giovedì 16 novembre 2017

A Milano tutti pazzi per Sciarrino? Alla Scala, sì

Da qualche giorno, in tutta Milano, si festeggiano i settantanni di Salvatore Sciarrino, sia attraverso il festival 'Milano Musicia' che gli è principalmente dedicato, ed è tuttora in svolgimento, che per il debutto alla Scala - che gliel'ha commissionata, in coppia con la Staatsoper di Berlino, della sua nuova opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. Aspettando Stradella, oltre naturalmente alla mostra che illustra anche visivamente  il suo ormai lungo percorso compositivo, che dura da quasi mezzo secolo.

Non crediamo però che una città italiana, come Milano e qualunque altra, si entusiasmi e partecipi coralmente a simili festeggiamenti,  come ci capitò di vedere a Salisburgo, un pò d'anni fa, quando all'interno del celebre festival , l'allora direttore artistico, Markus Hinterhauser,  di recente tornato alla guida dell'istituzione austriaca, gli dedicò una sezione monografica assai ricca che spaziava dalle opere per il teatro, alla musica vocale, sinfonica, cameristica a quella per strumento solista, come il pianoforte:  Kontinent Sciarrino.  Un festival nel festival, nel quale tutta la cittadina sembrò coinvolta,  come si poteva desumere dagli striscioni per le strade, oltre che sulle facciate dei luoghi deputati, dalle vetrine dei negozi che mostravano foto, partiture, copertine di dischi e poi anche dagli  incontri e dalla master class ecc.. per celebrare, facendolo meglio conoscere, il compositore italiano. Milano saprà fare altrettanto?

L'altra sera, alla prima della nuova opera di Salvatore Sciarrino alla Scala, ascoltata a Radio 3, in diretta, si sono potuti  ascoltare i lunghi applausi che hanno salutato la fine del primo atto ed anche la fine dell'opera. Così lunghi ed insistenti, che il cronista radiofonico da Roma, era rimasto sorpreso, sentendosi obbligato a  giustificarli  con la tipologia di pubblico della serata, principalmente quello del festival contemporaneo 'Milano Musica' , abituato - voleva dire - ad 'autoflagellazioni' e  a salutare le stesse, alla fine, con applausi. Il cronista, insomma, non credendo alle sue orecchie - ma a nessuno interessava sapere cosa lui pensasse di quegli applausi - spiegava con un concentrato di idiozie la sua sorpresa.  Potremmo aggiungere che il cronista radiofonico romano era il giusto pendant di quello che commentava la serata dalla Scala. Uguale sciatteria e pressapochismo.
Ma con tutti i critici che quella sera erano a Milano - dove si era consumata nel pomeriggio, una riunione plenaria della 'venerabile confraternita' dell'Associazione nazionale di categoria - Radio 3 non si poteva affidare a qualcun'altro in grado  di condurre  con competenza e senza approssimazione la diretta radiofonica dalla Scala?

Veniamo all'opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. In attesa di Stradella, che la Scala di Lissner (e Berlino in coproduzione) aveva commissionato al musicista qualche anno fa , ma che è andata in scena solo ora, sotto la sovrintendenza Pereira.  Lissner avrebbe voluto che il compositore la consegnasse in quattro e quattr'otto, mentre invece Sciarrino voleva pensarci e lavorare con i  tempi suoi e comunque con il tempo necessario e sufficiente per elaborare e realizzare un nuovo progetto che, da quel che si è ascoltato, sembra essere molto diverso da quelli suoi, anche recenti, destinati al palcoscenico (La nuova Euridice secondo Rilke, del 2015)

 Nel frattempo, oltre a formalizzare  il progetto della nuova opera,  Sciarrino ha voluto approfondire la conoscenza  di Stradella, della sua musica, verso la quale ha sviluppato un vero innamoramento.
Non l'ha affascinato tanto la figura del musicista, intorno alla quale, secondo le sue conoscenze,  c'è molta letteratura ed invenzione, al punto che - ha spiegato Sciarrino - non abbiamo neanche un suo ritratto, e che, se avesse avuto la vita movimentata che gli si suole attribuire, non avrebbe avuto materialmente il tempo di scrivere tutta quella musica meravigliosa, studiata con cura e attenta riflessione.

Per la stessa ragione, molti anni fa, cioè per la particolare qualità  e modernità della sua musica, Sciarrino, s'era appassionato ad un altro celebre, e dannato, musicista: Gesualdo da Venosa, al quale aveva dedicato l'opera sua più fortunata, Luci mie traditrici; una seconda per la compagnia dei pupi di Cuticchio, ed alcune 'ricreazioni' di suoi celebri madrigali e perfino dell'unica sua musica strumentale. Sicuramente Sciarrino si augura di contribuire,  con la sua opera, ad una meritata e  approfondita conoscenza della grandezza di Stradella.

Sulla nuova opera, aleggia la figura 'assente' di Stradella, del quale, in un palazzo nobiliare dove sono riuniti una cantante, i musicisti e i signori con i loro servi, si attende per la necessaria prova, la nuova cantata, che arriva sì, ma alla fine dell'opera,  e della quale si fa in tempo ad ascoltare l'avvio mesto e struggente. Mentre, proprio all'inizio dell'opera, Sciarrino, con una sua ampia rivisitazione e ricreazione  di musica stradelliana,  ci ha fatto gustare la ricchezza, novità  e modernità della sua musica.

Delle  sue capacità 'ricreative' - non semplici rivisitazioni ed ancor meno trascrizioni o strumentazioni - come una volta ha spiegato in un lungo illuminante scritto - Sciarrino ha dato ormai infiniti saggi, ultimo,  fra quelli che abbiamo ascoltato,  Sposalizio, da Franz Liszt,  scritto per l'Orchestra  di Padova del suo interprete privilegiato, il direttore d'orchestra Marco Angius, e che Sciarrino ha spiegato in lungo e largo, nel corso delle lezioni di musica trasmesse da Rai 5 solo qualche mese fa. In questi giorni, a Milano, Sciarrino ed Angius hanno presentato i due CD Decca che ripercorrono, a grandi linee s'intende, la carriera compositiva del musicista.  I 2  CD Decca, che Angius ha registrato a capo della sua Orchestra padovana, vanno ad aggiungersi alla ottantina e passa già in circolazione e che costituisce ad oggi la ricchissima discografia di Sciarrino.

Sciarrino, invitato ad illustrare alla radio l'opera, durante l'intervallo della 'prima' scaligera, ha messo in risalto come la sua musica riveli un sapore 'arcaico' in quest' opera. Ed è quello che arriva all'orecchio dell'ascoltatore, abituato a ben altri sperimentalismi sonori dal musicista.  Con un effetto straniante, studiato e non casuale, che fa apparire Sciarrino l'antico e Stradella il moderno. Un ribaltamento di grande effetto.

Della complessa regia ( Flimm) e ricchezza rappresentativa  dell'opera, come anche dei diversi piani in cui si articolava il palcoscenico scaligero, e dei gruppi, dislocati  avanti e in fondo alla scena, e dei costumi ricchissimi e colorati, non possiamo dirvi nulla in prima persona, dovendoci attenere esclusivamente al racconto  ed  agli osanna, radiofonici, a differenza degli applausi di soddisfazione ed apprezzamento del pubblico del teatro che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.

mercoledì 15 novembre 2017

Festival di musica contemporanea. Da Milano Musica a Nuova Consonanza, escludendo la Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia la lasciamo fuori da questa breve riflessione su due festival di musica contemporanea in pieno svolgimento, l'uno milanese ( Milano Musica), venticinquenne, l'altro romano ( Nuova Consonanza) che deve aver  già superato la cinquantina. Due modalità e logiche molto diverse di oganizzazione artistica.

Nuova Consonanza, festival 'romano' in ogni senso, organizzato come una società di mutuo soccorso fra musicisti di area romana  e di diverse generazioni, senza intromissioni ingombranti. Si passano  il testimone della presidenza fra loro e a turno, quando scendono da quello scranno si omaggiano, eseguendosi le musiche gli uni degli altri. Naturalmente ci sono anche alcune eccezioni che dovrebbero far assumere respiro più ampio, a quello che si configura come un mercatino cittadino, per non dire rionale, perché anche fra i musicisti romani, che sono tanti e di diverse generazioni, ci sono gruppi e sottogruppi, e se comanda uno non c'è trippa per gli altri.

Si obietterà che Nuova Consonanza prima di essere un festival  era un 'gruppo' di improvvisazione interessato a far progredire il linguaggio musicale, e prima ancora anche una associazione, dunque normale che debba tutelare gli associati. Sarebbe anche normale se l'entrata in associazione non fosse dettata dalla tutela di interessi professionali, piuttosto che da effettivo valore e merito acquisiti sul campo. Sì, ma chi esamina valore e merito, se per entrare non v'è nessun esame e vaglio delle opere, ed a decidere sono altri compositori che sono entrati con lo stesso sistema?

 La conclusione è quella cui accennavamo: il Festival si risolve, in ogni edizione, come un mercatino dove gli associati, salvo rare eccezioni, mettono in mostra le loro opere, senza che ci sia qualcuno che decida compositori ed opere.
 Non denunciamo questo da ora, lo abbiamo fatto in infinite occasioni; alla lettura del programma abbiamo sempre gridato alla sua 'quasi' inutilità.
 Specie, come accade in questa edizione, nel cui cartellone leggiamo che una intera serata è dedicata a festeggiare, anzi celebrare, i 60 anni di un grandissimo compositore che da qualche anno  ha un grande potere, ai vertici dell'Accademia di Santa Cecilia, mentre prima, ancora un potere altrettanto grande, aveva in Rai. Parliamo di Michele dall'Ongaro il quale, per essere celebrato come compositore non ha proprio i numeri, che invece vedono consistere i componenti della sua corte,  da quand'era alla Rai, al periodo in cui fu presidente di Nuova Consonanza, e, in misura  ancora maggiore, ora che comanda a Santa Cecilia.

 Tutt'altra musica a  Milano Musica, associazione per la musica contemporanea animata, fino alla sua morte, da Luciana Pestalozza, alias Ricordi, che dal 1992 organizza un omonimo festival, talvolta come rassegna di compositori, talaltra, come accade nella edizione in corso, in versione monografica, in onore dei 70 anni di Salvatore Sciarrino, del quale proprio ieri è andata in scena alla Scala, con notevole successo, la sua nuova opera, coprodotta dal Teatro milanese e da Berlino.
 Milano Musica è il festival di Casa Ricordi. e che la cosa sia chiara a tutit  la direzione artistcia del festival è affidata a un dirigente di Ricordi ( Mario Mazzitelli), e i compositori presenti  appartengono quasi tutti al catalogo Ricordi. Anche Sciarrino? Sì anche Sciarrino, fino al 2004 circa, e dopo a Rai Trade, che ha successivamente assunto la denominazione societaria di Rai.com.

Che ha fatto Milano Musica? Ha colto l'occasione per  ripercorrere la ormai lunga gloriosa carriera di compositore di Sciarrino, attingendo a piene mani al catalogo  Ricordi, assai ricco già fino al 2004, cioè fino a quando ha pubblicato anche la sua musica.  In detto catalogo sono comprese anche Luci mie traditrici, la sua opera più conosciuta e fortunata e che vanta già sei regie differenti,  come anche Morte di Borromini, con  Fabrizio Gifuni recitante, ambedue ascoltate in questi giorni alla Scala  o anche altrove a Milano.
 Naturalmente non potevano mancare opere più recenti  del catalogo di Sciarrino nel cartellone del festival,  come quelle commissionate per l'occasione e perciò edite da Rai.com, ma ciò era funzionale a coprire la fisionomia tutta 'ricordiana' del festival milanese. E anche questo, per un altro verso, non è certo quel che ci si aspetta da un festival di musica contemporanea, il cui cartellone deve comporsi andandosi a cercare le vere novità, ovunque siano, qualunque ne sia l'editore.

Certo qualche novità c'è, e, forse, una fa il verso ad un altro avvenimento  della programmazione della Scala, e cioè l'esecuzione diretta da Chailly, della Messa da requiem per Rossini, voluta da Giuseppe Verdi, e finita nel dimenticatoio, senza neanche vedere la luce,  nel 1869, quando era stata programmata e doveva contemplare brani scritti da compositori italiani, come omaggio al grande musicista scomparso l'anno prima.
 Nel programma di 'Milano Musica' c'è anche un somigliante, curioso esperimento: quello  di un collettivo di musicisti, cinque, riuniti sotto la sigla  Nu/ Thing, e di una loro composizione/ sperimentazione improvvisazione di gruppo.


Tra Venezia e Bologna. Per un Direttore artistico ( Fenice) promosso a Sovrintendente, un Sovrintendente ( Teatro Comunale) retrocesso a Direttore artistico. Forse

Mentre a Venezia si è consumato un autentico pasticcio: la nomina di Ortombina a Sovrintendente della Fenice, mantenendo anche la precedente carica di Direttore artistico; a Bologna, al Comunale si è verificato il cammino opposto: l'attuale Sovrintendente/Direttore artistico, Nicola Sani - osannato in tutte le plaghe italiche, da Bologna a Siena, da Venezia a Roma a Parma - è stato esautorato e retrocesso: al suo posto è stato promosso Fulvio Macciardi, direttore generale del teatro. E non  si sa ancora - si attende un incontro con il ministro Franceschini - se Sani tornerà al suo precedente incarico in teatro, quello di Direttore artistico, o batterà la ritirata da Bologna, anche se dubitiamo che ciò possa avvenire.

 E se ambedue gli spostamenti sembrano essersi concretizzati su due ascensori, apparentemente simili, di pubbliche istituzioni,  portando ai piani alti Ortombina, e scendendo a quelli bassi Sani, i rispettivi palazzi che i due abitavano, anzi amministravano, fino a poche ore fa, appartengono - per continuare con la metafora abitativa - a 'edilizie' differenti, anzi opposte.

Ora, al netto di sorprese amministrative che in Italia sono, sempre ed ovunque, possibili e temibili, il condominio veneziano sembra ben amministrato dal 'promosso' Ortombina - e fino a poco fa anche da Chiarot che, per questo, è stato portato trionfalmente sul trono dell'Opera di Firenze -  mentre quello bolognese di Sani, si troverebbe, secondo gli ultimi dati, nelle stesse pessime condizioni di Firenze, dove, per questa ragione, è stato chiamato il 'salvatore' Cristiano Chiarot; e per la stessa ragione, a Bologna, il direttore generale del teatro, Fulvio Macciardi,  è stato promosso a Sovrintendente, con l'ordine tassativo di dare una sistematina ai conti in profondo rosso, visto che Sani non è stato capace di farlo, e perciò bocciato, 'retrocesso', esautorato.

Noi di Venezia pensiamo, e lo abbiamo anche scritto, che si tratti di un pasticcio che comunque in un teatro che sembra viaggiare a gonfie vele, fa temere meno che per  Bologna, dove non possiamo non pensare che l'osannato Sani abbia iniziato la sua parabola discendente, per la quale se non correranno in suo soccorso  i poteri  che fino ad oggi l'hanno sostenuto e spinto -  sia politici che di loggia, come è da supporre anche per i suoi legami senesi - fra breve potremmo trovarcelo non a chiedere l'elemosina per strada - di barboni ce n'è già tanti - ma quanto meno a scendere dai troppi treni sui quali  ha viaggiato, a grande velocità ma forse senza titolo ... di viaggio (biglietto), contemporaneamente, da qualche tempo: dalla Accademia Chigiana, all'Istituto di Studi verdiani, alla Fondazione Luigi Nono, alla IUC di Roma, al Teatro Comunale di Bologna. Non sarà certo costretto a mollare tutto, perchè i suoi sostenitori, per salvare almeno la faccia, non saranno così vigliacchi da abbandonarlo tutti in un sol colpo - ma potrebbe anche accadere; però che le sue mire espansionistiche, dopo il flop bolognese, vadano ridimensionate è non solo opportuno ma necessario, per evitargli ed evitarci altri guai o spiacevoli sorprese.

 In Italia fortune folgoranti e repentine, spesso immeritate, come quelle di Sani sono assai frequenti. Da un certo momento in avanti si scopre l'acqua miracolosa  di Sani e tutti intorno che  ne vogliono  una boccetta, per i proclamati benefici effetti, al punto che sembra  impossibile che l'intero paese sia sopravvissuto senza, fino a quel momento. Come abbiamo fatto a non accorgerci di Lui - sembrano chiedersi tutti, tanto che tutti lo cercano tutti lo vogliono. Poi, dopo averla assaporata, centellinandola, ci si rende conto che quell'acqua miracolosa è come l'elisir d'amore del dottor Dulcamara,  nient'altro che vino che dà alla testa, e allora via a sversarla per strada, perché nessuno più vuole berla. E allora tutti a correre dietro al finto medico-mago che aveva un rimedio 'finto'  per ogni malanno, ma per linciarlo. Nel qual caso, si verificasse anche per Sani, non vorremmo essere proprio noi a doverlo salvare dai suoi inseguitori. Come siamo stati costretti a fare con altri finti maghi che, dopo averli smascherati per primi, ci siano sentiti in dovere  di salvarli dagli inseguitori inferociti.


domenica 12 novembre 2017

Speriamo che BELLA ad una donna si possa ancora dire senza essere accusati di molestia!

Siamo sinceramente preoccupati sull'evolversi delle cose, dopo lo sporco affare Weinstein in USA, al punto che anche rivolgere un complimento ad una donna deve avvenire dopo attenta riflessione e valutazione, perchè potrebbe essere letto come molestia  sommessa, e, per questo, anche dopo anni, ragione di accusa. Lo temiamo veramente.

Abbiamo avuto la stessa sensazione alcuni anni fa, quando emersero fatti terribili di abusi di ogni genere su minori da parte di adulti. Al punto da temere che un sorriso all'indirizzo ad un bambino, perfino in passeggino con la madre, poteva essere interpretato come un adescamento ed essere motivo sufficiente di linciaggio pubblico. E che il pericolo vi fosse avemmo la sensazione in un caso in cui sorridemmo ad un bambino che ci guardava passare, salutandoci con la manina, e noi ci trovammo a riflettere se rispondere al saluto con la mano ed anche al sorriso. Mentre prima, da quando eravamo diventati nonni, lo facevamo regolarmente.

 Dunque occorre comunque prudenza in ogni atto o gesto, e sempre rispetto per l'altro sesso. Il quale è spesso oggetto di molestie, anche gravi, ed anche  di violenze vere e proprie, inutile nasconderselo; e quasi sempre, anzi sempre, quando si trova in posizione subordinata rispetto all'uomo di potere.

Ma anche attenzione alle vendette subdole. Giovani attrici o cantanti - conosciamo anche noi  dei casi rivelatici dalle dirette interessate - alle quali gli agenti (o i registi, nel caso del cinema) prima di occuparsene hanno chiesto che pagassero 'pegno', ma con prestazioni e favori sessuali. Talvolta fatti intuire attraverso comportamenti equivoci, talvolta richiesti velatamente,  altre esplicitamente quando  non addirittura attraverso una vera e propria  tentata violenza, sventata solo con la fuga e con una fragorosa risata ed un  bel vaffa.

Perciò  pensare che il malcostume si limiti a pochi casi isolati, e circoscritti ad alcuni ambienti è sbagliato. Le donne, specie quando giovani belle ed anche bisognose vengono quasi sempre molestate in un modo o nell'altro e spesso fatte oggetto di violenza, se cercano lavoro. Questo deve finire.

Se una donna - ma i casi finora emersi riguardano anche maschi -  è in cerca di lavoro non deve mai essere costretta, per ottenerlo, a sottostare alle infami insinuazioni o richieste di produttori, o registi o agenti di turno, e deve essere considerata solo in base alle sue capacità. Perchè  se la professionalità non è l'unico elemento di valutazione, allora è evidente e quasi normale che una donna  si lasci usare da balordi tipo Weinstein, il cui aspetto maialesco - già quello - avrebbe dovuto allarmare tutte le donne in procinto di avvicinarlo, e convincerle a girare alla larga per cercare lavoro altrove. Sperando di non finire dalla padella alla brace, come la pratica, ASSAI DIFFUSA, di richieste di favori sessuali, quando non addirittura di violenze, fa temere. 

Dario Franceschini. La mia carta vincente: i superdirettori. Emergenza cultura lo corregge con l'appello che riproduciamo

"Dario Franceschini è un ministro che ama molto gli annunci. Anche se la materia prima degli annunci non è molto consistente. Di recente ha convocato una Conferenza sul paesaggio anche se i piani paesaggistici co-pianificati, prima sotto Renzi  e poi sotto Gentiloni, si riducono alla miseria di 3 appena su 20 e la Giunta di centrosinistra della Sardegna sta cercando di smantellare gli eccellenti piani salvacoste della Giunta Soru (pure di centrosinistra) coordinati da Edoardo Salzano nel 2004, attaccando pure frontalmente l’ottimo soprintendente sardo che si oppone a quel disastro.
Sulla legge detta “sfasciaparchi” in discussione al Senato e che indebolisce palesemente i Parchi Nazionali non ha trovato mai il modo di emettere un accenno di critica e di difesa della valida legge-quadro Cederna-Ceruti del 1991 con la quale sono stati creati ben 19 Parchi Nazionali oggi semiabbandonati a se stessi quando non frammentati.
Ora il ministro per i Beni Culturali convoca un’altra presentazione per illustrare i grandi risultati ottenuti dai super-direttori dei primi Musei di eccellenza in termini di ingressi e di incassi. Va premesso che i dati statistici ministeriali sugli ingressi sono quanto mai nebulosi per effetto delle domeniche gratis che sembrano quantificate a spanne. Comunque, con tutti i vantati incrementi, le entrate dovute a ingressi e ad attività di valorizzazione, rappresentano soltanto il 9-10 per cento delle dotazioni ministeriali. Percentuale molto modesta. Forse per questo si vuole introdurre a forza (il Vicariato di Roma sino a ieri si è opposto) un biglietto di ingresso al Pantheon.
I super-direttori, soprattutto quelli stranieri, si sono prodigati nell’incrementare gli introiti a forza di sfilate di moda, di matrimoni fra i templi o nei palazzi ducali, di feste di compleanno di qualche potente, di banchetti di laurea, di altre iniziative che screditano soltanto l’arte e la cultura italiana. Sono idee davvero mirabolanti che qualsiasi Pro Loco di provincia poteva fornire gratis e non a 165-195mila euro lordi l’anno per direttore. Gli ultimi brillanti parti intellettuali dei superdirettori o dei direttori che credono religiosamente nell’ingresso salvifico dei privati nei nostri Musei, nelle Regge e nelle aree archeologiche sono la Zumba (sì, la Zumba) un ballo collettivo da crociera o da palestra, lanciato fra le mummie del Museo Egizio torinese, e gare di canottaggio nella grande vasca della Reggia di Caserta. Nell’ultimo caso senza aver pensato a ripulire dai rifiuti la vasca vanvitelliana, come hanno messo in evidenza gli stessi giornali locali. Ma si annunciano voli di mongolfiere e gare di tiro con l’arco, dopo aver valorizzato aperitivi, apericene, mozzarelle, vini e amari locali. E la montagna di ferraglia che ancora ingombra il Palatino, cioè il palco di “Divo Nerone” opera rock? Doveva far incassare al Ministero grasse royalties. Doveva essere il banco di prova della tesi secondo la quale i beni culturali possono diventare “macchine da soldi”. Invece è affogata nel ridicolo subito dopo la “prima” penosa rappresentazione. Un fallimento totale.
Ovviamente i superdirettori, nell’ansia di far soldi, hanno pure spinto a fondo il pedale del “mostrificio” sfornando mostre su mostre che non nascono da alcuna ricerca scientifica, ma vengono proposte insieme ai pacchetti turistici. Mentre dipinti italiani indubbiamente delicati (Raffaello, Caravaggio, ecc.)  facevano il giro del mondo. In cambio di quali vantaggi? E la ricerca poi dov’è finita? Quella costa tempo e fatica, e l’amministrazione dei Beni Culturali è stremata, paralizzata da una sciagurata “riforma” che ha provocato aumento delle carte burocratiche, moltiplicazione di tanti istituti autonomi, caos, spesso paralisi. Quindi costi molto più elevati di gestione. Il Ministro ha mai raccolto l’opinione degli addetti sul campo in tutta Italia? No, la sua “riforma” è andata avanti fino all’ultimo senza un minimo di riflessione e valutazione generale. Tempo ne è passato e le disfunzioni risultano ancora moltissime. Ma, fatto inaudito, rimangono ignote al pubblico per il bavaglio antidemocratico che impedisce ai dipendenti di parlare, di esporre critiche, anche quelle  più costruttive. Tutto deve andare bene. E invece non va bene per niente. Come è ampiamente documentabile. Basta soltanto vedere quali e quante sono state e sono le drammatiche carenze e i cronici ritardi nell’emergenza e nel post-terremoto di Amatrice e dintorni rispetto a vent’anni fa, al 1997. A quando una presentazione del ministro sull’argomento?"


EMERGENZA CULTURA, Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, Tomaso Montanari, storico dell’arte, Maria Pia Guermandi, archeologa, Vezio De Lucia, urbanista, Licia Borrelli Vlad, Adriano La Regina, Anna Gallina Zevi, Fausto Zevi, Pietro Giovanni Guzzo, Carlo Pavolini, Paola Pelagatti e Paolo Liverani, archeologi, Michele Achilli, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Pier Luigi Cervellati e Edoardo Salzano, architetti e urbanisti, Maria Rosaria Iacono, vice-presidente nazionale Italia Nostra, Anna Maria Bianchi, presidente del Laboratorio Carteinregola, Corrado Stajano, scrittore, Giovanna Borgese, fotografa,Francesco Mezzatesta e Giorgio Boscagli coordinatori Gruppo dei 30 per i Parchi, Andrea Emiliani, storico dell’arte, Giorgio Nebbia e Gianfranco Amendola, ambientalisti, Benedetta Origo, specialista di giardini storici, Gianandrea Piccioli, dirigente editoriale, Luigi Piccioni, storico dei Parchi, Jadranka Bentini, presidente Italia Nostra Bologna, Cristiana Mancinelli Scotti, Salviamo il Paesaggio Roma-Lazio, Luciana Prati, presidente Italia Nostra Forlì, Marina Foschi, architetto Italia Nostra, Franca Fossati Bellani, oncologa, Andrea Costa, ambientalista, Alfredo Antonaros, scrittore, Gianni Venturi, italianista, Chiara Frugoni, medievista, Paolo Baldeschi, docente di paesaggio, Lucinia Speciale, storica dell’arte, Vincenza Riccardi Scassellati, storica dell’arte, Irene Berlingò, archeologa, Nino Criscenti e Pino Coscetta giornalisti, Gaia Pallottino ambientalista, Bernardino Osio, ambasciatore, già segretario dell’Union Latine. Mirella Belvisi Italia Nostra Roma, Elio Veltri saggista politico, Ornella Selvafolta, docente Politecnico Milano, Fernando Ferrigno, giornalista e scrittore.

Roma. Sovrintendenti statale e comunale 'cecati' da tutti e due gli occhi

La storia dell'opera rock 'Divo Nerone', per la quale la produzione era riuscita a mettere insieme un gruppetto di nomi altisonanti, è finita male, molto male. Anzi con un disastro.

Il sovrintendente statale, Prosperetti, che aveva autorizzato  lo spettacolo, destinandolo ad uno dei luoghi più sacri della romanità, il colle Palatino - ed era la prima volta che un sito di rinomanza mondiale ospitava uno spettacolo discutibile - aveva dichiarato quando, dopo le prima recite, si capì che il suo destino era disastroso, che quando aveva dato il benestare alla operazione, non aveva capito  quale impatto avrebbe avuto nel Foro romano, oltre naturalmente a non aver capito nulla del tipo di spettacolo che andava ad autorizzare. Verrebbe da domandargli se c'era qualcosa che egli avesse capito, e che avrebbe dovuto e fosse in grado di capire.
Quando vide per la prima volta l'installazione abnorme ed invasiva, si meravigliò e si scusò come un qualunque allievo scoperto a copiare dal vicino di banco alle elementari.

Lo spettacolo - osceno, banale, dozzinale ed anche sacrilego per il luogo! - chiuse anzitempo e si pose il problema di smontare quell'enorme palco ( che nel punto più alto ha una copertura alta trenta metri circa) e relativa platea, di tremila posti circa - se non andiamo errati.  Verrebbe anche da chiedere a Prosperetti se si sia mai recato, durante l'allestimento, sul Palatino, come avrebbe dovuto e non ha fatto. La produzione promette dopo l'ingiunzione statale che smonterà il palco, ma passano i giorni, le settimane ed anche più d'un mese e il palco e la platea sono ancora lì.

 Si muove la dott. Galloni, se del Ministero o di qualche altra struttura interessata al caso fa lo stesso,  - che poi  è la stessa dirigente che fu ospite anni fa di una festa in villa sull'Appia antica e certamente visitò la antica cisterna sottostante la moderna piscina all'aperto,  e vanto degli attuali proprietari, ma tacque mentre avrebbe dovuto denunciare la cosa ai suoi superiori - la quale decide che la struttura va comunque smantellata ( sono trascorsi già sei mesi circa e sta ancora lì) e, intanto essendo la produzione dello spettacolo inadempiente, provvederà il Ministero che poi si avvarrà sulla ditta ( ma come si sa, in questi casi, il Ministero può dire addio per sempre a quei soldi!). La Galloni comunica che ci vorrà più d'un mese di lavori, e se gli dei la aiuteranno, forse per Natale, il Palatino sarà offerto, nella sua precedente conformazione, alla vista dei turisti.
Naturalmente Prosperetti, il 'cecato', resta al suo posto.

Come forse pure anche un altro 'cecato' - si chiama  Parisi Presicce - questa volta 'comunale',  resterà al suo posto, nonostante la storia del piano sopraelevato in un hotel di via del Pellegrino, in pieno centro, che lui o i suoi tecnici non hanno visto, dopo aver autorizzato alcuni lavori, se non dopo la denuncia che ha fatto Vittorio Emiliani. Che non è sovrintendente di alcunchè, ma solo presidente del 'Comitato per la bellezza', e giornalista nato che riesce a vedere illeciti sui quali le autorità preposte chiudono un occhio .

Il sovrintendente comunale 'cecato' si è recato sul posto, ha riscontrato l'illecito e, pensiamo, ordinato la demolizione. Si farà o ci sarà un contenzioso che verrà chiuso da una qualche sanatoria?

 Di questi continui successi, Francechini, responsabile ultimo, non parla mai. Parla solo degli altri.


venerdì 10 novembre 2017

Pasticcio veneziano: Ortombina da direttore artistico a sovrintendente della Fenice, conservando anche la carica di direttore artistico. La contempla, tale anomalia, anche la nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

"Fortunato Ortombina ha “scalato” anche la vetta della Fenice, diventando da ieri insieme sovrintendente e direttore artistico del teatro veneziano, nominato dal Consiglio di indirizzo della fondazione, con in testa il suo presidente Luigi Brugnaro, sindaco della città lagunare. Ortombina prende il posto di Cristiano Chiarot, con cui ha lavorato in tandem - per restare al ciclismo - in questi anni della guida della Fenice e che già da qualche mese “volato” a Firenze, per guidare un Maggio Musicale Fiorentino un po’ malandato sul piano gestionale.

Una nomina, quella di Chiarot, fortemente voluta dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e concordata quindi anche con Brugnaro - che lo ha lasciato partire un po’ a malincuore - ma che aveva in sé già una linea di continuità con la nomina annunciata di Ortombina. Che si è fatta però attendere per qualche mese.

«L’abbiamo tenuto un po’ in prova» ha detto un sorridente Brugnaro ieri al termine del Consiglio di indirizzo che ha nominato Ortombina «perché prima abbiamo voluto assicurare l’equilibrio del bilancio, fondamentale anche per una fondazione lirica, ma sono convinto che con Ortombina ora si possano fare cose sempre migliori per la Fenice, migliorando l’efficienza del teatro, raggiunta anche riducendo un po’ il numero delle produzioni, allungando le repliche e proponendo anche titoli attrattivi per il pubblico. Sono convinto che sia la scelta giusta per la Fenice e dal ministro Franceschini ho avuto anche il viatico per fare la mia scelta in piena autonomia».

E Ortombina, mantovano gioviale ma anche ambizioso e sicuro di sé ha chiosato: «C’è chi dice che siamo un teatro con troppi turisti, ma noi lo siamo innanzitutto dei veneziani, anche metropolitani, e dei veneti. Vogliamo essere sempre più anche un teatro del mondo, perché la Fenice è per me il più bel teatro del mondo». Nessun problema per il doppio ruolo, visto che Ortombina, diventando sovrintendente, manterrà anche la direzione artistica.

«Sarebbe stato un problema» ha commentato «se in questi anni fossi stato solo un direttore artistico che si occupava della scelta dei cantanti e dei titoli produttivi. Ma ho invece contribuito con Chiarot e con la squadra della Fenice a creare un modello produttivo che ora è invidiato anche da altri teatri lirici italiani e che porterò avanti in una linea di continuità».

Ortombina, 57 anni, dal 1980 al 1997 ha lavorato al Teatro Regio di Parma come professore d’orchestra, artista del coro, aiuto maestro del coro e maestro collaboratore. Tra il 1988 e il 1990 ha collaborato con il Festival Verdi e successivamente, fino al 1998, ha lavorato presso l’Istituto nazionale di studi verdiani. Dal 1997 al 1998 è stato assistente musicale della direzione artistica del Teatro Regio di Torino, dal 1998 al 2001 segretario artistico della Fondazione Teatro San Carlo di Napoli, dal 2001 al 2002 direttore della programmazione artistica della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, dal 2003 al 2007 coordinatore della direzione artistica della Fondazione Teatro alla Scala di Milano.

Ha insegnato dall'anno accademico 2005/06 al 2009/10 “Storia dei sistemi produttivi musicali” presso la facoltà di Musicologia dell’Università di Pavia (sede di Cremona). Dal gennaio 2007 a oggi ha ricoperto il ruolo di direttore artistico del Teatro La Fenice. Ma agli inizi della sua carriera - come ricorda lui stesso - ha fatto anche il camionista, il facchino alla Barilla, il ruspista in un cantiere. Una manovalanza senza la quale - secondo lui - non sarebbe mai diventato direttore artistico prima e sovrintendente poi. Lo attende ora il compito non facile di mantenere la Fenice sull’eccellente linea di galleggiamento di questi anni, che le ha permesso un aumento costante degli incassi e una crescita di pubblico legata anche all’aumento impressionante del numero degli spettacoli. «Ma ogni volta che lo apriamo, il teatro si riempie sempre, perché il pubblico ci ama»."


                                                                                                 ( da: LA NUOVA VENEZIA)

Quale sorte per le Fondazioni liriche dalla nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

  • Viene aggiornata la disciplina delle fondazioni lirico-sinfoniche, che godranno di un fondo specifico governato da nuovi criteri di erogazione dei contributi statali, parametrati in base alle risorse ricevute da privati, Regioni e Enti Locali e alle capacità gestionali dimostrate.
Sinteticamente, in attesa di leggere nel dettaglio la nuova disciplina generale, e per le Fondazioni liriche, in base a quali criteri verrà assegnata la ripartizione del  fondo 'speciale' FUS , dà intanto da pensare il criterio principale. Chi si saprà procurare fondi altrove, da altri enti oltre che dai privati, ed avrà dimostrato proprie capacità gestionali, sarà premiato anche dal FUS statale.

 Intanto la quota del FUS destinata alle Fondazioni liriche diventa un 'fondo specifico', finora valutato intorno al 50% circa del FUS, per la semplice ragione che le Fondazioni liriche, se si vogliono far esistere, devono necessariamente avere almeno orchestra e coro, oltre a tecnici ed impiegati, il che li pone in una situazione molto diversa da tutti gli altri enti finanziati dal FUS.  Inutile perciò prendersela con le 'Fondazioni liriche che si mangiano buona parte del FUS', anche perchè le idee balzane paventate da alcuni, anche dallo stesso ex direttore generale dello spettacolo, Nastasi - che, in un convegno non molto lontano, a Firenze, espose la sua idea pazza di trasformare le Fondazioni liriche in istituzioni non  più produttive  -  come anche dal geniale sovrintendente attuale dell'Opera di Roma, Carlo Fuortes, quando si mise in testa che per risolvere la crisi del teatro della Capitale, occorreva ESTERNALIZZARE ORCHESTRA E CORO, sarebbero una catastrofe procurata proprio da chi dovrebbe avere a cuore le sorti delle nostre Fondazioni liriche.
Ad ora non si riesce a capire che si fa con quelle Fondazioni che non riescono a procurarsi consistenti entrate proprie, oltre quelle delle istituzioni del territorio, da sommare a quelle statali. Perchè non bisogna dimenticare che non tutte le Fondazioni liriche hanno lo stesso appeal della Scala, ad esempio, o di Santa Cecilia - le quali comunque appartengono , sole solette, ad un comparto a parte, esterno al FUS, avendo ricevuto dallo Stato la cosiddetta 'autonomia'.

Insomma se, mettiamo, una Fondazione  è ben amministrata, e  con i fondi che riceve dalle istituzioni locali e dallo Stato riesce ad avere i conti in ordine,  ed a  proporre una programmazione che richiama pubblico, che fa lo Stato? La punisce? Consigliando indirettamente alle istituzioni locali di diminuire i loro finanziamenti, ad imitazione dello Stato che i finanziamenti non glieli aumenta?

Le incognite ci sembrano ancora molte, e per scioglierle attendiamo di leggere nel dettaglio la legge. Ma sappiamo fin d'ora che le Fondazioni liriche che beneficiano già dell'Art Bonus non hanno trovato sufficienti benefattori amanti del melodramma disposti ad affiancare lo Stato  nel tenere in vita dette Istituzioni; sappiamo anche  che la gran parte di esse ha fatto ricorso alla cosiddetta 'Legge Bray' per chiudere il conto con un passato in rosso per i conti; e sappiamo anche, notizia fresca fresca, fonte Federculture, che i concerti classici e le rappresentazioni liriche  solo gli unici settori dello spettacolo dal vivo che nella passata stagione hanno registrato un calo notevole: - 15%, riguardante ovviamente il pubblico e relativi introiti da botteghino. E, da tempo, sappiamo anche che il giorno del giudizio per dette fondazioni sarà il 31 dicembre del 2018: chi ha i bilanci in ordine resta, chi no, esce dal club. Ma non sappiamo ancora dove finirà, che farà, se potrà rientrare, a quale condizioni? Insomma sappiamo che il Ministero sta  montando una sorta di 'porta girevole'  per il melodramma italiano, senza dirci perciò dove immette e quando  si ferma, dove si ferma.

Gli unici a gioire sono i protagonisti  della cosiddetta musica popolare - dove anche l'interpretazione dell'aggettivo genera equivoci - cui viene riconosciuta dignità artistica ed è quindi ammessa al finanziamento pubblico. Il quale  registra un massiccio ( !) aumento, dopo le decurtazioni catastrofiche degli ultimi anni:  il FUS aumenta di una decina di milioni di Euro nei prossimi due anni, e di una  ventina fra tre, quando arriverà alla stratosferica cifra di 350 milioni di Euro, che si avvicina a quanto alcuni Stati europei danno al proprio teatro d'opera nazionale, insomma all'equivalente della nostra Scala, che di fondi statali ne riceve molti meno.

giovedì 9 novembre 2017

Nuova legge sullo spettacolo. Sole 24 Ore

rriva l’estensione dell’ArtBonus a tutti i settori dello spettacolo. La Camera ha infatti approvato in via definitiva la legge delega di riordino del settore dello spettacolo (“Ddl Disposizioni in materia di spettacolo e deleghe al Governo per il riordino della materia”). A favore 265 voti, 13 i no. La nuova legge, ha sottolineato il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, «incrementa le risorse del Fondo Unico per lo Spettacolo, estende l’ArtBonus a tutti i teatri, rende permanente il tax credit musica, introduce maggiore trasparenza, porta sostanziali novità per il rilancio e la crescita del settore e prevede il graduale superamento della presenza degli animali nei circhi». «Un altro impegno mantenuto - ha aggiunto -: dopo la nuova legge sul cinema». Di seguito le principali novità della legge sullo spettacolo dal vivo.
Aumentano le risorse per lo spettacolo 
La riforma aumenta le risorse del Fondo Unico per lo Spettacolo con fondi pari a +9.5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e a +22.5 milioni di euro a decorrere dal 2020.
4 milioni di euro per spettacoli nelle zone del sisma 
La legge autorizza la spesa di 4 milioni di euro per attività culturali nei territori colpiti dal sisma del Centro Italia.
Estensione dell'ArtBonus a tutti i settori dello spettacolo 
La riforma estende l'Art Bonus a tutti i settori dello spettacolo: grazie al provvedimento anche le orchestre, i teatri nazionali, i teatri di rilevante interesse culturale, i festival, i centri di produzione teatrale e di danza, i circuiti di distribuzione potranno avvalersi del credito d'imposta del 65% per favorire le erogazioni liberali finora riservato esclusivamente alle fondazioni lirico-sinfoniche e ai teatri di tradizione.
Stabilizzazione del Tax credit musica 
La legge stabilizza il tax credit musica, beneficio riconosciuto alle imprese produttrici di fonogrammi e videogrammi musicali e produttrici di spettacoli di musica dal vivo per la promozione di artisti emergenti, con oneri pari a 4.5 milioni di euro a decorrere dal 2018.
Sostegno statale a nuovi settori dello spettacolo 
Grazie a questa riforma, il sostegno statale allo spettacolo dal vivo si estende alla musica popolare contemporanea, ai carnevali storici e alle rievocazioni storiche e verrà riconosciuto il valore di diverse forme di spettacolo, tra cui le pratiche artistiche amatoriali, le espressioni artistiche della canzone popolare d’autore, il teatro di figura, gli artisti di strada.
Aggiornamento delle norme sulle Fondazioni lirico sinfoniche 
Viene aggiornata la disciplina delle fondazioni
lirico-sinfoniche, che godranno di un fondo specifico governato da nuovi criteri di erogazione dei contributi statali, parametrati in base alle risorse ricevute da privati, Regioni e Enti Locali e alle capacità gestionali dimostrate.
Superamento degli animali nei circhi 
Le nuove norme prevedono il graduale superamento dell’utilizzo degli animali nello svolgimento delle attività circensi e dello spettacolo viaggiante.
Nasce il Consiglio superiore dello Spettacolo Nasce il Consiglio superiore dello spettacolo, organismo
consultivo del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo che sostituisce la Consulta per lo spettacolo. Il Consiglio avrà compiti di consulenza e supporto nell’elaborazione e attuazione delle politiche di settore, nonché nella predisposizione di indirizzi e criteri generali relativi alla destinazione delle risorse pubbliche per il
sostegno alle attività di spettacolo.

Silvia Chiassai, sindaca di Montevarchi, eletta dalla destra, è una psicologa. Non si scherza sulla pelle dei bambini!

La  notizia relativa all'esclusione dal servizio della mensa scolastica di una  ventina di bambini delle scuole di Montevarchi i cui genitori non hanno pagato - non hanno voluto o non hanno potuto pagare? - la quota per il servizio mensa, ha suscitato vivacissime sacrosante reazioni nel paese. E fa il paio con quella di un anno fa, in un Comune del nord, amministrato dalla Lega.

La sindaca di Montevarchi - la prima 'di destra' dopo decenni ininterrotti di amministrazione delle sinistre - una cittadina toscana di 27.000 abitanti,  ha all'incirca 1700 studenti in tutti gli ordini scolastici. Fra tutti quelli che usufruiscono della mensa scolastica, una ventina ne sono stati esclusi, per decisione della bella, giovane  sindaca di destra, di professione 'PSICOLOGA', Silvia Chiassai, perché le loro famiglie non hanno pagato la quota relativa, che ammonterebbe a circa 80 Euro mensili.

La bella, giovane sindaca di destra, psicologa, si è chiesta perché quelle poche famiglie non hanno versato quella quota, tutto sommato irrisoria, in situazioni normali? Cosa si sarà risposta? Non ce lo ha detto, ma in compenso ha stabilito che quei bambini, all'ora della mensa siano dislocati su un tavolo a parte rispetto a tutti gli altri,  e venga loro servito pane e acqua - pardon: olio.

Premesso che se si trattasse di una merenda,  una fetta di pane con olio e pomodoro sarebbe un migliore sostituto delle solite nocive merendine, il pranzo è cosa diversa: un bambino ha bisogno di mangiare ben altro. E forse alcuni di quei bambini - che sicuramente appartengono a famiglie indigenti, o per la sindaca tale problema in Italia non esiste? - forse solo a scuola avrebbero consumato, al servizio mensa, un pasto completo, perché a casa in certe situazioni di bisogno, un pasto completo è una vera rarità.

Come già nel caso precedente dei bambini del Comune leghista, ci vien da dire che solo un Comune  amministrato dalla destra - che della Lega è socio in politica-  avrebbe potuto assumere tale decisione. Con l'aggravante, nel caso di Montevarchi, che il sindaco non è uno di quegli amministratori beceri e populisti 'modello Salvini', bensì una giovane, bella, donna, per giunta psicologa con un master sulla 'nutrizione'. Vien quasi da  domandarsi a cosa   le siano serviti i suoi studi, se poi assume decisioni di tale gravità.

Noi una soluzione l'avremmo al problema della 'mensa negata' a quella ventina di bambini delle scuole di Montevarchi, e non è la rimozione della bella giovane donna psicologa e nutrizionista sindaca 'di destra', che è meglio che resti al governo della cittadina per far ravvedere gli abitanti.

No, la soluzione riguarda il governo centrale. Si tolgano, senza attendere altro tempo, i vitalizi a quegli ex parlamentari, non sempre campioni di cittadini esemplare, che da anni succhiano sangue al paese, e si costituisca con il risparmio, che è consistente, un fondo per risolvere situazioni analoghe, perché fino a quando l'Italia non sarà uscita effettivamente dalla crisi, episodi analoghi potranno verificarsi ancora.

 E Berlusconi, o il suo luogotenente Gianni Letta, 'gentiluomo di Sua Santità', dal 'cuore d'oro' (specie per la sua famiglia!) chiamino la bella giovane sindaca di Montevarchi e le ordinino di non perseverare sulla strada della inciviltà.

P.S. AGGRAVANTE per l'assessore competente di Montevarchi
STEFANO TASSI
SOCIALE, SPORT E SCUOLA
Bancario con incarico di dirigente sindacale nazionale, settore banche. Esperto del mondo dell’associazionismo. Ex Presidente di una Onlus che da oltre un decennio opera costantemente nel settore della disabilità perseguendo come primo obiettivo l’integrazione e la socializzazione attraverso l’acqua e lo sport.

Anche a Daniel Barenboim, sulla soglia dei settantacinque anni, L'Espresso propone la 'lista della spesa' come ha fatto sempre con tutti gli altri musicisti intervistati

Daniel Barenboim compie fra pochi giorni settantacinque anni, la DGG pubblica per l'occasione un cofanetto celebrativo, usciranno anche libri - Barenboim ne ha scritti già, ed alcuni,  anche a quattro mani, sono  di grande interesse, e il settimanale L'Espresso - in esclusiva, viene sottolineato orgogliosamente  - lo incontra (forse alla presentazione della iniziativa discografica, ci viene il sospetto) per una lunga intervista, anche interessante e bella, se non fosse per la solita lista della spesa - manco fosse il famoso Questionario di Proust- che Riccardo Lenzi è solito porre a tutti i musicisti che intervista, e che consiste nel chiedere all'intervistato notizie  sui famosi musicisti incontrati nel corso della carriera. Lenzi lo fa anche con Barenboim, distogliendolo da  riflessioni, sicuramente molto più interessanti, e che entrano nello specifico della personalità del musicista e della sua folgorante carriera, ancora in pieno svolgimento e tuttora intensa.

Barenboim racconta del suo essere 'ebreo' da cui scaturisce il 'senso di giustizia', che lo ha portato, nel corso della carriera, ad aiutare alcuni talenti, e torna a ribadire che fino a quando israeliani e palestinesi non si riconosceranno reciprocamente come 'nazione '- e altrettanto non  faranno anche tutte le altre nazioni  nei loro confronti - non potranno sedersi attorno ad un tavolo per decidere del loro futuro, che resterà certamente incerto fino a che  ambedue si considereranno solo come popoli, la cui sorte  prescinde da qualunque reciprocità.

Barenboim tocca anche il problema, anzi la drammatica situazione attuale del Venezuela di Maduro - cui recentemente, povero mondo, Maradona ha professato il suo sostegno, in cambio di un bel sacco di dollari (come compenso per commentare in un paese allo stremo le partite del prossimo mondiale in Russia) -  promuovendo a pieni voti l'opera del 'Sistema' di Abreu, mezzo di riscatto sociale attraverso la musica, al quale , invece modestamente, noi abbiamo rimproverato più volte di stare a guardare senza prendere posizione anche in una situazione tragica come quella che il paese sta attraversando.

Parla anche dei due ultimi Papi, Barenboim, lodando senza riserve l'operato di papa Francesco, anche in funzione della convivenza fra i popoli e della pace mondiale, e dopo aver accennato alla sensibilità musicale del suo predecessore, Papa Ratzinger, del quale rammenta il  discorso ' musicologico, più che pastorale' alla Scala.

Infine, Lenzi, raccoglie un consiglio, diciamo  professionale, del pianista/direttore: i direttori artistici o musicali imparino ad invitare nelle stagioni loro affidate anche altri artisti, meglio se più bravi di loro stessi, come generalmente non fanno per timore di essere oscurati; perchè dai più bravi si impara sempre. Il consiglio potrebbe girarsi anche a Berenboim il quale dichiara di aver agito secondo questo principio, quando era alla Scala con Lissner. Barenboim ricorda bene? Se la memoria non ci inganna,  alla Scala in quegli anni non si sono visti direttori nuovi, bensì solo direttori giovani, molto giovani.

 E poi, come lamentavamo, la  solita lista della spesa. Furtwaengler, Klemperer, Celibidache, Arrau, Fischer, Rubinstein , Argerich naturalmente, sua compagna fin dalla fanciullezza... manco fosse il 'Questionario di Proust' per farsi raccontare dal musicista di turno fatti e fatterelli, magari riportare anche  dichiarazioni, meglio ancora giudizi di uno sull'altro ecc...

Perchè Lenzi non ha chiesto a Barenboim qualcosa di Karajan ? O forse glielo ha chiesto e Barenboim s'è rifiutato di rispondere? Con lui Baremboim non ha avuto rapporti, neppure di vicinato o di lontano?

E perchè non gli ha chiesto, ad esempio, anche di Carlo Zecchi, che sa bene chi sia,  ma forse non sa che  è stato l'insegnante dei giovanissimi Barenboim e Abbado alla Chigiana di Siena? Questo sarebbe stato, nella solita lista, un paragrafo nuovo.

Se per caso gli sfugge  il nome di Carlo Zecchi, gli consigliamo di leggere,andandolo a cercare su Music@ ( nel sito del Conservatorio Casella, c'è, in rete, la raccolta completa della bella rivista) ciò che di lui scrisse, alla morte, Vincenzo Vitale : ' anche una scala  fatta da Zecchi era una meraviglia!" (in verità quel ricordo di Zecchi lo chiedemmo noi a Vincenzo Vitale e lo pubblicammo su Piano Time, dal quale l'abbiamo poi ripreso per  ripubblicarlo su Music@.

Dobbiamo dare atto a Lenzi di non averci fracassato i marroni questa volta anche con i suoi anglismi - fra i quali svetta  il termine 'conduttore' e derivati per indicare  il direttore d'orchestra - però, ciò riconosciutogli, per una volta almeno, la prossima ci risparmi la stantia 'lista della spesa'. Grazie!

mercoledì 8 novembre 2017

Riccardo Chailly dichiara di voler liberare la musica dai luoghi comuni. Quali? Nel frattempo, perchè non evita inesattezze e falsità?

Il Messaggero, di qualche giorno fa, a firma Rita Vecchio, titolava così l'intervista a Riccardo Chailly, dopo il suo primo anno ufficiale da 'direttore musicale' della Scala: Libero la musica dai luoghi comuni.  

Quali siano questi luoghi comuni del liberatore Chailly sinceramente lui non l'ha detto o noi non lo abbiamo capito. A meno che lui non si riferisse all'esecuzione della Messa da requiem per Rossini in programma ( scoperta ed eseguita in Germania  anni fa), allo Chenier che inaugura la stagione a Sant'Ambrogio, o al Puccini che ha voluto riportare in abbondanza, dopo l'ingiusta astinenza del periodo Lissner-Barenboim.

Che altro? La riproposta della Gazza ladra di Rossini che dopo il suo battesimo milanese, giusto 200 anni fa, non era stata più rappresentata? Che disonore!
 Sì, Chailly sta riportando la musica italiana alla Scala, per non distruggere quella tradizione operistica che ha fatto nel mondo, della Scala e della scuola italiana un punto di riferimento. Vero, ma quali sono i luoghi comuni dai quali vuole liberare la musica?

 Forse dovrebbe lui liberarsi da luoghi comuni e falsità, come quella relativa al 'successo de La Gazza a causa degli  ascolti tv' - come ha dichiarato. Chailly non ricorda o finge di non ricordare che quegli ascolti su Rai 5 sono stati disastrosi - appena 74.000 telespettatori, con uno share drammatico:0,3% .

Se la vera novità della gestione Pereira-Chailly sta nella riproposta qua e là di titoli non frequenti o nella riscoperta di musiche dimenticate o ritenute perdute (come nel caso della Messa da requiem per Rossini o dello Chant funèbre di Strawinsky), Chailly sa bene che ogni istituzione che si rispetti, nel mondo, lo fa normalmente. Dunque dove starebbe la vera grande novità, e quale luogo comune  che egli voglia abbattere o che abbia già abbattuto?

 Per solidarietà professionale, passiamo sopra le imprecisioni e la sciatteria redazionale della collega che l'ha intervistato. Qualche perla ci sia consentita:
- Chailly " dirige la sua bacchetta nel bifronte sinfonico e orchestrale".
-" La sua tournée ha scompaginato gli schemi: un repertorio insolito, diverso quasi ogni sera e senza l'uso di fondi pubblici ( ?). Lei è un maestro un pò fuori le righe"
- "Anche la Messa per Rossini (oltre il ritrovato Chant funèbre di Strawinsky,ndr.)... Come riesce a districarsi fra tutti questi impegni?" Quali impegni?
Chailly risponde, senza che nessuno, stando alla domanda, gliel'abbia chiesto:  " non è un'abilità. La direzione del Festival di Lucerna, della Filarmonica e  dell'Orchestra della Scala ..."

 La prossima volta più attenzione, e Lei maestro Chailly, non dica falsità o cose avventate.

Opera di Roma. Altri incarichi dei dirigenti. Tutti compatibili?

Eventuali  altri  incarichi presso enti di diritto privato ( I Conservatori non sono statali?) regolati o                         finanziati dalla PA o svolgimento di attività professionali autonome

Alessio Vlad: 
Professore di ruolo presso il Conservatorio di Stato di Latina  - Consulente Rete Lirica delle Marche  - Consulente  Ravello festival

Roberto Gabbiani: 
non ha ulteriori incarichi né ha svolto attività professionali autonome

 Eleonora Abbagnato :
Danseuse Étoile – Opéra National de Paris

Renato Bossa :
Direttore Artistico “Associazione Alessandro Scarlatti – Ente Morale” - Napoli (fino al 26/02/2016); Professore di ruolo di storia della musica in pensione

 Anna Lea Antolini:
 Collaboratrice presso CRO.me, per i progetti con MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo - Mibact come consulente per il progetto Movin'up.

 Laura Comi: 
non ha ulteriori incarichi né ha svolto attività professionali autonome

José Maria Sciutto:
non ha ulteriori incarichi né ha svolto attività professionali autonome

Teatro Valle di Roma. L'assessore Bergamo recita un tragica commedia, non dal palcoscenico che resterà inagibile ancora per qualche anno

Ieri l'Assessore alla 'ricrescita culturale' del Comune di Roma - come noi da tempo andiamo ridicolizzando la dicitura del dicastero comunale di Luca Bergamo - ha riunito, assieme al suo sovrintendente,  i giornalisti per dare quella che a suo parere era una bella notizia. E cioè che a febbraio dovrebbe riaprire il Teatro Valle, chiuso ormai da tre anni. Applausi e  grida di gioia dal pubblico dei giornalisti, subito smorzati dalle precisazioni dell'assessore, che, da quando regge il dicastero capitolino della Cultura, ha fatto e poi s'è rimangiato annunci su annunci,  anche sul destino dello storico teatro romano.
 
Ci aveva fatto sapere, già l'anno scorso, che la proprietà era passata dallo Stato al Comune, e che c'erano i soldi per avviare i lavori di ristrutturazione e manutenzione ordinaria e straordinaria, esterni ed interni, accresciuti un pò dal lungo periodo di occupazione, con annesso degrado, e che detti lavori sarebbero iniziati a breve - ma così non è stato.

 Si aprirà a febbraio se i lavori termineranno - come si spera - al 31 dicembre prossimi - ha detto. Dunque la fine dei lavori programmati, non è sicura e, di conseguenza, non è ancora sicura neanche  la riapertura del teatro per febbraio.

Ma cosa riaprirà a febbraio? Il Teatro Valle?  Neanche per sogno. Se i lavori termineranno in tempo, a febbraio riaprirà il foyer e la platea; meglio: la platea, ma solo una parte, diciamo la metà. Che si fa in un foyer e in una  porzione di platea se  il resto della platea, il palcoscenico ed i servizi sono ancora impraticabili?  E qui gli dà una mano, da fedele ma inutile servitore, Calbi, direttore del Teatro di Roma ( Argentina, India ed anche Valle quando sarà) che sta già programmando qualcosa per riempire il foyer e la metà platea. Cioé, con opere di artisti virtuali e perchè no, come  hanno fatto anche   a Firenze, alla Pergola (ma anche a Palermo , al Massimo, dove  hanno fatto lo stesso), con le 'Notti a teatro': a gruppi di una decina si invitano cittadini a passare la notte in teatro, dove verrà loro fornito un sacco a pelo e la colazione -  da casa devono portarsi solo il pigiama e il necessario per la pulizia  personale; a proposito saranno aperti i bagni e ci sarà acqua corrente, magari calda? perchè altrimenti il foyer e la mezzaplatea non saranno agibili - per far vivere la magia di un teatro. Ma che cazzate sono? La magia del teatro  la si vive con il  palcoscenico, non andando a dormire in teatro.

Nessuno, stando ai resoconti giornalistici, ha avuto il coraggio di chiedere all'assessore ma anche al suo sovrintendete e a Calbi se si trattava di uno scherzo, la riapertura del teatro.

Perchè di un tragico scherzo si tratta, giocato al Teatro Valle ed ai cittadini.  Al teatro Valle 'c'è ancora molto da fare' - ha dichiarato l'assessore. Ma allora perchè riaprirlo, quando i lavori sono soltanto cominciati , e se quelli relativi alla ristrutturazione interna, palcoscenico compreso, non potranno prendere il via prima di un anno dopo la 'riapertura' cosiddetta di febbraio; e quelli del restauro dell'edificio ancora più in là, dopo che saranno terminati quelli di ristrutturazione? A previsioni fatte, con i tempi soliti italiani, prima di quattro o cinque anni il Valle, SE TUTTO VA BENE, non sarà agibile. 

Ma l'assessore Bergamo poteva risparmiarsi tale annuncio fuori luogo? Certo che poteva, ma ha dovuto farlo altrimenti anche tutto il settore della cultura, alle prossime elezioni regionali e politiche - ma non è detto che non ci siano anche le comunali anzitempo - girerebbe le spalle agli incapaci Grillini, e  a Bergamo con loro.

Questo annuncio, elettorale (che forse serve anche per il ballottaggio ad Ostia) fa il paio con l'annuncio dei nuovi 200 bus, il cui arrivo è stato da poco annunciato, ma che arriveranno a Roma entro il 2021, a scaglioni, la maggior parte quando la Raggi (e Bergamo) dovrebbe scendere , ingloriosa, definitivamente, dal Campidoglio e forse i bus non saranno ancora arrivati, anzi non arriveranno più. Il che vale anche per l'emergenza rifiuti che sarà risolta del tutto nel giro di tre anni, e per le buche, che non si sa ancora quando saranno riempite. Nel frattempo la Raggi e la sua Giunta stanno lavorando per noi, e, a detta di Grillo, stanno lavorando bene.

Bollettino di vittoria dal fronte dell'Opera di Roma. Ma quanti sono gli spettatori? Perchè manca solo questo dato nel bollettino?

                 Aumentano ancora ricavi e spettatori

Il Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes, ha diffuso oggi i risultati di un’analisi quantitativa e qualitativa sul pubblico del Teatro dell’Opera di Roma, relativa all’anno 2016.
Queste analisi mettono chiaramente in evidenza quello che considero il risultato più importante dell’attività del Teatro negli ultimi anni e, cioè, la formazione di un “nuovo pubblico” – ha dichiarato il Sovrintendente Carlo Fuortes – . Gli spettatori e gli incassi sono sensibilmente aumentati. Ma l’aspetto più importante è il rinnovamento del pubblico. La metà degli spettatori non avevano mai frequentato il Teatro dell’Opera in precedenza e, di questi, il 30% è composto da giovani. I dati per il 2017 sono ancora più positivi. Credo sia il migliore auspicio per il futuro del nostro teatro.”.
Commentando le cifre, il dott. Fuortes fa notare come si possa ricavare un trend molto positivo dei risultati raggiunti. Gli incassi di biglietteria nel 2016, sono cresciuti dell’11,2% rispetto al 2015. Considerando il biennio 2014-2016 il progresso è addirittura pari al 51%, dai 7.729.935€ del 2014 agli 11.670.000 di questo anno.
In una serie storica più ampia, che esamina i dati degli incassi dal 2006 al 2016, si può osservare come la crescita degli ultimi anni rappresenta un traguardo mai raggiunto nel passato.
Un notevole incremento segna anche la vendita degli abbonamenti: questo elemento, indicativo della fidelizzazione degli spettatori al Teatro, passa infatti dai 3.018 abbonati della stagione 2014-2015, ai 3.445 della stagione 2015-2016 e quindi ai 3.915 abbonati di quella appena iniziata, con un incremento pari al 29,7% in questi ultimi due anni.

Solo il pubblico della classica e dell'opera non cresce, anzi cala del 15%. Rapporto Federculture 2017

Quasi tutti i giornali hanno cantato vittoria sulla crescita del pubblico e delle entrate, in Italia, per il settore della cultura e dello spettacolo, ma anche del divertimento, dopo aver visionato i dati offerti dal rapporto 2107 di Federculture. Crescono i visitatori di musei e mostre (ma non si dice quanto abbia inciso l'apertura gratuita una volta al mese - comunque è  un dato positivo l'aumento degli ingressi, anche gratis ), crescono gli spettatori al cinema (nonostante che le visioni domestiche praticamente di qualunque film anche appena uscito, facessero temere per i locali dove i film  ancora si proiettano),  crescono quelli del teatro, quelli dei concerti di musica leggera in genere.

Tutto questo fa fare salti di gioia a Franceschini, come se alcuni di questi risultati fossero frutto della sua politica, mentre dovrebbe ripassare, con la memoria, gli inconvenienti  delle file alle biglietterie dei monumenti, gli scioperi dei custodi, la scarsa manutenzione ed anche lo scandalo dell'opera rock
Divo Nerone, installata sul Palatino dopo il via libera del suo Ministero.

E' aumentata anche la spesa dei cittadini - naturalmente ci sono le solite regioni meridionali che rappresentano nella classifica italiana il fanalino di coda ( ma se sono le più povere, perchè meravigliarsi ancora? e poi perchè tutti all'improvviso, ricchi e poveri, senza nessuna educazione scolastica, debbono sentire necessariamente il bisogno di investire per la propria cultura e crescita umana?) ed anche, di conseguenza, le entrate per tale settore. aumentate di circa un paio di miliardi rispetto all'anno precedente.

 Ciò che però nessun giornale ha riportato - mentre era giustamente sottolineato nel rapporto di Federculture - ad eccezione del Sole 24 Ore,  è che l'unico dato  negativo è il consistente calo, di quasi il 15% del pubblico dei concerti classici e dell'opera.

Diminuisce dappertutto il pubblico della classica ad eccezione del  Teatro Regio di Parma - che ogni anno alla conclusione del Festival Verdi diffonde dati di enorme crescita del pubblico,  con una inserzione a pagamento sui maggiori quotidiani. dobbiamo credergli? - e l'Opera di Roma che, stando alle dichiarazioni di Carlo Fuortes, registra successi su successi  di pubblico, critica e botteghino ( come ha fatto anche, di recente, alla ripresa della Traviata 'dei successi', quella con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino, dichiarando che nelle recite di questi giorni, una decina, ha incassato circa 500.000 Euro che vanno a sommarsi all'incasso dell'anno scorso, ma che comunque non coprono ancora la bella cifra di 1.800.000 Euro quanto è costato in complesso  quella realizzazione!). Dunque escludendo queste due istituzioni, tutte le altre importanti e meno importanti, piangono miseria concretamente: perchè sono diminuiti del 15% pubblico e introiti.

Ma allora che andava dicendo, solo pochi mesi fa, prima di trasferirsi a Firenze, l'allora sovrintendente della Fenice, Cristiano Chiarot, presidente dell'associazione che unisce tutte le fondazioni liriche italiane, quando affermava che i nostri teatri avevano aumentato la produttività, in molti casi come i grandi teatri internazionali, le coproduzioni, per risparmiare sui costui ? E che intendeva dirci una rivista di musica italiana, specializzata in inchieste e sondaggi, che proprio questo mese, racconta che le nostre orchestre sono fra quelle che maggiormente effettuano tournée all'estero, Scala, Santa Cecilia, e Regio di Torino in testa?   che vanno a cercarsi all'estero il pubblico che non hanno in Italia ? verrebbe da ironizzare.

Al di là di ogni altra considerazione, i responsabili di queste istituzioni finanziate con soldi pubblici, devono dirci come intendono mettere un argine a questa tendenza negativa, la più negativa dei settori culturali o di spettacolo in Itali. Devono dircelo, non possono far finta di non sapere e neppure possono  guardare impotenti tale loro disfatta, facendoci capire che nulla si può. Perchè allora  l'idea, per noi  sciagurata, di chiudere qualche teatro di troppo, causa mancanza del pubblico,  dovrebbe fare davvero paura.

martedì 7 novembre 2017

Il TALENT di musica classica serve più ai Conservatori o ad AMADEUS (rivista)?


La risposta è perfino ovvia: serve più, forse esclusivamente, ad Amadeus  il talent dedicato alla musica classica e riservato alla sessantina di Conservatori italiani che la rivista milanese ha appena organizzato. Anche perchè i Conservatori, dove  nulla o quasi è cambiato negli ultimi dieci anni - perfino la cosiddetta riforma non ha prodotto nessun risultato - non hanno bisogno di un altro talent, avendone già uno (Premio Nazionale delle Arti) i cui effetti non si vedono e nulla di veramente positivo ha prodotto per i talenti di questo talent organizzato dal Ministero. Amadeus sembra voler ripetere il tentativo non riuscito di un'altra rivista di musica italiana che, nella speranza di vendere qualche copia in più, ha scelto di fare da megafono alle scuole di musica in Italia

Il Premio nazionale delle Arti, del quale abbiamo seguito negli anni passati lo svolgimento,  faceva sfilare i vincitori delle varie sezioni, in una superfinalissima che, almeno per  un paio di anni, s'è svolta nel teatro all'aperto dell'Accademia nazionale di Danza, a Roma, sull'Aventino. Quando  vi assistemmo,  ne uscimmo disgustati per l'approssimazione del suo svolgimento, lo scarso peso dato dagli stessi organizzatori ai vincitori delle varie sezioni, la  deprimente premiazione che consisteva in una improbabile scultura, pesantissima,  a favore di telecamere  di uno spettacolo televisivo che definire vergognoso è quasi gentile. Aggiungiamo solo che delle esecuzioni musicali  in loco non fotteva nulla a nessuno. E poi? Poi nulla.

 Stessa sorte è toccata alla Orchestra nazionale dei Conservatori italiani, fondata ormai parecchi anni fa, affidata per la gestione  a chi non aveva nulla da spartire con il settore, fatta finire - come la quasi totalità di iniziative pubbliche relative alla musica - nella sciatteria più totale, con punte di sfruttamento. L'orchestra, vale la pena ricordarlo, si ricostituisce  in determinate circostanze, soprattutto di rappresentanza pubblica, con nessun giovamento per i giovani strumentisti.

 Non parliamo di TIM, quel torneo musicale, addirittura 'internazionale', che  per molti anni  organizzò  Luigi Fait & Figlio, alle cui selezioni assistemmo spesso, uscendone disgustati; e del quale in qualche occasione,  abbiamo rivelato particolari che avevano a che fare  con il profitto dei giovani, più che con la promozione del loro talento musicale.

Prima di Amadeus, un'altra rivista musicale italiana, Suonare News, ha deciso di puntare sui Conservatori, sperando di trovarvi affezionati lettori. Non ci sembra, anche in questo caso, abbia sortito qualche  reale vantaggio per gli allievi e diplomati dei Conservatori, e neppure - a nostro modesto avviso - per la rivista in questione che marginale era e tale è rimasta,  conseguenza  della  dozzinale qualità giornalistica e dei contenuti,  e ininfluente anche nel mercato editoriale (quanto vende?). La pubblicazione ogni anno dell'elenco dei diplomati serve solo a vendere qualche copia in più. E basta. E questo può servire ai talenti musicali italiani? Certo che no!

Se si vuole trovare una iniziativa meritoria ed utile rivolta ai migliori allievi dei nostri Conservatori, si deve tornare indietro nel tempo, alla ricorrenza delle 'Celebrazioni Mozartiane' del 1992, avviate già un triennio prima, con un grande dispendio di soldi pubblici.

In quell'occasione il CIDIM e l'ISMEZ organizzarono con la rivista Piano Time, che noi dirigevamo, un progetto (da noi formulato , presentato  al CIDIM e diretto in tutte le fasi di svolgimento), completamente finanziato con soldi pubblici e che consisteva: 1. in una selezione dei migliori studenti di pianoforte, prossimi al diploma dei nostri Conservatori; 2. in una finale ospitata a Palermo, davanti ad una giuria presieduta da Paul Badura-Skoda; 3. nella individuazione di una cinquina di vincitori; 4. nell'offerta a detta cinquina di un corso di perfezionamento - gratuito come tutto il resto, ospitalità compresa - sotto la guida di Badura-Skoda, della durata di una settimana; 5. nella scelta da parte del noto concertista di una coppia di vincitori; 6. nella registrazione di un CD mozartiano dei due vincitori, sotto la guida di Badura -Skoda e con la consulenza tecnica di un ingegnere del suono fra in più noti (Gallia); 7. la pubblicazione del CD, che fu tardivamente, allegato alla rivista Applausi; 8. infine, una tournée di concerti per la stagione successiva. Che fu l'unica cosa abortita perché le istituzioni musicali italiane aderenti al CIDIM - CAPOFILA la famosa IUC di Roma - pur avendo aderito al progetto, organizzato dal CIDIM e dall'ISMEZ, ritennero,  se avessero ospitato in stagione la coppia di ottimi giovani pianisti, limitate nelle loro scelte artistiche. Capito?

Di quel progetto, il cui costo fu  a totale carico dello Stato (fondi per le celebrazioni mozartiane), i migliori allievi dei nostri Conservatori, quelli che vi parteciparono - non furono tantissimi perchè temettero che come in altre occasioni fosse un modo per sfruttarli i giovani - ebbero reali vantaggi.
 Come sicuramente Amadeus che cerca vantaggi  soprattutto per sè, non offrirà. Infatti che succede al vincitore del talent?  Quali reali opportunità gli saranno offerte, sia dal punto di vista della formazione che della professione?  E se ormai niente più  riescono a garantire importanti concorsi internazionali, salvo rarissime occasioni, cosa può una istituzione che  è semplicemente un  organo di informazione?

lunedì 6 novembre 2017

Igor Strawinsky in memoria del suo maestro Nikolaj Rimskij-Korsakov. Chant funèbre, riscoperto nel 2015, lo dirige Chailly a Milano, dopo Lucerna, e dopo la prima assoluta a San Pietroburgo, nel 2016, diretta da Gergiev

  Nel settembre 2015, durante l’incontro internazionale della Società di Musicologia a S. Pietroburgo, viene annunciato dalla musicologa russa Natalia Braginskaya un clamoroso ritrovamento: si tratta delle parti orchestrali dell’inedito e irreperibile Pogrebal’naya pesnya (Funeral Song/Chant funèbre) op. 5 di Igor Stravinskij, dedicata al suo maestro Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov ed eseguita un’unica volta in sua memoria nel 1909 sotto la bacchetta di Felix Blumenfeld, prima di scomparire nei meandri delle biblioteche di San Pietroburgo.
Nel febbraio del 2015 al Conservatorio di S. Pietroburgo il materiale autografo del Funeral Song viene fortuitamente ritrovato durante la ristrutturazione e il conseguente trasloco della Biblioteca: le parti d’orchestra erano accatastate e dimenticate in un armadio.
Dopo la clamorosa riscoperta e la ricostruzione della partitura orchestrale, a dicembre 2016 si tiene la Prima esecuzione moderna al teatro Marinsky di San Pietroburgo con l'orchestra del teatro e il celebre direttore Valery Gergiev. A questa seguono rapidamente in tutta Europa numerose Prime nazionali, inclusa la Prima svizzera il 19 agosto 2017 al KKL di Lucerna con la Lucerne Festival Orchestra e il suo attuale direttore Riccardo Chailly.

Perchè la Messa da requiem per Rossini voluta e promossa da Giuseppe Verdi non venne eseguita


Il Consiglio Comunale e l'Accademia Filarmonica di Bologna, dove Verdi pensava di far eseguire la Messa in onore di Rossini -  accolsero l' idea; successivamente nacque un comitato (formato da Lauro RossiAlberto Mazzucato e Stefano Ronchetti-Monteviti) con Giulio Ricordi  segretario. Il comitato scelse i compositori ed assegnò loro precisi compiti; Angelo Mariani, che  accettò di dirigerla, fu coinvolto anche nelle commemorazioni per Rossini svoltesi a Pesaro, città natale di Rossini, nell'agosto 1869.  Verdi non volle parteciparvi. Mariani espresse disappunto per  quella assenza. La composizione della parte riservata a Verdi fu  terminata nell'estate del 1869, e consegnata a Ricordi il 21 agosto. 
Intanto la Commissione nata per le solenni onoranze funebri in onore di Rossini, nel primo anniversario della sua morte, da tenersi nella città di Bologna, sua seconda patria italiana, aveva chiesto all'impresario del Teatro Comunale di Bologna, Luigi Scalaberni, di mettere a disposizione i solisti, l'orchestra ed il coro, in vista della prima del 13 novembre. 
Il 6 ottobre, Scalaberni rifiutò per motivi commerciali, poiché - a suo dire - tale situazione avrebbe compromesso l'andamento della stagione lirica del suo teatro. Le autorità municipali, poi, suggerirono di rinviare le commemorazioni  a dicembre, dopo la stagione lirica. 
Verdi contestò tale ritardo, anche per via di un suggerimento del comitato (intenzionato a spostare la prestazione a Milano). In una lettera dal 27 ottobre 1869 a Ricordi, Verdi si scaglia contro i ritardi e il trasferimento, accusando di tutto il direttore Mariani: "Chi sarebbe il conduttore a Milano? Non può e non deve essere Mariani".
L'esecuzione della composizione, completata entro l'estate del 1869, fu poi annullata. Il manoscritto, successivamente, cadde nell'oblio. e finì nell'archivio di Casa Ricordi, da dove è stato riesumato non molti anni fa, quando fu ripreso ed eseguito - unica esecuzione prima di quella dei prossimi giorni a Milano - da Helmut Rilling.

Giuseppe Verdi rifiutò la Presidenza del Comitato per le onoranze a Rossini, nel 1878, in occasione della traslazione in Italia delle sue spoglie

Egregio sig. Casamorata
 Ammiro Rossini anch'io al par d'ogni altro, ed alla sua morte intesi dimostrarlo, proponendo a diversi maestri di comporre una Messa da Requiem da eseguirsi al primo anniversario della sua morte. Quel progetto non si è potuto disgraziatamente realizzare, non per colpa dei maestri destinati a comporre, ma per incuria o malvolere di altri. Ora domando io, a che gioverebbe che io fossi Presidente, o vice, od Onorario ecc? Oltre ad essere in questo momento ingolfato in una farragine di affari, completamente estranei alla musica, trovo che il posto di Presidente effettivo ed Onorario è da lei egregiamente rappresentato, né fa mestieri di pensare ad altri. Gli è perciò che sarei ben lieto, ch'Ella volesse, dirò così, di buona voglia accettare le mie scuse ed esonerarmi da questo onore.
Con Lei so che è inutile pregare perché questa lettera non sia resa di pubblica ragione, ma valgano di scusa il fatto che altre volte per consimili occasioni, e proprio in Firenze, fu pubblicata un'altra mia, alterandola e facendovi commenti che non erano né seri né convenienti. Rinnovandole le mie scuse, mi dico colla più profonda stima. Dev.mo G. Verdi. (Lettera di Giuseppe Verdi a Casamorata, Presidente del Comitato per le solenni onoranze a Rossini, in occasione della traslazione della sua salma da Parigi a Firenze.1878,16 giugno)

Messa da requiem per Rossini. La lettera di Giuseppe Verdi a Ricordi

Carissimo Ricordi 
Ad onorare la memoria di Rossini vorrei che i più distinti maestri italiani ( Mercadante a capo, fosse anche per poche battute) componessero una MESSA DA REQUIEM da eseguirsi all'anniversario della sua morte. Vorrei che non solo i compositori, ma tutti gli artisti esecutori, oltre il prestare l'opera loro, offrissero altresì l'obolo per pagare le spese occorrenti. Vorrei che nissuna mano straniera, né estranea all'arte, e fosse pur potente quanto si voglia, ci porgesse aiuto. In questo caso io mi ritirerei subito dall'associazione.
La messa dovrebbe essere eseguita nel S. Petronio della città di Bologna che fu la vera patria musicale di Rossini.

Questa messa non dovrebbe essere oggetto né di curiosità, né di speculazione; ma, appena eseguita, dovrebbe essere suggellata, e posta negli archivi del Liceo musicale di quella città, da cui non dovrebbe essere levata giammai. Forse potrebbe esser fatta eccezione per gli anniversari di Lui, quando i posteri credessero di celebrarli.

Se io fossi nelle buone grazie del Santo Padre, lo pregherei a voler permettere, almeno per questa sola volta, che le donne prendessero parte all'esecuzione di questa musica, ma non essendolo, converrà trovare persona più di me idonea ad ottenere l'intento.
Sarà bene istituire una Commissione di uomini intelligenti onde regolare l'andamento di questa esecuzione, e soprattutto per scegliere i compositori, fare la distribuzione dei pezzi, e vegliare sulla forma generale del lavoro.

Questa composizione (per quanto ne possano essere buoni i singoli pezzi) mancherà necessariamente d'unità musicale; ma se difetterà da questo lato, varrà nonostante a dimostrare, come in tutti noi sia grande la venerazione per quell'uomo, di cui tutto il mondo piange ora la perdita.

Addio e credimi. Aff.mo G. Verdi. ( Lettera di Verdi a Ricordi, Sant'Agata. 1968,17 novembre)

Grande è la confusione sotto i cieli di Italia

 Anche Renzi ammette la sconfitta, e con lui tutto il PD, ma non prende l'unica vera decisione: mettersi da parte, anzi scomparire.
 Le divisioni interne alla sinistra stanno portando i loro tragici frutti, nell'indifferenza generale, stando ai fatti, senza cioè che nessuno oltre ad ammettere la sconfitta, corra ai ripari.

Renzi dovrebbe convincersi che non è più il candidato premier (e forse segretario) gradito al popolo di sinistra, dunque  via, e , contemporaneamente smetterla di creare problemi istituzionali con tinuando a dire che lui con la riconferma di Visco in Bankitalia non è d'accordo con il Governo.
Chissenefrega! 

Nella storia di Visco sembra ripetersi ciò che in un primo momento si è verificato in Italia, più che in altri paesi,  con l'assalto ad Asia Argento,  dopo che ha accusato, certo in ritardo forse inammissibile, quel porco di Weinstein: hanno dato addosso a Lei più che all'animale. Per le banche, Renzi sembra comportarsi allo stesso modo: vuole punire Visco, imputandogli una vigilanza non solerte, mentre non dice apertamente che gli amministratori di alcune banche, da Boschi a Zonin e a tutti gli altri, imbroglioni e ladri, andrebbero puniti da subito a costretti a restituire ciò che hanno rubato. Intanto, come hanno denunciato alcuni giornali, si assiste al trasferimento dei loro beni a familiari per farsi trovare 'incapienti' quando saranno condannati.

La Boschi dovrebbe seguirlo senza attendere un minuto in più, perchè Lei non può restare al governo dopo le innegabili colpe di cattiva amministrazione della banca di cui il 'su babbo', onestissimo, era vice presidente. Anche per salvare la faccia della famiglia, oltre che la sua.  A Banca Etruria hanno imbrogliato i risparmiatori, un po meno gli investitori; e perciò è tempo che anche la figlia del 'su babbo' tragga le conseguenze. Che aspetta?

 E poi c'è lo scandalo elettorale sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai cittadini del Municipio di Ostia che, pur essendo a pochi passi dal Campidoglio e pur avendo sotto gli occhi lo sfascio dell'amministrazione Raggi, continuano a credere nella sindaca ed accusano del disastro generale non la giunta Raggi, ma il complotto degli altri partiti.
 A far chiudere gli occhi ed obnubilare le menti di quei cittadini contribuiscono due fattori. Primo: il tiro al bersaglio contro la Raggi esercitato dagli altri partiti e dalla stampa, quasi quotidianamente. Pensano che tale sport sia praticato per salvarsi le chiappe: da parte dei partiti che rappresentano la vecchia politica, protagonista degli scandali e del saccheggio del paese;  e dai  giornali, perchè organi di stampa di regime che sperano, con i solo servizi, di meritarsi qualche bonus, in tempo di crisi nera per la stampa.

Secondo: chi crede nei Cinquestelle, vergini di... (direbbero i più trucidi)  crede ancora possibile un secondo miracolo dopo il flop di Berlusconi, sceso in politica per difendere il paese che ama, in realtà per mettere al sicuro le sue aziende. Lui che, nella credulità popolare, rappresenta uno che si è fatto da solo e dal niente. Ancora? Senza i  numerosi aiutini, da molte parti pervenutigli - alcuni anche innominabili - e qualche irregolarità penale - non è stato condannato per evasione? -  chissà se potrebbe essere ancora celebrato come l'uomo venuto dal nulla! Coloro i quali continuano a votare Cinquestelle, pensano che  questi parvenus della politica siano immuni da vizi, immacolati. Nessuno riflette sui numerosi attestati di incapacità  amministrativa!

Ma ci sono anche altre  incomprensibili incongruenze ed anomalie sotto i cieli d'Italia. Si prenda il comportamento di Roberto Fico, Cinquestelle, capo della Commissione di vigilanza sulla Rai, a proposito del match televisivo fra Renzi e Di Maio ( Renzi vorrà ancora farlo? Andrà a dire: abbiamo perso? Vale la pena? Non sarebbe meglio che si dimetta prima, annullando  l'incontro  e permettendo da subito alla sinistra di riorganizzarsi, unita?) sul canale televisivo che potrebbe ospitarlo - Rai 1 o La 7- Fico chiude alla Rai che certamente potrebbe assicurare uno share molto più alto. Lui se ne frega e si comporta come fosse un dipendente di Cairo, dirigente della sua televisione; mentre la Rai, che ha reso noto un appello del suo CdA, un pò penoso e lamentevole, neanche Fico la difende, proponendola come la tv più adatta, anche perchè finanziata con il canone.