazzonis. Guazzaloca non è in grado - ma neanche Pierferdi - di valutare l'idoneità professionale del candidato suggerito, e nomina Mazzonis  propostogli dal suo sponsor politico. Mazzonis sbarca a Bologna, chiama a lavorare con sè, un direttore artistico di nome molto più forte di lui, e  in coppia affiatatisima si mettono al timone della nave bolognese. Dalla cui navigazione è venuta la nomina successiva a Liegi, vantando nel  suo curriculum Mazzonis, che aveva partecipato al bando del teatro belga, la 'sovrintendenza' a Bologna'. Il resto è storia nota. Lui è lì da parecchi anni  e, ripetiamo, sembra faccia bene.

Questa storia,  che crediamo già nota, l' abbiamo voluto comunque  nuovamente raccontare, per confermarci nell'idea che senza l'intervento della mala ( qui come in altri casi di buono non c'è proprio nulla!) politica, in Italia è quasi impossibile far carriera. Ciò non toglie che qualche rarissima volta, come nel caso di Mazzonis Stefano ( attenzione a non confonderlo con suo cugino, Cesare Mazzonis, anche lui di Pralafera, che ha fatto carrierissima in Italia nel medesimo settore, ma che aveva cominciato facendo il 'portaborse', nel senso più nobile del termine, di Francesco Siciliani, allora in Rai) che  la scelta si sia rivelata giusta, a guardare i risultati di questi anni.

Condoglianze alla famiglia Guazzaloca. E auguri di mille altre sovrintendenze a Stefano Mazzonis di Pralafera, dopo Liegi

martedì 25 aprile 2017

Montalbano faccia un'indagine anche sulla regolarità della casa nella quale vive, quasi sull'acqua. Non sarà mica abusiva, anche se condonata?

Per il vero proprietario, un avvocato, quella casa, quasi sull'acqua, set della fiction del celebre commissario uscito dalla penna di Camilleri, è  una manna inesauribile. Finite le riprese, per il resto dell'anno, quella casa viene regolarmente affittata a famiglie e singoli, italiani e stranieri, che vogliono  vivere qualche ora nella stessa casa del celebre commissario Montalbano-Zingaretti, mangiare su quel terrazzino coperto a pelo d'acua; oppure visitata dai partecipanti ai 'Vigata tour' o 'Montalbano tour' che, con ben altri intenti, hanno preso il posto in Sicilia dei 'Mafia tour' degli anni più neri dell'Isola.

 Ora quella casa, che è quasi sull'acqua, in una piccola spiaggia, poco manca che il mare, quando è in tempesta, la inondi. Ma come fa ad essere proprio sull'acqua?  Forse che è 'finita' quasi sull'acqua a  causa dell'erosione delle spiagge? Oppure - come è più facile immaginare - quella casa è nata abusiva e solo dopo condonata?
 E' più facile propendere per la seconda delle ipotesi. Perchè allora nessuno mai si è posto il problema  della opportunità dell'utilizzo come set per la fiction del celebre commissario, di una casa 'abusiva', seppure condonata?

 N.B.
Vedi che succede a non guardare da mattina a sera la tv? Il problema lo avevano sollevato già le IENE, ed il proprietario, l'avvocato, aveva prontamente risposto che quella casa era là da molto tempo, addirittura dall'800, ed anche il terrazzino/loggetta non è abusivo. Dunue il Commissario può dormire sonni tranquilli e pensare alle sue indagini.


Noi il problema ce lo siamo posti a seguito di una sceneggiata, una delle tante, una sceneggiata idiota della Eleonora Daniele che, proprio ieri, dopo il successo della fiction, anche nella puntata di lunedì, l'ha voluta mostrare quella casa senza il commissario. La Daniele  ha trattato i telespettatori - ma non è la prima volta nè sarà l'ultima. - come fossero una massa di idioti imbecilli da trattare come si trattano i bambini quando ancora non capiscono, perchè quando capiscono rispondono subito, 'a' Daniè, nun fa' la scema!
Il suo comportamento da maestrina le impedisce di rendersi conto che l'idiota è proprio lei e che i telespettatori non sopportano quel suo atteggiamento.

 Sempre ieri, in clima di sorprese, abbiamo colto la Antonellona Clerici  che ha testualmente detto:  ' se fossi stata furba, con il mestiere che faccio - la chef,  ma solo in televisione, perchè lei è brava a mangiare, non sappiamo se anche a cucinare - chissà quanti soldi avrei potuto fare!  Ancora?  Quindi  'tanti soldi' non  li ha ancora fatti, nonostante che Lei sia fra le pacioccone televisive la più pagata! Ma non si vergogna? Dovrebbe tacere per  quello che in questi anni ha guadagnato e, nei prossimi, continuerà a guadagnare. Evidentemente non le basta. Potrebbe spiegarci con quali soldi  ha regalato, ad esempio, al suo ex una macchinona del costo di qualche  centinaio di migliaia di euro? Che glieli ha dati quei soldi se non la Rai? E chi altri avrebbe potuto pagarla altrettanto? Vergogna, vispa Antonella!

Fratelli d'Italia ( Canto degli Italiani) inno nazionale PROVVISORIO da 70 anni. E poi ci lamentiamo se non lo cantano tutti

Nella rubrica della posta, sbrigata da Paolo Conti, sulle pagine dell'inserto romano del Corriere, un lettore si lamenta per lo spettacolo, che definisce indecente, al quale ha assistito involontariamente nei giorni scorsi a Piazza san Silvestro, in pieno centro a Roma. Ricordiamo solo che quella Piazza un tempo deturpata dai capolinea di numerose linee tramviarie, è stata trasformata negli anni scorsi da Paolo Portoghesi, al tempo di Alemanno sindaco, in una vera piazza ( confessiamo che non l'abbiamo ancora vista, pur abitando a Roma), con alberi e panchine (mantenendo forse, del vecchio arredo, solo i cessi sotto il piano stradale).

Il turista italiano in visita a Roma ha raccontato che c'era un concerto della Banda dell'Aeronautica, che in apertura ha suonato, come di prammatica, l'Inno nazionale, cioè a dire Fratelli d'Italia. Delle oltre cento persone presenti nella piazza, che sedevano o bivaccavano, solo quattro o cinque si sono alzate in piedi, le altre hanno proseguito nelle loro attività e chiacchiere come se nulla fosse. E forse poco più delle quattro o cinque persone hanno accompagnato col canto il suono della banda. Ma questo il turista non lo annota.

Scandalo: ma come si ascolta l'Inno nazionale, al quale il presidente Ciampi  ha dedicato tanta attenzione, come se si ascoltasse  un motivetto di Pupo o dei Pooh, anzi con minore partecipazione e nessun rispetto?

Il turista sa che la polemica  su come ascoltare, e se cantarlo o meno, l'Inno nazionale divampa da qualche anno, da quando ci si  accorse che i calciatori non lo cantavano (perchè non lo conoscevano, mentre ora devono aver seguito un corso accelerato per impararlo) e come loro anche molti politici, i quali di seguire un corso accelerato per impararlo se ne fottono letteralmente.

Perchè scandalizzarsi se  da oltre settant'anni Fratelli d'Italia, assunto dal primo governo italiano nel 1946, PROVVISORIAMENTE come inno nazionale è ancora nella stessa condizione? E cioè nella condizione di 'inno nazionale provvisorio' ( a differenza del tricolore che è la 'bandiera italiana per legge'), perchè le 17 legislature che si sono da allora succedute non sono mai riuscite a fare un decreto per renderlo definitivo? Non si venga a dire che si è ancora nell'imbarazzo della scelta tra Fratelli d'Italia e Va pensiero, anche se il celebre coro verdiano disegnerebbe assai meglio la condizione miserevole e di schiavitù nella quale il popolo italiano vive da tempo, disamorato sfiduciato e, a differenza degli ebrei che lo cantano nel Nabucco, senza speranza  di cambiamento reale.

Gianna Fratta bocciata al 'Concours de Direction d'orchestre' di Becanson

Fra i lettori che seguono assiduamente il nostro blog e che hanno colto l'ironia generale del nostro precedente post dedicato alle direttrici d'orchestra,  uno in particolare ci ha segnalato che la 'grande' direttrice Gianna Fratta - che ha diretto, BEN ADDOBBATA, il Concerto di Natale al Senato (con un'orchestrina) e i Berliner (SYMPHONIKER, A SCANSO DI EQUIVOCI) - presentatasi al 'Concours de direction d'orchestre' di Becanson non ha superato la prima prova, ed è stata rimandata donde era venuta.

Ma ci ha anche segnalato che un'altra direttrice italiana il 'Grand Prix' a quel famoso 'Concorso di direzione d'orchestra' francese di Becansonn, l'ha vinto, prima donna a conseguirlo, e si chiama Silvia Massarelli.

Queste notizie ci inducono ad una riflessione AMARA. Sì, è vero che per una donna imporsi in un mestiere prevalentemente maschile, come quello della direzione d'orchestra, è impresa ardua; ma per un altro verso è anche impresa facilissima, perchè la donna ha altri numeri da vantare, ben altre carte da giocare. Ipocrita chi lo nega.

Ce lo ha fatto pensare l'altro ieri la comparsa di un'altra direttrice,  molto giovane e carina, Beatrice Venezi alla trasmissione di Caterina Balivo che l'unica cosa che riesce a  dire, che sia credibile, è cherie! E detto da lei alla Venezi, vestita a festa, è quasi un lasciapassare per  un futuro più che roseo.
E la direzione d'orchestra? Chissenefrega!

A proposito di Beatrice Venezi, classe 1990, in una intervista  che si legge in rete c'è scritto che ha collaborato con orchestre nazionali ed internazionali, di cui si fornisce elenco: Orchestra da Camera Fiorentina, l’Orchestra Filarmonica di Lucca, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, l’Orchestra Filarmonica Campana, l’Orchestra della Fondazione Bulgaria Classic e l’Orchestra del Teatro Bolshoij di Minsk.  Sarebbero queste le ORCHESTRE, dirigendo le quali la sua sarebbe una carriera già avviata.

lunedì 24 aprile 2017

Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima

Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che  non è  ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
 Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta.  La nomina della Scappucci  segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi  e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
 Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.

E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia  d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.

Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?

Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini,  si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di  inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.

sabato 22 aprile 2017

Rai. Nessuno tocchi le star

 Fermi tutti, serrate le file. Non scappate, mamma Rai vi ama ancora e per dimostravi quanto, allarga ancora  i cordoni della borsa.
 L'allarme sulla fuga delle star dalla Rai è rientrato. Il CDA nei prossimi giorni sposerà il 'parere' espresso dal Ministero dell'Economia, per bocca del sottosegretario Giacomelli, e tutto resterà come prima.

Anche alle star che provengono dal giornalismo, non si applicano, ha spiegato Gicomelli, le stesse regole dei giornalisti in piena attività, perché da tempo anche quelli che provengono dal giornalismo hanno sottoscritto contratti della categoria dello 'spettacolo', in base ai quali pagano anche regolarmente l'Enpals, e non più l'Inpgi - che anche per questo è in crisi nera.

E la Antonellona Clerici? può dormire sonni tranquilli: Lei - come è evidente - dà spettacolo ogni giorno davanti a piatti fumanti e calici  profumati, se poi scrive ricette per quasi tutti i giornali la colpa non è sua perché lei comunque non è una giornalista ma una mancata cuoca, e per questo la Rai la paga come le star del momento: i grandi chef. Se poi lei assaggia soltanto è irrilevante.

Fabio Fazio che  aveva già minacciato di voler produrre in futuro i suoi spettacoli - era uno degli éscamotage per eludere il tetto dei compensi - e financo - lo ha scritto qualche giornale - che avrebbe potuto anche lasciare la Rai, e già stava trattando con La 7 -  Cairo sarebbe così fesso da dargli quello che gli dà la Rai -  ci ha ripensato, ma non forse alla sua volontà di autoprodursi. Non si sa mai, dovessero di nuovo attaccarlo in futuro.

Le star contano, lo sa bene anche Giletti  che  porge una sua ragione speciale. Ogni trasmissione più che per il format si identifica con il protagonista, come ad esempio, l'Arena con la sua faccia. Senza di quella anche una trasmissione di successo non avrebbe più lo stesso appeal per il pubblico, ma anche per la pubblicità - è la minaccia velata, ora neppure necessaria. Anzi, da ex giornalista di razza, avanza una proposta, non pro domo sua, e cioè che gli alti dirigenti della Rai, che amministrano un bilancio annuo di 2 miliardi di euro circa, non possono essere pagati secondo il tetto. Insomma in Rai mi dai una cosa a me (lo stesso compenso), ed io ti dò una cosa a te (l'aumento del tuo).

L'unica pietra dello scandalo è Lucia Annunziata, che ha fregato tutti sul tempo, riducendosi il compenso, per rientare nel tetto dei 240.000 Euro. e che forse ora si  sarà pentita amaramente; salvo  che la Rai  non le imponga di tornare al compenso stabilito per contratto. Povera Lucia! Le toccherebbe la stessa sorte di tanti paperoni,  gratificati da vitalizi principeschi, i quali, pur volendo come hanno spesso dichiarato i più falsi, non possono rinunciarvi. Sono costretti a percepirli, lo prescrive la legge.

Dunque le star restano in Rai, i compensi non si toccano, il palinsesto del prossimo autunno è salvo, e perfino Carlo Freccero, scontento sempre di tutto, questa volta può dichiararsi soddisfatto.

I giornali sono inondati dalla musica. Ma ora è troppo. Perciò, basta lamentele.

E' bastato che ci distraessimo per qualche giorno per ritrovarci in un mondo come da sempre abbiamo sognato e mai fino ad oggi visto realizzarsi: un mondo pieno di musica, riflesso nello specchio fedele dei giornali. E per questo ce ne meravigliamo ma siamo felici, come stiamo per raccontarvi.

Nei giorni scorsi abbiamo scritto degli interventi di Maestro Augias dalla sua rubrica delle 'lettere' di Repubblica, in risposta a ripetute incalzanti domande sulla storia della musica e sul primato delle nazioni in tale settore. Fuoco di paglia, pensammo al momento, che presto si spegnerà. E invece non solo non si è spento ma ha preso vigore, infiammando tutto il giornale ed il paese con esso.

 Appena una settimana dopo le lezioni popolari di Maestro Augias, Robinson - l'inserto di Repubblica - esce monografico sulla musica in Italia. Tralasciando le farneticazioni autoesaltanti di Franco Pulcini, giallista scaligero che piace tanto a Natalia Aspesi, Robinson ci mette sotto gli occhi dati inequivocabili: dappertutto si fa musica in Italia anche dove uno non se l'aspetta, come negli aeroporti; le sale da musica ed i teatri non sono più popolati solo o prevalentemente da teste calve - come accadeva da troppo tempo, al loro posto teste rasate sì, ma per moda, e chiome fluenti; i teatri si prodigano alla ricerca di un pubblico nuovo, con programmi appositamente pensati per i giovani e le scuole; quasi ogni istituzione musicale si provvede di un programma 'educational' (sorvoliamo sulla moda del bilinguismo) per far praticare la musica strumentale o vocale ad orde di bambini e ragazzi, attraverso orchestre e cori;  ogni musica è buona - pontifica Stefano Massini che di mestiere fa il teatrante, ma s'è iscritto ad un corso per adulti assetati di musica; ed un drappello di giovani musicisti  premia, più di altre nazioni, il nostro paese: Beatrice Rana, Daniele Rustioni (Battistioni ve lo siete dimenticati?); Francesca Dego, Federico Colli, Vittorio Montalti ecc...dove c'è di tutto: compositori ,strumentisti, direttori d'orchestra. E c'è anche la scuola che finalmente s'è svegliata, con il bacio del vecchio  Berlinguer, Luigi, e mette sull'attenti a suon di musica. E già questo basterebbe a  convincerci che l'Italia è cambiata.

Ma non basta. E' sceso in pista anche 'barbapapà', per gli amici (Scalfari), dalle pagine dell'Espresso a dar man forte a Maestro Augias, riprendendo l'annosa questione del primato musicale delle nazioni: Germania o Italia, e spingendosi perfino a sintetizzare in poche chiarissime righe come è cambiata la musica oltre che in Italia nel mondo, lui che suona 'ad orecchio', come si dice.

Il Corriere, per non essere da meno, avendo visto che a Robinson era mancato un focus della giusta dimensione sulle novità scolastiche in fatto di musica, finalmente introdotte a seguito  delle indicazioni del Comitato ministeriale presieduto da Berlinguer, dedica all'argomento,  appena pochi giorni dopo Repubblica, una densa pagina, intitolata: 'Note in classe. L'ora della svolta' .

Data finalmente la stura  a raccontare il paese reale, inondato dalla musica, i giornali non passa giorno senza che ci informino di questo e quello, arrivando perfino a comunicarci quanti medium un regista, alle prese con la Lucia di Donizetti,  ha contattato per avere ragguagli sull'aldilà.

Oggi, meraviglia su meraviglia, campeggia sul Corrierone la foto di una bella direttrice che ha perfino diretto il 'concerto di Natale in Senato -  prima di lei solo Muti e Maazel  - ed anche i Berliner ( Symphoniker: sempre di Berlino sono!) ed ha convertito alla 'sua' musica Piero Pelù - pure lui?

Il Giorno, sempre oggi, nell'inserto 'Il piacere della lettura', per la rubrica 'ritratto in piedi' ( intervistano solo quelli che non svolgono lavori sedentari, o intervistano tutti ma in piedi, per non perdere troppo tempo, stando seduti comodamente?) presenta 'Michele Mariotti, la bacchetta magica', un nostro direttore che, partito dalla rossiniana Pesaro, feudo di famiglia, si sta facendo onore ovunque tanto che l'attende, già quest'estate, anche il debutto a Salisburgo, dopo quello a New York.

E per convincerci che la musica non è roba per vecchi, secondo la tesi  di alcuni giovani teorici nostrani, sempre i giornali ci hanno informati che  Zubin Mehta, ottant'anni, ha detto 'ciaone' al Maggio Musicale fiorentino;   e Santa Cecilia ha voluto un direttore ospite principale, più giovane di Pappano che si avvia alla sessantina, Mikko Franck di anni trentotto; e dal mercato dei dischi una grande rivoluzione: basta con il digitale si torna agli LP, che hanno le copertine più belle e luccicanti e forse anche un suono migliore.

 E che l'Italia è cambiata, la conferma ci viene dal summit, alla Fiera del libro di Milano, dei direttori di quattro delle principali testate giornalistiche italiane: Repubblica, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore: senza cultura, compresa la musica, non c'è futuro,: tutti d'accordo; anche se le vendite dei giornali cartacei continuano a  calare. C'è uno zoccolo duro che non mollerà mai  e premia i loro sforzi.

A Nerò, lo rifamo l'incendio de Roma? Prossimamente un musical sul Palatino

La celebre battuta di Petrolini che rappresentando l'incendio di Roma,  mostra Tigellino che riferisce a Nerone che tutto quel frastuono sotto il suo palazzo - a morte l'incendiario, gridavano i romani! - era perché i romani 'litigheno' e non perchè Roma stava andando a fuoco, non la riascolteremo nel prossimo musical che si sta già allestendo sul Palatino, a firma Migliacci, cinto di un gruppetto di nobel dello spettacolo, che andrà in scena  da giugno a settembre e che ha già ricevuto l'ok del Ministero, tanto che si sta montando palco e platea (500 posti) e presto anche le gradinate che porteranno la capienza complessiva a 3000 posti. Sul Palatino si giocherà su luci costumi e musiche; attendersi l'acume e l'ironia di Petrolini è speranza vana. Il ministero ha già ricevuto 250.000 Euro per l'uso del sito ma che potrebbe raddoppiare con il 3% sugli introiti dei biglietti venduti. Franceschini assicura che quei soldi serviranno alla manutenzione del Palatino, dove sorgeva la dimora dell'imperatore incendiario.
 E proprio sulla questione 'Nerone sì Nerone no sul Palatino' s'è incendiato il dibattito, per ora solo quello, nella speranza che presto qualcuno getti acqua sul fuoco anche del  semplice dibattito.

Mentre scriviamo ci viene in mente che già anni fa si parlò di un musical  di analogo argomento; l'avrebbe dovuto produrre l'ex sovrintendente del Petruzzelli, Pinto - se la memoria non ci tradisce. Ma poi il progetto, viste le ben note sorti del Petruzzelli, fu scaramanticamente abbandonato.

C'è chi dice che un luogo conosciuto in tutto il mondo, all'ombra del Colosseo, sacro alla memoria della civiltà romana, non può essere profanato con un musical. E noi in linea di principio, potremmo sposare un simile  parere, se facciamo leva sul ricordo di due estati fa quando sempre al Foro si ospitò un concerto OSCENO promosso e finanziato da un ricchissimo malese, il pirata, per fa sfilare, in passerella, sua moglie, di professione cantante. Con la complicità del Ministero, del Vaticano e dell'Opera di Roma.

E saremmo ancora di più in accordo con tale parere se pensiamo che  Villa Adriana a Tivoli per anni è stata concesso ad un soggetto che vi ha fatto un festivalino VERGOGNOSO; o che il magnifico Cortile di sant'Ivo alla Sapienza, ogni estate da tempo immemorabile,  viene concesso ad un'orchestrina che certamente non è il meglio che si possa immaginare in un luogo altrettanto unico al mondo.Per tutte queste ragioni diremmo: Nerone no, non  deve tornare ad incendiare, anche se soltanto  con la fantasia del pubblico, il Palatino.

Poi però, sposando in parte la tesi del Ministero, pensiamo che l'uso corretto, con spettacoli di qualità, non profani un sito storico archeologico di tale importanza; anzi potrebbe farlo conoscere meglio al mondo intero e  procurare i fondi necessari per la sua tutela. S'è già fatto al Colosseo , in omaggio a Della Valle che l'ha restaurato, con una serata di gala. Che c'è di male? Magari ci fossero tanti Della Valle, poco importa se  in cambio chiedessero di poter usufruire per qualche rara occasione dei siti che hanno restaurato, tirando fuori milioni di euro dalle proprie tasche.

Naturalmente occorre avere sicurezza che una volta smantellato palco platea e gradinate sul Palatino, nulla sia stato danneggiato e tutto torni come prima, anzi più bello e curato di prima. Già di questo, noi ci accontenteremmo.

venerdì 21 aprile 2017

Annettere o disconnettere? Questo è il problema per Roma e Milano

Fitch abbassa il rating sull'Italia a causa della 'timidezza' del governo nel proseguire sulla strada delle riforme e dell'instabilità politica, ma anche per  la mancata riduzione del debito. Ma il vero problema italiano, a dispetto delle apparenti valutazioni 'a distanza' dell'agenzia di rating, è ANNETTERE o DISCONNETTERE.  Solo a seguito delle decisioni  su tale problema, Ficht - ha già fatto sapere - tornerà a riconoscere all'affidabilità italiana la tripla A.

A Roma  il Comune è in guerra con il Governo sulla configurazione giuridica del cosiddetto 'Parco archeologico del Colosseo'. La Raggi lo vuole per sè, annesso al Comune, Franceschini invece no; a Milano si discute sull'autonomia della Lombardia, sulla disconnessione cioè dall'Italia, come vorrebbe Maroni che su tale questione ha già indetto un referendum, fissandone la data al prossimo 22 ottobre (costo una cinquantina di milioni di Euro: spiccioli per le casse della regione più ricca del paese).

Insomma c'è chi lo vuole connesso (Parco archeologico del Colosseo) e chi disconnessa (Regione Lombardia, alla quale potrebbe unirsi anche il Veneto, sotto l'unica bandiera della Lega. Perchè? Per rivendicare buona amministrazione, dimostrata già nei fatti o per mettere le mani su qualche tesoretto? Nel caso di Roma,  il Comune reclama lo sbigliettamento del Colosseo che produce annualmente una cinquantina di milioni di Euro circa; e  la Lombardia, l'amministrazione diretta delle entrate tributarie, senza che queste debbano fare un lungo giro, passando prima per Roma, che  ci fa la cresta, prima di tornare in Lombardia?

 A Bergamo, dove ieri è stata data notizia del referendum 'separatista' ( ma solo amministrativamente, perché comunque si vuole restare in Italia!!!!), Giorgio Gori ( che ebbe l'appoggio di Renzi quando si candidò a sindaco di bergamo, e che si candiderà a governatore della Lombardia) ha fatto sapere che voterà sì al referendum, preannunciando che sua moglie Cristina Parodi, passerà a lavorare a Telelombardia,  che potrebbe assumere la denominazione transitoria di 'Telemarroni'  in omaggio al tribuno separatista, lasciando la Rai .  A Roma, al contrario, tace la combattiva Michela Di Biase, moglie di Franceschini e capogruppo PD in Campidoglio, combattuta se sposare la tesi del suo maritino oppure dare man forte alla Raggi che s'è già assicurata perfino l'appoggio di Fassina, antigovernativo ad oltranza.

Perchè tanta passione politica per la  questione se annettersi o disconnettersi  nel primo o nel secondo caso? Per rivendicare,  annettendosi o disconnettendosi, una migliore amministrazione? La Raggi potrebbe vantare una amministrazione migliore di quella che garantirebbe il Governo? E disconnettendosi, la Lombardia altrettanto, di deturpazione e pèerfino di crollo magari organizzando un altro Expo, fra qualche anno, senza i soldi del governo centrale?

Se la Raggi adducesse questa ragione - ma non lo fa - vorrebbe dire che ha la faccia di bronzo. Una amministrazione che fa acqua da tutte le parti, che ha ridotto la città nello stato pietoso che è sotto gli occhi di tutti, può  convincere che il Colosseo lasciato nelle sue mani  eviterebbe  ogni pericolo e sarebbe custodito come si custodisce il gioiello di famiglia?
 E Maroni  potrebbe assicurare i suoi cittadini che la Lombardia sarebbe meglio amministrata, finalmente libera dagli scandali che solo l'assoggettamento al governo centrale ha prodotto in questi anni- secondo il suo pensiero distorto?

La verità vera di questa lotta fra autonomie e governo centrale ha un diverso fine in ambedue i casi: mettere le mani sul malloppo, senza che nessuno garantisca preventivamente  per un migliore suo uso.
 E i cittadini dovrebbero fidarsi?

giovedì 20 aprile 2017

Perchè noi dobbiamo essere costretti a difendere Tony Pappano interprete di Bach, proprio quando ne osserviamo il cammino non più da vicino?

Perchè noi , proprio noi, difensori, ma non d'ufficio, del direttore d'orchestra stabile di Santa Cecilia, nel momento in cui con la Passione secondo Giovanni di Bach, conclude il suo trittico bachiano , dopo la Passione secondo Matteo e la Messa in si minore delle passate stagioni? Perchè proprio noi che, dopo averlo biografato, esattamente dieci anni fa, ci siamo da lui allontanati, per necessità contingenti?
Perchè leggendo ciò che ci  capita di leggere di lui, abbiamo fatto un salto 'di indignazione' dalla poltrona.

Il Corriere di oggi, a firma Enrico Girardi che, come tanti altri è stato in questi anni un  cantore  puntuale e indefesso delle sue gesta, ci propone la recensione appunto della Passione secondo Giovanni di Bach da lui diretta la passata settimana, con il titolo :" La rara bellezza della Passione secondo Giovanni". Dal quale titolo, anche il lettore più distratto dovrebbe essere messo sull'avviso che l'illustre recensore abbia ad esaltare nel suo compitino settimanale la lettura che ne ha dato Pappano. E invece no. Gira alla larga ma poi gli dà il colpo di grazia. Insomma quella 'bellezza' che il lettore sprovveduto avrebbe attribuito, stante il titolo, alla lettura di Pappano è stata proprio da Pappano 'sacrificata'.

 A firma Enrico Girardi, del quale andrebbe letto in sinossi quel che scriveva, nelle passate stagioni, per i primi due pannelli bachiani del trittico a cura di Pappano, per capire se ha cambiato radicalmente idea o no ( a noi sembra di sì), non ricordiamo di aver letto qualcosa di simile a ciò che ha scritto ora sulla Passione secondo Giovanni.  Pappano nulla ha cambiato, di recente, nel suo approccio stilistico a Bach; ha dovuto scegliere una via di mezzo fra le letture del passato (romantiche, anche per le orchestrone) e quelle presenti ( cosiddette filologiche, smilze, frettolose, con organici ridotti in nome di una recuperata agogica più aderente a i tempi, ma sempre con strumenti 'originali': il grande equivoco dei nostri tempi!). Nulla ha cambiato, nè poteva cambiare, una volta accettato che l'orchestra è la sua, e lo stile di canto è quello che è e non potrebbe essere altro, e del quale tutti danno atto a Pappano di conoscerlo e coltivarlo.
 E allora perchè rimproverare ora a  Pappano di non aver risolto il rebus della filologia?

Noi, tanto per far sapere (se interessa) come la pensiamo,  confessiamo che, pur apprezzando le conquiste della moderna filologia esecutiva,  e premesso che a noi, in qualunque modo lo si faccia Bach piace sempre, nel paragone fra uno qualunque degli interprete cosiddetti 'filologici' che oggi vanno per la maggiore, della Messa in si minore, e Carlo Maria Giulini, del quale abbiamo ancora nelle orecchie una  delle sue  ultime registrazioni, non esitiamo a preferire quella di Giulini.  Rapinosa, profonda, meditativa pur con con una  orchestrona e fottendosene della cosiddetta filologia esecutiva.

Se Repubblica e Corriere la trattano così male (la MUSICA), gli altri ( giornali) che faranno?

La cura,  la diligenza ma anche l'intelligenza e la fantasia che i giornali non mettono mai nel titolare reportage, recensioni o presentazioni di contenuto musicale  fanno letteralmente a pezzi ogni nostro proposito di speranza in un quotidiano migliore. Talvolta sembrano fare a gara a chi dice più castronerie.
 Oggi ad esempio,  sia Repubblica e Corriere sembrano fare a gara di inesattezze, nel presentare il concerto sinfonico settimanale dell'Accademia di santa Cecilia, con ha in  programma Beethoven ( Concerto n.3 per pianoforte e orchestra)  e Bartok (Concerto per orchestra), ed  interpreti  il direttore Valchua ed il pianista Borhanov.
 Si poteva titolare in mille modi tutti aderenti e tutti meno scemi di quelli prescelti, e invece no.  Repubblica ha titolato: " Valcuha-Bozhanov, sonate per Beethoven", sebbene sonate non ve ne siano in programma; e semmai 'sonati' sono i redattori del quotidiano; e il Corriere:" Bozjhanov e Valcuha, piano e bacchetta per Bartok e Ludwig", dando per scontato che in molti capiscano che bacchetta sta per direttore e Ludwig per Beethoven, perché qualcuno, più intelligente di altri e di altri più addentro alla storia della musica potrebbe anche pensare che dopo Bartok e Beethoven ci sia anche un certo Ludwig in programma.
 Questi titoli veramente scemi ci fanno venire in mente quanto abbiamo letto, per anni, nei fantasiosi comunicati che ci venivano dall'Accademia di Santa Cecilia, dove capitava di leggere che il tale violinista avrebbe 'affondato' l'archetto nelle corde , o il tale pianista,  che anche lui 'affondava' le mani/ dita fra i tasti (chissà se poi riusciva a tirarli fuori indenni) e molto altro che ora ci sfugge, mentre in verità chi andava 'affondato' era l'estensore di detti comunicati che venivano nientemeno che dall'Ufficio stampa della più antica istituzione musicale del mondo, come l'Accademia va sempre vantandosi, pur non essendo più all'altezza dei fasti passati.
 Questo linguaggio approssimativo, inutilmente colorito ci ha fatto sempre senso; noi che amiamo il linguaggio chiaro diretto esplicativo.
 E per questa stessa ragione abbiamo spesso ironizzato sulla titolistica giornaliera di 'Agorà' ( Rai Tre)  dove ci deve per forza essere qualcuno addetto solo ed esclusivamente a inventarsi titoli idioti, puntndo su giochi di parole, assonanza e cose a bar, per indicare l'argomento del giorno.
 Come pure riso a crepapelle quando abbiamo letto dell'ultima invenzione  di Giovanni Floris per  titolare l'appendice 'artistico-culturale' del suo 'di martedì':, e cioè: ARTEDI'

mercoledì 19 aprile 2017

Lettera al direttore di Music@

Caro direttore,
se fossi un giornalista e dovessi dare un titolo a questa mia, la intitolerei così:’ “A Ceci’, che te serve?”; sono, invece, semplicemente un operatore musicale che però non intende rivelare il suo nome per la delicatezza della materia, che in qualche modo mi vede coinvolto. Perdoni il tono scherzoso del titolo, ma la sostanza di questa ma lettera la accosta immancabilmente a quella frase ormai storica indirizzata a Franco Evangelisti . Le voglio parlare delle candidature alle recenti elezioni dei nuovi Accademici di Santa Cecilia, la gloriosa storica istituzione musicale della capitale, la cui orchestra ha da poco festeggiato i primi cento anni di attività stabile.
Il 4 aprile scorso si sono tenute le prime votazioni; non ne conosco l’esito e, sinceramente non mi importa quale che esso sia. Ciò che mi sta a cuore è segnalarle il fatto che i candidati appartegono tutti ( o quasi) a quella schiera di persone che possono beneficiare in qualunque modo l’Accademia, oltre naturalmente che trarne beneficio da tale elezione, specie in relazione alla sovrintendenza, in qualità di aspiranti, giacchè se non si passa attraverso l’accademia non si può essere eletti presidenti-sovrintendenti.
L’elenco è così composto: Claudia Antonelli ( arpa), Alfonso Ghedin ( viola), Cerocchi (architetto), Fabio Biondi ( violino e direttore), Flavio Emilio Scogna (compositore e direttore), Andrea Lucchesini ( pianoforte), Enzo Restagno (musicologo), Laura De Fusco (pianoforte), Michele Dall’Ongaro( compositore).
Inutile che sottolinei come tutti siano persone degne, anche se non tutti in egual misura. Nel caso della Antonelli, De Fusco, Ghedin, trattasi del meritato riconoscimento di una carriera ormai conclusa; nel caso di Biondi, Lucchesini, invece, di una carriera in pieno fulgido svolgimento –ma, come loro, ve ne sono parecchi altri meritevoli di simile riconoscimento. Perché alcuni sì ed altri no? Evidentemente le ragioni non sono del tutto chiare, e forse attengono alle modalità della presentazione delle candidature che vengono fatte da altri accademici, o quantomeno ad alcuni accademici suggerite, in ragione - ecco il perché del titolo - di quanto possono offrire in cambio all’Accademia. Tanto per essere chiari: Flavio Emilio Scogna fa sì il compositore, ma tanti altri compositori molti più importanti di lui sarebbero meritevoli di entrare in Accademia. Perché allora lui? Forse perché è uno dei membri della Commissione centrale musica, di quella commissione cioè che esprime pareri al ministro sulle richieste di finanziamento e sull’equità delle medesime?
Analogo è il caso di Dall’Ongaro, la cui notorietà – mi permetta- senza la sua responsabilità della musica a Radio Tre - sarebbe di molto scemata. Lo si vuole compensare per le riprese che effettua dalle stagioni ceciliane?
E l’architetto Cerocchi – persona degnissima e meritevole di un monumento per quello che ha fatto e continua a fare a Sermoneta. Lo hanno presentato alcuni accademici che insegnano da decenni nei corsi al castello. Ma cosa c’entra Cerocchi con gli Accademici ceciliani?
E poi Restagno , i cui meriti di organizzatore musicale ( settembre Musica ecc…) hanno consigliato a molti compositori presenti in questa come in altre rassegne affidate a Restagno , a candidarlo - a mò di ringraziamento!
Bastano queste poche annotazioni per capire come le candidature dei nuovi accademici ubbidiscano di fatto a criteri del tutto differenti da quelli per cui tale consesso nacque, e cioè a dire : gratificare coloro che si erano distinti in campo musicale, nei vari settori, i quali con la loro presenza davano lustro a loro volta all’Accademia.
A questo punto forse occorre convincersi che le cose sono cambiate. E per sempre.
Lettera firmata
Nulla da aggiungere a quanto affermato dall’informatissimo mittente( P.A.)


Lettere come macigni che denunciano l'ascesa di dall'Ongaro a Santa Cecilia, col favore di Cagli. Le ripubblichiamo integralmente

Lettera aperta ai colleghi Accademici di Santa Cecilia

Il canto gregoriano, base della grande civiltà musicale dell'Occidente, la polifonia sacra e profana, le prime espressioni dell'opera in musica, l'oratorio sacro che da Carissimi approda a Refice e a Perosi fanno parte di quella grande tradizione musicale romana alla quale io ho potuto dare il mio modesto contributo. Le maggiori istituzioni che nei secoli hanno valorizzato e trasmesso questa tradizione sono la cappella Musicale Pontificia (Sistina) e la Congregazione dei musici, poi Accademia di S. Cecilia. Purtroppo, da oltre due decenni la tradizione musicale romana è totalmente trascurata dalle Istituzioni locali, in primis dall'Accademia la quale dovrebbe riservare una parte dei suoi programmi allo studio e all'esecuzione delle composizioni di questa tradizione della quale peraltro si vanta nei messaggi promozionali relativi alle proprie attività concertistiche dove spesso appare il volto di Palestrina, principe della musica. Basterà ricordare tra le tante omissioni, l'indifferenza riservata all'anniversario della nascita di Carissimi. Notevole spazio alla polifonia veniva dato dall'Accademia negli anni '60 quando la Cappella Sistina da me diretta era presente annualmente nella stagione dei Concerti. Successivamente, per non doversi avvalere di una istituzione esterna si pensò a ragione di far eseguire il repertorio polifonico al Coro dell'Accademia e io stesso per molto tempo ne ho curato settimanalmente la preparazione in vista di importanti esecuzioni in ltalia e all'estero. Accanto a questo impegno ho potuto prestare il mio contributo - spesso gratuitamente - in diverse occasioni nelle quali l'Accademia ha voluto presentare miei lavori sinfonico corali. Il tutto ad indicare quanto grande sia stata la mia affezione per il prestigio di una Istituzione che viveva in un clima di condivisione, collaborazione e confronto tra gli Accademici. Per quanto mi riguarda figuro tra di essi come compositore ma l'Accademia non ha più ravvisato l'opportunità di programmare niente di mio, né volle salutare con un semplice e formale biglietto di congratulazioni la mia nomina a cardinale che non per me ma per l’Istituzione avrebbe dovuto essere di vanto ed orgoglio! Confesso che mi avrebbe fatto piacere poter condividere con voi tale evento del tutto inatteso. Questa assenza di attenzione, ai limiti del dispregio, contrasta con le reiterate e spontanee promesse di inserire mie musiche nella programmazione, espresse più volte nell'ultimo decennio con forte impegno a me o ai miei collaboratori, specialmente in occasione delle elezioni per il rinnovo della carica di Presidente... A 96 anni e come Accademico più anziano di nomina - nel 2015 saranno 50 anni - mi sento in dovere di esternare a voi queste considerazioni personali con le quali non desidero tanto lamentare il trattamento a me riservato del quale poco mi importa, quanto invitarvi a una seria riflessione sul futuro dell'Istituzione di cui tutti e ciascuno di noi siamo parte essenziale. Con rammarico noto che diversi colleghi non prendono parte, forse per disaffezione, alle votazioni, che lo spirito di condivisione del quale accennavo poco sopra è da tempo sparito, che fra le proposte di nuovi accademici appaiono a volte nomi del tutto inappropriati, e che non è più possibile discutere della programmazione la quale ci viene comunicata senza poter esprimere alcun parere. Profondo disagio mi è stato manifestato da vari colleghi anche per le recenti votazioni del Consiglio di Amministrazione tenutesi per alzata di mano e non a scrutinio segreto. Non è questo lo spirito di una Istituzione che dovrebbe tenere in massima considerazione il corpo degli Accademici, ma solo con l'impegno di tutti sarà forse possibile sanare una situazione che molti non ritengono più compatibile con la storia e le peculiarità dell'Accademia di Santa Cecilia. Con i migliori auguri.
Domenico Bartolucci
(Roma, 26 giugno 2013)


Agli Accademici di Santa Cecilia
Cari colleghi,
mi è giunta come credo a tutti voi la lettera del M° Bartolucci che francamente non mi sarei mai aspettato, dando per scontato che lui potesse essere più o meno in linea con l'attuale gestione dell'Accademia. In realtà questo viene palesemente smentito e il fatto che una tale personalità abbia espresso una critica aperta cosi puntuale mi rallegra e mi rafforza nelle mie opinioni critiche che purtroppo non posso esprimere con la stessa franchezza. Il trattamento personale che è stato riservato al Maestro non è comunque un’eccezione e non mi meraviglia, poiché specie dopo le ultime elezioni dovremmo sapere tutti quante promesse e quante telefonate siano state fatte a molti di noi al fine di guadagnarsi - in un modo che lascio a voi definire - un voto che forse senza tali manovre non si sarebbe espresso. Prendendo spunto dall'accaduto e dalle elezioni dei nuovi accademici che ricorreranno da qui a pochi giorni mi sento di invitare TUTTl a votare, poiché TUTTI facciamo parte di questo corpo e dobbiamo sentire la responsabilità di come l'Accademia viene gestita ed amministrata senza disinteressarcene. Personalmente ritengo che un segnale forte sia quello di votare scheda bianca anche per non permettere che ancora una volta, a causa dell'assenza di molti di noi, siano elette senza il necessario ampio consenso alcune persone verso le quali si può avere la massima stima e considerazione per l'operato svolto, ma che non hanno i giusti requisiti per far parte del corpo degli Accademici. Questo potrebbe costituire l'inizio di un percorso critico costruttivo per il futuro. Mi dispiace dover rimanere nell'ombra e di questo mi scuso con tutti ma la situazione presente non lascia spazio ad un confronto libero e sereno tra di noi.
Lettera non firmata



Agli Accademici di Santa Cecilia
Cari e stimati colleghi,
le tre lettere che ho ricevuto in queste ultime settimane mi hanno fatto molto riflettere sulla situazione attuale della nostra Accademia. Sono accademico da molti anni, un riconoscimento di cui sono orgoglioso, ma con molta e fraterna sincerità devo dirvi che il contenuto delle lettere ha risvegliato dentro di me, e spero in molti di noi, quella parte di coscienza etica e morale che per molto tempo si è assopita. Alle ultime elezioni ho votato il nostro attuale Presidente, come ho sempre fatto, confesso che la tentazione di votare Battistelli è stata molto forte, ma alla fine mi sono lasciato convincere dalle parole del nostro Presidente che mi ha fatto previsioni catastrofiche qualora ci fosse stato un cambiamento di Presidenza.
Durante la campagna elettorale sono state fatte promesse a molti di noi, di suonare, di essere eseguito, di pubblicare, di dirigere…Promesse quasi mai rispettate tranne con quelle persone che possono tornare utili al nostro Presidente, per esempio creare crediti con i nuovi Accademici oppure assecondare i capricci artistici ed economici di Abbado… Pollini…
Per molti di noi Accademici è umiliante essere considerati come coloro che chiedono sempre, ma ricordiamoci che il nostro Presidente non ci risparmia mai le sue continue false lamentele per un ruolo che vuole e che conserva da vent’anni e che non vuole assolutamente lasciare.
Sono contrariato dalla promozione/pressione che il Presidente ha fatto per far eleggere la Dottoressa Bini. Come pure trovo inelegante e inopportuno come il Presidente sta preparando la sua successione nel segno della continuazione con un imbarazzante appoggio all’onnipresente Dall’Ongaro che con la sua spropositata ambizione ci è stato presentato come “persona affidabile e utile, nipote di Claudio Abbado e dirigente Rai… e quindi porta un po’ di denaro nelle casse dell’Accademia” ( queste sono parole tue, Presidente).
Ai miei tempi si diventava Accademici per meriti artistici e non perché si è nipoti di… o dirigenti Rai. No, caro Bruno, questa volta non ti seguo. Hai aperto le porte dell’Accademia a politici e imprenditori per restare ben radicato sulla tua poltrona e rimango basito quando vedo alcuni Accademici che ti applaudono per quello che hai fatto. E’ paradossale!
Il nostro presidente in alcune occasioni critiche o di tensione ha fatto chiedere ad altri Accademici un segno di conferma e fiducia per la sua persona e per il suo operato e questo è stato chiesto per alzata di mano. Come pure ha fatto eleggere gli Accademici dell’attuale CDA proponendo ai pochi presenti all’Assemblea di farlo per alzata di mano. Queste sono situazioni dove il voto deve essere sempre a scrutinio segreto, senza l’ipocrisia e la farsa di chiedere agli Accademici cosa preferiscono fare, offrendo loro una falsa libertà di scelta. E’ una questione di trasparenza e di correttezza.
Purtroppo anch’io, come il ‘collega anonimo’ non ho la forza di firmare questa lettera e credetemi mi dispiace molto. Questo è il clima che ci troviamo a vivere all’interno della nostra Accademia, temere di esprimere le proprie opinioni e poi di pagarne le conseguenze. Mi auguro che in futuro possa esserci un vero cambiamento per il bene della nostra Accademia.
PS. Come sapete il nostro amico Sergio Perticaroli è molto malato e vi assicuro che non è in grado di poter compilare nessuna scheda.
Lettera non firmata 
(10 luglio 2013)



Agli Accademici di Santa Cecilia
Cari Colleghi,
il risultato più triste della presidenza Cagli è la disaffezione che si è diffusa tra noi. Ormai la vita dell'Accademia è cosa che riguarda un'esigua minoranze di colleghi, mentre la gran parte di noi si tiene lontana dalle occasioni in cui viene deciso il futuro dell'istituzione: perché partecipare quando si conosce già il risultato? Alla vigilia delle scorse elezioni vi avevo inviato una lettera che qualcuno di voi forse ricorderà, nella quale auspicavo una svolta che recuperasse all'Accademia una vitalità, un dinamismo indispensabili alla sua sopravvivenza. Così esponendomi, mi sono condannato alle proscrizione: infatti sono stato escluso dal cartellone dei concerti sine die. A quanto mi risulta, non sono il solo a ricevere tale trattamento. Scrivo questo per dirvi che l'altra faccia delle promesse elettorali (sistematicamente elargite, assai spesso non mantenute) è l'isolamento. Chi non vota per il Presidente o per i candidati che lui suggerisce, merita una punizione....... Spero anch'io come il Cardinale Bartolucci e il nostro anonimo collega che sia arrivato il momento di prendere coscienza della necessità di una forte reazione alla decadenza etica nella quale l'Accademia sta affondando. La causa principale di essa è l’affezione al potere, che si autoalimenta in assenza di un'energica dialettica interna e che non teme di ledere la dignità degli Accademici attraverso atteggiamenti degni della peggiore politica. Che brutta aria che si respira in Accademia! Non rassegniamoci al suo declino! Vostro
Michele Campanella




Al Presidente e agli Accademici di Santa Cecilia
e p.c. ai Professori del Coro e dell'Orchestra, al Collegio dei Revisori
Cari colleghi,
dopo la pausa estiva desidero nuovamente rivolgermi a Voi per alcuni necessari chiarimenti riguardo alla lettera da me inviata prima dell'estate. Anzitutto voglio ringraziare i colleghi che mi hanno telefonato e scritto, manifestando comprensione e condivisione dei contenuti da me sollevati. Non credevo che un così grande numero di accademici condividesse le mie stesse perplessità sulla situazione. Come sapete, alla mia sono seguite due lettere anonime e la minuta di Campanella. Le lettere anonime mi hanno amareggiato. Vi rendete conto di cosa significa scrivere una lettera e non volerla firmare? Significa trovarsi in una situazione di disagio, dove il dialogo ed il confronto sereno si avverte come non possibile; significa essere consapevoli che uscire allo scoperto può determinare conseguenze che non si vogliono affrontare quali l'emarginazione e l'esclusione. Verso questi colleghi che sono sicuramente più giovani di me e impegnati nella loro professione non mi sento di esprimere in alcun modo biasimo o critica per non averci fatto conoscere i loro nomi, ma piuttosto comprensione. Ben più esplicito è stato Campanella che come me ha voluto rendere noto quanto a lui personalmente accaduto e le tristi conseguenze alle quali è andato incontro. Di esse mi dispiace. Sono certo che tutti voi abbiate compreso l'ampiezza della mia critica sull'attuale situazione dell'Accademia una critica che è molto difficile restringere alla caricatura di un compositore che si lamenta poiché non viene eseguito... Caro Presidente, i miei lavori sono stati eseguiti in Accademia fin dal 1963 e sono soddisfatto di quanto ho potuto fare per questa Istituzione, senza dover mai andare a pietire alcunché per l'esecuzione delle mie musiche e per tutte le volte che sono stato invitato a dirigere concerti di polifonia. Ed è proprio qui che voglio chiarire a tutti in modo definitivo quanto mi è capitato personalmente. Caro Presidente, dopo la scomparsa di Luciano Berio, tua sponte, sei venuto da me con delle bottiglie di champagne prima delle elezioni che ti videro nuovamente a capo dell'Accademia presentandomi il tuo desiderio di affidarmi delle esecuzioni di Palestrina (parlavi della Missa Esacordalis, ricordi?). Tutto questo è caduto nel vuoto come anche la Commissione su Palestina nella quale hai voluto inserirmi. Sono mai venuto a ricordartelo? No. Da quell'incontro sono ripresi i nostri contatti anche riguardo alla mia musica e credo che per un accademico compositore sia umana e legittima l'aspirazione ad essere eseguito. Tu però ogni anno promettevi, salvo poi dire che quello successivo fosse già occupato dalla programmazione fatta da Berio... Questo ritornello ti ha giovato per un po' di tempo, ma ti rammento che anche prima delle ultime elezioni sei sempre tu che hai telefonato per prendere contatto con me, e il Dott. Biciocchi, Segretario Generale della Fondazione che porta il mio nome e con il quale spesso vi siete incontrati, è venuto nel tuo ufficio e ha scritto “CAGLI" sulla scheda elettorale sotto i tuoi occhi. Tu stesso gli confidavi che nella prima votazione non eri stato eletto poiché "due scemi" - parole tue - si erano auto votati (mi pare di ricordare che Perticaroli e Petracchi presero un voto ciascuno dunque forse ti riferivi a loro) e che Battistelli non era capace “nemmeno di organizzare un concerto” per cui con lui l'Accademia sarebbe precipitata in chissà quale catastrofica situazione. Nello stesso incontro ti impegnavi con una stretta di mano ad eseguire il mio Stabat Mater dando il tutto come cosa fatta e dicendo: "è un impegno che prendo con lei, che mi importa io intanto programmo, poi chi viene dopo di me se lo trova". A quanto so, telefonasti seduta stante ad un tuo collaboratore dicendo che c'era lì pronta la partitura di Bartolucci da mandare in produzione. Dunque come vedi il tutto è partito da te e dal tuo modo di fare che apprendo essere abbastanza comune. Lo scorso l0 luglio quando hai rincontrato il Dott. Biciocchi che recapitava le mie schede in Via Vittoria per la votazione, ti sei lamentato della mia lettera definendola "menzognera" e gli hai chiesto se c'era qualche impegno formale disatteso da parte tua. Beh!, caro Presidente, questo lo giudico della più estrema gravità. E’ vero, sì, sulla carta non hai preso alcun impegno formale, ma nella mia etica di vita e professionale quanto hai fatto e detto è formale allo stesso modo. Anche l'avergli ribattuto: "Si, avevo promesso!" come a dire che dopo la mia lettera tale impegno non contava più nulla mi fa rabbrividire. Chi ti dà questo potere su di noi? Chi ti concede questa autorità di mortificarci nelle nostre aspirazioni umane ed artistiche, di disattendere ad impegni che tu stesso prendi? Chi ti consente di considerarci soggetti utili in campagna elettorale e poi non più? Cosa conta per te la parola data? Riguardo a questa situazione ti chiedo la cortesia se puoi, di non lavarti le mani con due parole, descrivendomi come un povero compositore mortificato perché non lo sono affatto. Il non essere eseguito in Accademia può dispiacermi, ma l'essere preso in giro in questo modo è inaccettabile. Peraltro rendo noto che nel mese di luglio u.s. ho presentato la richiesta di ricevere a mezzo mail, fax o posta copia dei verbali delle ultime tre Assemblee degli Accademici e, appena approvato, di quella del l0 luglio. La documentazione mi è stata negata dall'Accademia a motivo di “ovvie ragioni di riservatezza” che impedirebbero l'invio di verbali, disponibili per la consultazione presso la sede dell'Auditorium. Pur ritenendo molto strana tale ragione di riservatezza che impedirebbe di spedire dei verbali ad un accademico, lo scorso 3 settembre ho rinnovato la domanda, delegando il mio Segretario a recarsi presso detta Sede. Ad oggi non so ancora quando potrò essere accontentato e messo in condizione di poter esercitare i miei diritti e i miei doveri. Per coscienza riformulo espressamente la richiesta ai sensi e per gli effetti della legge che consente l’ "accesso agli atti", con la motivazione di voler comprendere i dubbi da molti verbalmente sollevati circa un possibile conflitto di interesse e/o incompatibilità esistenti, quale ad esempio quella eventuale del collega Michele dall' Ongaro che, a prescindere dalla stima che merita, è stato eletto Consigliere d'Amministrazione e Vice Presidente pur conservando i numerosi ruoli - a dire di molti confliggenti - che ricopre in ambito musicale (tra gli altri Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI e Responsabile della Programmazione Musicale di RAI Radio-Tre). Poiché alcuni colleghi si sono lamentati con me riguardo a ventilate altre deleghe recentemente attribuite allo stesso Maestro e, pare, ulteriormente confliggenti, desidero documentarmi su quanto accaduto nelle ultime assemblee. Il nostro Statuto - sull'osservanza del quale vigila il Collegio dei Revisori - prevede infatti l'astensione per il consigliere di amministrazione che ha rapporti di dipendenza con persone ed enti che possano avere interessi in conflitto con quelli della Fondazione (art. 7). Caro Presidente, io ormai sono vecchio e purtroppo la mia salute precaria non mi permette di venire a far sentire la mia voce di persona come sai che farei, ma questo scritto vuole costituire l'ultimo mio intervento su una situazione penosa che ha determinato prostrazione, disaffezione e malessere all'interno di una delle più prestigiose realtà musicali del nostro Paese, ove figurano i più illustri musicisti italiani. Mi hai profondamente deluso poiché con il tuo operato hai costretto molti accademici ad una umiliazione che nessuno di noi merita ed hai contribuito al decadimento dell'Accademia intitolata a Santa Cecilia patrona della musica sacra.
Con richiesta di protocollo.
Domenico Bartolucci
( Roma,26 giugno 2013)



Di come Michele dall'Ongaro fu eletto accademico di santa Cecilia, secondo la rivelazione di Irma Ravinale

Edgar Alandia, Paolo Arcà, Mauro Cardi, Matteo D'Amico, Marco Frisina, Ada Gentile, Rosario Mirigliano sono i musicisti meglio riusciti, diciamo così, della scuola,  sempre affollata e apprezzatissima di Irma Ravinale, (dove si imparava davvero il mestiere del comporre!). Insieme, domenica prossima, Le rendono omaggio con un concerto di pezzi a Lei dedicati, in occasione di una commemorazione della musicista/insegnante, accademica di Santa Cecilia. L'organizza la Fondazione 'Donne in musica' di Patricia Adkins Chiti, con il patrocinio dell'Accademia di santa Cecilia che, nella persona di Michele dall'Ongaro, suo attuale sovrintendente, aprirà la commemorazione, ufficialmente tenuta poi da Agostino Ziino, accademico ceciliano e amico di Irma Ravinale.

La cosa più strana di tale commemorazione è dall'Ongaro che ricorda Irma Ravinale. La ragione di tale stranezza intendiamo qui segnalare.
Irma Ravinale che noi sentivamo per telefono più spesso di quanto non la frequentassimo, ci raccontò per filo e per segno come andò la votazione degli accademici, quando elessero dall'Ongaro accademico di santa Cecilia, passaggio indispensabile per arrivare dove è arrivato ora, e cioè al vertice dell'Accademia.

Questa storia la rendiamo pubblica solo ora perché la commemorazione in programma ce ne dà l'occasione e perché sicuramente la povera Irma non avrebbe gradito sentirsi elogiare da uno dei suoi più acerrimi nemici, la cui disinvoltura nella scalata professionale Lei non ha mai digerito, in aperto contrasto con Bruno Cagli che invece l'ha favorita, aiutata e spinta fino alla successione.

Adesso che Irma non c'è più, ci siamo decisi a raccontarla. La nostra rivelazione non potrebbe più danneggiarla in alcun modo, come sarebbe potuto accadere quand'era in vita. E non potrà danneggiare neanche altri, vivi e vegeti, dei quali non diremo i nomi, coinvolti nello spoglio delle schede, durante il quale ci fu, testimone Irma Ravinale, una irregolarità, a norma di statuto.

Perchè non l'abbiamo fatto prima? In realtà da tempo  abbiamo rivelato ai principali protagonisti, e cioè a Michele dall' Ongaro e a Bruno Cagli, allora sovrintendente, che eravamo a conoscenza della cosa;  lo facemmo, la sera stessa in cui la Ravinale ci narrò l'accaduto, attraverso due mail loro inviate nelle quali però non rivelammo il nome della suggeritrice. Ad Irma l'avevamo promesso, e Cagli e dall'Ongaro ci sembrarono averci creduto. Fino ad oggi.

Le cose andarono così. Una sera a concerto, era il 2008, a poche ore di distanza dalla votazione incriminata - Irma sapeva che dall'Ongaro ci aveva querelato per calunnia (dall'Ongaro perderà la causa; ma questa è storia che i nostri lettori conoscono già, avendo letto la sentenza del tribunale dell'Aquila che ci scagionò completamente) e per questo ci riferì la storia - in Sala Sinopoli, all'Auditorium, incontrammo Irma Ravinale, la quale immediatamente ci raccontò l'accaduto. I due scrutatori che avevano effettuato lo spoglio delle schede per la nomina dei nuovi accademici - di cui la Ravinale ci fece nome e cognome e che noi ricordiamo bene, ma non riferiremo, lo abbiamo premesso - avevano conteggiato anche una scheda evidentemente nulla, perché rivelava il nome del/della votante, che naturalmente non era Irma Ravinale, perchè Lei non aveva certamente votato dall'Ongaro che non vedeva di buon occhio, non condividendo neppure la benevola politica di Cagli nei suoi confronti. Quella scheda, conteggiata irregolarmnete, concesse a dall'Ongaro il voto che gli mancava per entrare nel consesso degli Accademici. Irma - così ci riferì e noi riferiamo parola per parola - chiamò un noto Accademico raccontandogli dell'accaduto - ed ambedue si accordarono per chiamare Cagli e metterlo a conoscenza della cosa. Cosa accadde dopo è cosa nota. Lo spoglio delle schede fu dato per buono, quella irregolarità non venne presa in considerazione, e dall'Ongaro, per un voto, quel voto che avrebbe dovuto essere annullato, stando la testimonianza della Ravinale, divenne Accademico di Santa Cecilia.

Torniamo alla sera della rivelazione. Mentre la Ravinale ci riferiva l'accaduto, dal retropalco si vide sbucare Cagli il quale osservò di lontano noi due, me ed Irma, parlare. Noi salutammo la Ravinale e prendemmo posto. Cagli appena a tu per tu con la Ravinale, le chiese a brutto muso: non avrai mica raccontato la storia dell'elezione di dall'Ongaro ad Acquafredda? Lei naturalmente negò. Fra parentesi, la Ravinale faceva il doppio gioco. Ce ne accorgemmo in seguito e glielo facemmo notare, con disappunto. Con Cagli ufficialmente andava d'amore e d'accordo, (lui la candidò al Premio Presidente della Repubblica, anni dopo) ma poi lo criticava per qualche verso, principalmente per l'ascesa di Michele dall'Ongaro che Lei non apprezzava come musicista e del quale biasimava il farsi largo nelle istituzioni vantando il suo incarico di prestigio a Radio Tre, e cioè responsabile della musica.

Forse serve aggiungere, a questo punto, che poco più di un anno prima della fine del mandato di Cagli, giunsero agli Accademici di Santa Cecilia, lettere aperte zeppe di accuse molto pesanti nei suoi confronti; gli si rimproverava la scarsa considerazione degli Accademici per la gestione di Santa Cecilia, che egli gestiva con disinvoltura, ma anche lo spazio dato a dall'Ongaro, fresco accademico, giustificandolo con questi precisi termini: attraverso Radio Tre può dare un aiuto, anche economico, all'Accademia, e poi non dimentichiamo che è imparentato con Claudio Abbado - così s'era giustificato Cagli con chi gli faceva notare la troppo veloce ed immeritata ascesa di dall'Ongaro in Accademia, con la sua (di Cagli) benedizione (quelle lettere, fra cui una anche del card. Bartolucci, noi le abbiamo pubblicate tutte e integralmente sull'ultimo numero di Music@ affidato alla nostra direzione, che l'attuale direttore del Conservatorio dell'Aquila, vietò di pubblicare, alla fine del 2013).

Durante tutto il concerto pensammo a quello che ci aveva detto Irma, anche perché nel frattempo era giunto, in Sala Sinopoli, anche Michele dall'Ongaro, in compagnia, e aveva preso posto proprio alle nostre spalle.
Alla fine del concerto, appena a casa, nonostante l'ora tarda, ricevemmo una telefonata della Ravinale la quale ci riferì del colloquio avuto con Cagli e della sua risposta negativa. Ma prima di salutarci, ci raccomandò - come era ovvio ma anche superfluo - di non fare mai il suo nome. Promessa mantenuta fino ad ora.
Attaccammo il telefono e ci mettemmo al computer. Scrivemmo due mail, una a dall'Ongaro e l'altra a Cagli, al suo indirizzo in Accademia, l'unico che utilizzavamo per comunicare con lui (sicuramente ambedue l'avranno conservata; per dall' Ongaro siamo certissimi perché,  alcuni anni fa, ci rimandò senza una parola di commento, a mò di avvertimento, una mail che gli avevamo inviato anni prima, e che noi non avevamo più, nella quale gli avevamo detto di un suo sgarbo nei nostri confronti, attraverso Radio Tre, e che terminava con queste parole: a buon rendere!).
Non è difficile immaginare cosa scrivemmo in quelle due mail. A dall'Ongaro facevamo notare che solo una irregolarità lo aveva fatto accogliere fra gli accademici; e a Cagli di non essere andato fino in fondo alla denuncia della Ravinale.
Nessuno dei due ci rispose, naturalmente. Sarebbe stata una ammissione della irregolarità, visto che la nostra mail era circostanzata, con nomi cognomi e particolari. Ma qualche giorno dopo, incontrandolo in Sala Santa Cecilia, per un concerto, Cagli ci disse: "le cose non sono andate come tu mi hai scritto". Pura, ma imbarazzata difesa d'ufficio! Lui non poteva sapere che ce le aveva riferite persona presente  allo spoglio incriminato e degna di fede, come Irma Ravinale.

Qualche tempo dopo riprendemmo il discorso con un altro accademico che faceva parte del Consiglio accademico che aveva ratificato, come da statuto, il risultato delle elezioni, che non era stato presente allo spoglio, ma che sicuramente era stato avvertito della faccenda dalla Ravinale della quale egli era molto amico. La sua risposta fu che una volta che il Consiglio accademico aveva approvato l'esito della votazione la cosa era regolare. Il suo ponziopilatismo non è necessario neppure sottolineare. Del resto senza un simile atteggiamento, nonostante il valore, ma anche senza di quello, sarebbe difficile restare a galla per molto.

Perché riveliamo ora, proprio ora, quella storia passata, intendiamo rispondere.

Perché alla Ravinale non possiamo recare alcun danno; e non rivelando i nomi degli scrutatori, complici, non rechiamo danno neanche a loro, sebbene senza il loro aiuto colpevole dall' Ongaro non sarebbe stato eletto accademico ed oggi forse non sarebbe presidente-sovrintendente di Santa Cecilia. E perché la conoscenza di irregolarità va denunciata.

Perché troviamo falso ed ipocrita da parte di dall' Ongaro aprire la commemorazione della Ravinale, ben sapendo che lei non lo stimava affatto. Per questo la povera si rivolterà nella tomba - ma noi questo non posiamo impedirglielo e non ne abbiamo colpa.

Infine, perché, abbiamo più dì un conto da regolare con dall' Ongaro, il quale da quando ha perso la causa che lui stesso ci mosse accusandoci di averlo calunniato, e dopo avergli fatto capire che noi sapevamo di quella irregolarità, anche tralasciando altri soprusi, ha cassato perfino il nostro nome dall'Accademia; negandoci il diritto di accedervi e di essere informato, nonostante la nostra professione di critico musicale.

Questo non possiamo consentirglielo impunemente, perché, al di là dei nostri personali rapporti, l'Accademia non è di sua proprietà. L'Accademia è di tutti, anche nostra. E noi non siamo più in età per avere paura di lui, ed essere a lui sottomesso, al punto da non denunciare il suo inaccettabile comportamento.