domenica 30 giugno 2013

Non è un paese normale

Alla fine, dopo strenua resistenza, protrattasi per quattro lunghi anni in piena crisi, dal 2008 al 2011, anche la roccaforte della cultura italiana è stata costretta alla resa. Nel rapporto sulla salute del nostro sistema culturale che Federculture presenterà domani in Campidoglio, per bocca del suo presidente, Roberto Grossi - di cui oggi molti giornali hanno anticipato cifre e contenuto - per la prima volta si deve prendere atto che cosiddetti 'consumi culturali' hanno subito una brusca pausa di arresto. Musei, teatri, cinema soffrono della crisi generale, e i concerti cosiddetti classici, più di tutti, con una grosse percentuale negativa, oltre il 20% in meno. Per anni abbiamo salutato con grande soddisfazione certi slogan pubblicitari, come quello del teatro Eliseo di Roma, ora in grave crisi:  'Rinuncio a tutto ma non al teatro'. Quello ed altri simili slogan ci davano fiducia e noi andavamo dicendo soprattutto ai sordi politici che stanno distruggendo questo nostro sistema unico al mondo: vedete  i cittadini sono più intelligenti di voi.  Magari rinunciano a qualche spesa voluttuaria, ad un a cena fuori, ma  non rinunciano all'acquisto di un libro- da leggersi, naturalmente - ad una mostra, ad un concerto ad uno spettacolo teatrale. Adesso che  dobbiamo dire? che anche i cittadini più assidui, sono allo stremo, e sono costretti a rinunciare anche a quei consumi dei quali fino all'altro ieri ritenevano di non poter fare a meno.
 Mentre facciamo queste riflessioni, riprendiamo la lettura dei dati contenuti nel rapporto, per scoprire ancora una volta come il nostro paese culla dell'arte  e della cultura sia agli ultimi posti, non solo per finanziamenti statali, ma anche- e questo è ancora più tragico- per gli stranieri che vengono da noi. Le altri capitali europee ed i rispettivi paesi che hanno molto molto meno di noi in fatto di giacimenti culturali, hanno più turisti di noi.
Perchè ? non è difficile spiegarlo. Anche i turisti leggono sui giornali  del Colosseo chiuso perchè il Ministero non ha i soldi per pagare gli straordinari ai custodi , e degli scavi di Pompei, dove una riunione sindacale ha mandato a casa una fila di oltre cinquecento visitatori. E, sempre a proposito di Pompei, leggono anche il richiamo severo che ci viene proprio oggi dall'Unesco: entro fine 2013 deve essere pronto il piano degli interventi e i lavori necessari devono cominciare. Ma che paese è il nostro che oltre 100 milioni di fondi europei destinati a Pompei che non riesce a spendere, ai quali 100 milioni si sono aggiunti, in questi giorni, altri 20 di un imprenditore, il quale ha dichiarato sconsolato: ditemi chi è il mio interlocutore. E che paese è quello in cui un altro imprenditore ha destinato una grossa somma al restauro del Colosseo ed ancora, dopo oltre un anno, i lavori non cominciano? Non è un paese normale!

sabato 29 giugno 2013

La fatica di chiamarsi Muti. La gioia di chiamarsi Dudamel

Senza ironia.  Nessuno, se non c’è passato, può capire quanto siano di ostacolo certi nomi, come ad esempio Muti, in riferimento a Chiara Muti, attrice ed ora anche regista, figlia di Riccardo, ‘direttore d’orchestra fra i più celebri del mondo’ e di Cristina Mazzavillani ‘affermata regista d’opera’, come  ha chiosato Leonetta Bentivoglio di Repubblica. Chiara, inizia la sua carriera di attrice almeno una quindicina di anni fa, se non di più. Fa la sua gavetta, prima di debuttare nel festival di mammà, a Ravenna. Fosse stata una qualunque altra attrice, avrebbe debuttato molto prima, appena sbocciato il suo talento. Poi il papà, uscito dalla Scala,  il 2 aprile 2005,  dirige sicura la sua prua verso Roma -  anche se le modalità dello sbarco sono tuttora avvolte nelle nebbie - e Chiara   fa la sua comparsa di attrice protagonista in una pièce teatrale di Azio Corghi,  maggio 2005,  proprio nella stagione dell’Opera, dove, successivamente, arriva anche Cristina, la mammà, affermata regista d’opera, in un lavoro di  Adriano Guarnieri, nel 2007 -  a Ravenna,  la signora Muti ha fatto, seguito, la trilogia popolare verdiana. Poi Chiara fa il grande salto nella regia,  di nuovo a Ravenna, nel festival di mammà, con papà sul podio, nella ‘Sancta Susanna’ di Hindemith - che presto sbarcherà a Roma, sempre che le gerarchie ecclesiastiche non pongano qualche veto; infine  - e questa  è cronaca recente, dell’inizio estate -  Chiara viene  chiamata per una regia ‘barocca’ a Caracalla: ‘Didone e Enea’ di Purcell, nella ‘Palestra orientale’ delle grandi terme - un luogo  raccolto, duecento spettatori a sera, per quattro sere, nel più elitario dei festival estivi,  che, per decenni, è stato tempio della saga popolare melodrammatica.  ‘Chiara a Caracalla’ o ‘Chiaracalla’ nello slang romanesco, è perciò l’avvenimento dell’estate 2013, come ha sottolineato Repubblica. Annunciato a distanza ( Leonetta Bentivoglio intervista Chiara, il 24 maggio 2013);  una seconda volta - ma non è che la prima intervista,  leggermente mutata - per il ‘magazine’ dell’Opera, diretto da Filippo Arriva ( il magazine si chiama ‘Oro’- come poteva altrimenti, dovendosi per modestia evitare: ‘Oro colato’?) in uscita il 6 giugno. L’avvenimento si avvicina e ‘Repubblica’ ci torna sopra, sempre con un articolo/intervista della Bentivoglio in data 13 giugno, giorno dell’esordio. In verità, a quella data ‘Repubblica’ canta in coro con gli altri giornali: la figlia del grande direttore esordisce nella regia a Caracalla. Ecco l’handicap di chiamarsi Muti. Con un altro cognome, il suo debutto registico anche a Roma sarebbe avvenuto molto prima. La sera del debutto, giovedì 13 giugno, la ‘Palestra orientale’ è abitata dai 200 fortunati, come anche la seconda sera - niente giornalisti gratis e neppure biglietti omaggio, per non far torto alle migliaia di spettatori che avrebbero voluto assistervi.  Sabato 15, penultima recita, scende di nuovo in campo ‘Repubblica’ - fatto davvero inusuale, perché da mesi il quotidiano riunisce, senza eccezioni, le recensioni musicali, formato tascabile, in un paginone domenicale (anche l’applauditissmo ‘Ballo in maschera’ di Verdi diretto da Pappano, ha dovuto attendere i canonici settegiorni) -  che dedica all’esordio di Chiara mezza pagina degli spettacoli, sul ‘nazionale’, perchè l’avvenimento dell’estate non passi inosservato (con Repubblica, se ne occupa, benchè con spazio molto molto minore, solo ‘Il Tempo’; mentre ‘Il Messaggero’ lo recensisce senza entusiasmo ). L’attacco della Bentivoglio è ‘Applausi (tanti)’. Poteva andare diversamente? 
Lo stesso giorno, sabato 15 giugno, sempre su ‘Repubblica’, il ritorno a Roma di Dudamel, a Santa Cecilia per chiudere la stagione, passa sulla ’romana’. A firma Bentivoglio, sulla ‘romana’, esce una ‘intervista esclusiva’-  come si legge sul quotidiano. L’intervista occupa quasi una pagina intera, con foto gigante. Le parole virgolettate, tutte le parole virgolettate sono le seguenti : ”Venni in tournée con l’orchestra Simon Bolivar per un concerto nel vecchio auditorium di via della conciliazione” - racconta in questa intervista ‘esclusiva’… si insiste sull’esclusiva per dargli il giusto peso - “tornai a Santa Cecilia nel 2005 a dirigere l’orchestra ceciliana, e lì prese il via la mia carriera internazionale”. Prima risposta ‘esclusiva’. Seconda: “Oggi mi divido tra la California e Caracas, dove sono direttore a vita della Simon Bolivar. Sono questi i miei due impegni fondamentali, con rare eccezioni, come i Berliner Philharmoniker, con cui collaboro da anni, e i Filarmonicia di Vienna, incarnazione della somma tradizione austriaca. Quando mi trovai  a dirigerli per la prima volta, nel 2007, tremavo come una foglia, ma dopo tre minuti ci adoravamo”. Terzo virgolettato:” Non ci rinuncerei mai ( alla Bolivar, ndr). L’età degli orchestrali della Bolivar  va dai 16 ai 25 anni, l’entusiasmo che  vi si respira é inimitabile, tutti hanno cominciato a far musica da piccoli, il senso del team è travolgente e non si smette di compiere tante scoperte insieme”. Quarto ed ultimo virgolettato:” L’Europa è il fulcro di un patrimonio d’arte a cui tutti aspiriamo. Ma l’America latina è una terra ricca di nuove energie. Da voi europei impariamo molto, ma nel nostro sangue scorre più vitalità: ogni volta che eseguiamo Beethoven è come se la sua musica fosse stata scritta la settimana scorsa”. Fine  dell’esclusiva, relegata  purtroppo nelle pagine ‘romane’ per non mancare, prima e dopo, l’avvenimento dell’estate, il debutto come regista per l’Opera di Roma, a Caracalla, di Chiara Muti, davanti a 200 selezionatissimi spettatori a sera, che per quattro sere consecutive fanno 800 spettatori che hanno tutti, regolarmente, pagato il biglietto di 30 Euro.
Verso la fine di giugno, Leonetta Bentivoglio presenta nel foyer dell’Opera di Roma, il suo volume su Giuseppe Verdi, ‘ Il mio Verdi’, “scritto per il bicentenario della nascita del musicista” - si legge nell’informatissimo sito dell’Opera di Roma. Solo che si tratta del volume con lo stesso titolo uscito presso le edizioni Socrates nel 2000, in occasione del centenario della morte di Verdi, riedito da Castelvecchi nel 2013, per il bicentenario della nascita.

Festival dei Due Ferrara

E siamo giunti all'inaugurazione, a Spoleto, del ‘Festival dei Due Mondi’, di quello che un tempo era il 'Festival dei Due Mondi' e che oggi sarebbe più giusto chiamare 'Festival dei due Ferrara'. Si inaugura la 56 edizione del glorioso festival,  inventato da Gian Carlo Menotti,  e finito  solo qualche anno fa, dopo quasi mezzo secolo di trionfi, nella ‘polvere’, per ragioni familiari. A causa dell’invadenza del figlio adottivo del fondatore, Francis, e dell’incapacità del fondatore, causa età, di arginarlo,  per  riprendere nelle sue mani il timone. Un festival musicale, con la contemporanea e regolare  presenza  di altre arti, dove hanno debuttato tanti artisti ancor giovani, in seguito acclamati come autentiche star. Questo era Spoleto nei suoi anni più gloriosi. Non tutto era inappuntabile, ma la fantasia  della programmazione e il fiuto di Menotti, lo fecero diventare un festival imprescindibile, imitato ed invidiato, in Italia e nel mondo, al punto che anche l'America volle il suo 'Due Mondi'. 
Poi, un giorno, alla morte del fondatore, estromesso senza troppo riguardo Francis, il timone del festival è finito  in altre mani  nelle quali vi resterà  ancora un quinquennio, a seguito della rinnovata  fiducia  all’attuale timoniere Giorgio Ferrara, di professione regista teatrale, marito della celebre attrice Adriana Asti, e fratello del più noto Giuliano.
Giorgio Ferrara si risente se qualcuno gli rammenta la parentela con Giuliano - del tutto  ininfluente sugli ultimi vent’anni della sua carriera!, sia chiaro - e chiede di essere giudicato per le sue opere: prima, la direzione dell’Istituto di cultura italiano a Parigi e poi il Festival spoletino. Almeno per Spoleto, ma solo per sommi capi, lo accontentiamo.
Per il capitolo ‘giudicatemi dalle opere’, soltanto a partire dagli anni spoletini,  Ferrara, non più giovanotto ( oggi  di anni  ne ha sessantasei), ha debuttato come regista d’opera, nel ‘suo’ festival e all’Opera di Roma, da dove ha prelevato Alessio Vlad, suo consulente musicale per Spoleto.  Per le regie teatrali spoletine, invece, scrittura ‘stabilmente’, star internazionali (Wilson, Stein, Jacquot, Ronconi), più sicure ma stantie. Troppa fatica  a cercare e scovare. Più facile  scritturare star. Non ha fiuto?
Trova lavoro  e premia sua moglie,  che non ne avrebbe certo bisogno, sia al Festival che all’Opera di Roma,  dove, qualche stagione fa, tanto ha fatto da farla debuttare in un ruolo, sinceramente ‘imbarazzante’ per un’attrice tanto nota; un ruolo appositamente inventato per lei, complice Alessio Vlad, nel ‘Candide’ di Bernstein, da Voltaire.
Ha trasformato, in pochi anni, complice l'osanna dei giornali ( fra i quali il Corriere della Sera è in prima fila) la grande invenzione  di Gian Carlo Menotti, in un festival di teatro, targato ‘Ferrara’, relegando la musica in  un ambito assai angusto e di qualità non sempre altissima.  Quest’anno, ad esempio, quel gioiellino del ‘Matrimonio segreto’ di  Domenico Cimarosa, unico titolo d’opera,  nasce figlio di una cooperativa:  coproduzione con il Teatro  Massimo di Palermo,  Orchestra  - ridotta - del Petruzzelli di Bari,  regista Quirino Conti e  scene, dipinte, del pittore dell’Ottocento, Bruschi.  Per i Concerti di mezzogiorno arriva un esercito di giovani musicisti dal Conservatorio di Perugia. Fanno numero, riempiono spazi, e sono belli da vedere, i giovani. E poi c'è anche una novità, di Valerio Cappelli e Mario Sesti, sul discusso ed amatissimo direttore d'orchestra Carlos Kleiber; del quale  ha tracciato un ritratto sul Corriere, facendo parlare Riccardo Muti,  proprio Cappelli . Comunque se si vuole essere informati su Spoleto, giorno e notte, basta leggere quotidianamente il Corriere; Repubblica meno. Oppure rivolgersi alle cinque  piattaforme dei social network: la grande novità di quest'anno.
pietro acquafredda

giovedì 27 giugno 2013

Imbecillità. 2

Fresco di stampa, licenziato dall'editore Bietti, è stato presentato, al fresco dei giardini della Accademia Filarmonica Romana, il volume 'Un male incontenibile. Sylvano Bussotti, artista senza confini' ( Pagg.617. Euro 25.00) di Luigi Esposito, artista multiforme come il suo maestro ed amico Bussotti. Si tratta di una ricca biografia di Bussotti, confezionata attraverso scritti del biografato ed interviste a persone che l'hanno conosciuto, che hanno lavorato con lui,  oltre che a lui medesimo. Una mole di materiale che non tralascia nulla fra scritti, immagini, performances che hanno costituito la partitura, ricca e non ancora completa, della sua vita e  della sua professione. Tutti coloro che lo hanno avvicinato, proprio tutti, sono stati interpellati  nel corso dei quasi dieci anni che ci sono voluti per licenziare questa  approfondita ricerca. Al punto che, nel timore che qualcosa potesse sfuggire, si è data voce anche  a quelli che non c'entravano affatto con il lavoro del maestro, ad imitazione delle tante compagnie di giro, che ben conosciamo dagli schermi televisivi, dai diffusori radio e dalla pagine di giornali, scritturate a parlare di tutto, perché non parlino di nulla. I loro nomi si rincorrono  in pagine e pagine, fin da principio. Una inutile ossesione.
 C'è, però, un settore della multiforme attività di Bussotti che sembra messo in ombra, quello di diarista acuto e sferzante, esercitato per anni, i cui rami sono già apparsi in raccolte, preziosissime. Rami  di varia età, lunghezza e fogliame, al punto che non possono essere liquidati, per 'li rami mancanti'  con un rigo in oltre 600 pagine. E mi riferisco alla sua rubrica 'La pagina di Sylvano Busotti'  che per sei anni, senza mancare mai un numero nonostante fossero anni di impegni internazionali,  il musicista ha tenuto sul mensile 'Piano Time'. Si tratta di una sessantina di articoli, ai quali vanno aggiunte anche interviste (ed anche una autointervista: 'Bussoti intervista Bussotti', inviata manoscritta alla redazione, con inchiostro bicolore per le domande/risposte); recensioni ( L'ispirazione, vista a Firenze, con la regia di Derek Jarman);  e omaggi, come in occasione della pubblicazione sulla rivista di 'Versione dal francese' per pianoforte, accompagnata da scritti di Gustavo  Malvezzi Mauro Castellano e  di lui medesimo, nel 1984. La collaborazione stabile alla rivista cominciò subito dopo, con la sua prima 'Lettera da Genazzano' nella quale raccontava il progetto della sua 'Scuola Spettacolo' che egli voleva far sorgere sulle colline della cittadina laziale, riedizione bussottiana della Bayreuth wagneriana, il 'BussottiOperaBallet'. In quelle pagine, tante davvero, al punto che  con la semplice raccolta si potrebbe allestire un ricco volume, si esprimeva anche l'altro ramo di attività di Bussotti, quella di disegnatore, pittore. I suoi articoli giungevano talvolta in forma di pagina conclusa con collage e testi da riprodurre manoscritti, con la preghiera di non cambiare nulla. Dunque un piccolo prezioso tesoro. Nel volume di Esposito tale  attività, unica per ricchezza ed assiduità, viene così riassunta: "Sempre negli anni Ottanta, Bussotti collaborò con le riviste Discoteca, Musica/Realtà e Piano Time e i suoi interventi erano molto seguiti, da giovani compositori e musicisti e da colleghi già affermati"( pag. 216). Falso. Bussotti  dal 1984 al principio del 1990, non scrisse nessun articolo né per Discoteca né per Musica/Realtà. Anzi con il direttore di quest'ultima ci fu una rovente polemica che non finì sulle pagine della rivista, a seguito dell'uscita di un trafiletto ironico del direttore di Piano Time , riguardante l'allora segretario del PCI, Occhetto.  Sulle altre due testate potrebbero essere usciti sporadici articoli al principio degli anni Ottanta, mai nel corso della lunga collaborazione a Piano Time. Allora perché liquidarla in due righe? Chi scrive se lo è chiesto, dopo aver attentamente sfogliato il volume di Esposito e letto parecchie pagine che raccontavano di fatti di cui egli era a  conoscenza. Scartate alcune risposte, come quella che Bussotti stesso potrebbe aver rimosso la lunga collaborazione, per smemoratezza dovuta all'età, o perché appartenente ad un periodo che il musicista  oggi non riconosce più come sua, come si fa con certe opere fuori catalogo e della prima giovinezza, chi scrive ha trovato, finalmente, l'unica risposta plausibile:  il destino ha mutato la disattenzione del curatore della biografia in  salvifico cordone sanitario. E, così, 'Piano Time' ne è uscito immune dalla imbecillità dilagante.
Pietro Acquafredda

Imbecillità.1

Nei giorni scorsi il ministro Bray, alla sua prima intervista giornalistica ha parlato, parlato, parlato. L'indomani trovandosi faccia a faccia con Riccardo Muti alla presentazione del 'Concerto dell'Amicizia', ha ricevuto dal direttore un garbato rimprovero. Basta con le parole, ne abbiamo ascoltato tante - gli ha detto il direttore - è ora di passare ai fatti. A cominciare dai fatti concreti per salvare il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Sarebbe una vergogna  metterci la croce sopra, una vergogna di fronte al mondo intero. Il ministro ha replicato che  sta facendo  tutto il possibile per evitare  la chiusura del Maggio Fiorentino ( Teatro del Maggio Fiorentino, che produce da molti decenni il Festival 'Maggio Musicale Fiorentino, tanto per essere precisi, giacché dalla lettura della sua prima intervista a 'Repubblica', la distinzione non era chiara). Ed ha aggiunto: se per caso dovesse accadere qualcosa a Pompei - leggi: crollo - non prendetevela con me. Io non posso farci nulla, non ci sono soldi. Forza ministro, stupiscici! E poi alla domanda se si dimetterebbe qualora il governo non mettesse a disposizione i fondi necessari, ha risposto: no, noi facciamo un lavoro di squadra. La chiacchierata è anche servita a rivelare che, arrivando al ministero, fresco di insediamento, ha trovato la sorpresa di una voragine grande 40.000.000 di Euro di bollette per varie utenze, non pagate. Ma allora l'attento Nastasi, direttore generale del MIBAC, quello che risolve i buchi di bilancio di tutte le nostre istituzioni culturali, compresi i teatri, il cui buco complessivo ammonterebbe a 300.000.000 di Euro circa, che faceva in questi anni? Non si pagavano le bollette e lui non sapeva nulla? Era troppo intento ad occupare poltrone di commissario per sé, ed a cercarne per altri, come gli è riuscito al San Carlo di Napoli, per la sua dolce metà Giulia Minoli ( il cognome non  vi induca in cattivi pensieri!) creando il Museo del teatro e il posto da direttore? Non avrebbe dovuto Bray commissariare il suo direttore generale?
E quanto a Pompei, apprendiamo dai giornali di oggi che il British Museum ospita una grande mostra dedicata a Pompei ed Ercolano, i  cui materiali - va da sè - provengono dall'Italia. La mostra, è così  affollata di visitatori, che  i dirigenti londinesi stimano che si tratterà della mostra più vista di tutti i tempi, del Museo; alla mostra è affiancato un grande book shop, dove si trova di tutto. Tale mostra  farà entrare nelle casse del Museo londinese la bella cifra di 7.000.000 di Euro. Non si poteva fare in Italia quella mostra e far entrare tanto denaro nelle casse disastrate dei nostri musei? E poi dicono che non siamo imbecilli!
pietro acquafredda

martedì 25 giugno 2013

Pappano resta a Roma. Ma si faccia sentire di più

Alla fine Tony Pappano ha deciso di restare a Roma e a Londra. E perciò l'idea, avanzata da molti mesi, del suo prossimo approdo a Milano, una volta scaduti i suoi contratti a Roma e Londra, è definitivamente abbandonata. Almeno per ora. Se ne riparlerà nel 2017 quando terminerà il contratto appena prolungato, come direttore musicale dell'Orchestra di santa Cecilia iniziato nel 2005( mentre quello londinese al Covent Garden  scadrà l'anno prima, nel 2016). Allora e solo allora si vedrà: quattordici anni di permanenza a Londra e dodici a Roma potrebbero cominciare a pesare anche sulla vita di Pappano che, è cosa nota, a queste due creature  sta dedicando ogni sua energia. Alla fine  del 2017 Pappano  sarà prossimo al sessantesimo anno e forse vorrà dare una svolta alla sua vita professionale.
 Che avesse già preso una decisione sarebbe dovuto risultare chiaro a tutti già dallo scorso febbraio, ben prima della designazione di Pereira alla Scala. Da quando cioè un suo amico fraterno, il gioielliere Nicola Bulgari, che si era trascinato appresso suo fratello Paolo,  aveva deciso di destinare all'Accademia il sostanzioso contributo di 1.200.000 Euro in tre anni. In realtà quel contributo non sarebbe finito nelle casse dell'Accademia senza Pappano. Se il direttore avesse avuto in testa di lasciare Roma, i fratelli Bulgari si sarebbero tenuti quei soldi, perchè l'Accademia , la sua Orchestra e Bruno Cagli al vertice sono lì da anni, e loro non hanno mai manifestato tanta solidarietà  economica verso la storica istituzione musicale  e verso i suoi vertici. Quindi bando alle illusioni: senza Pappano quel sostegno non sarebbe mai venuto. E perciò,  almeno da quando Lissner aveva fatto sapere che sarebbe andato a Parigi e cominciavano a circolare indiscrezioni sui prossimi giri di poltrone, Pappano aveva detto ai Bulgari che sarebbe rimasto a Roma.
 In una delle sue ultime interviste, uscite su Music@, anche Hans Werner Henze che  aveva conosciuto Pappano soltanto nei suoi ultimi anni di vita, a seguito di quella commissione che l'Accademia gli aveva fatto - di cui Cagli si faceva vanto, ma che Henze  aveva commentato " hanno aspettato che avessi oltre ottant'anni, non ci potevano pensare prima?" - era quasi certo che Pappano non sarebbe andato via dall'Italia nè si sarebbe spostato a Milano- come invece si diceva con molta insistenza: Pappano resterà in Italia, sosteneva il grande compositore; e a Roma, perchè ha un ottimo rapporto con l' orchestra. Di lasciare poi l'Italia neanche a pensarne. Sia Pappano che sua moglie amano il nostro paese, hanno preso da poco anche una casa in Toscana... ".
 Dunque Pappano resta a Roma, perchè si sente a casa, e il pubblico romano gli vuole un gran bene, come ha notato, di recente, anche il sovrintendente di uno dei nostri più importanti teatri, Cristiano Chiarot sovrintendete della Fenice, presente all'Auditorium per una delle recite del 'Ballo in maschera'.: "Si sente anche nell'aria che fra Pappano ed il pubblico romano c'è stima ed affetto; appena  è entrato in sala il pubblico lo ha applaudito con un calore davvero sorprendente. Non accade così spesso".
 Ora, però, Pappano, se non vuole continuare nella rosea routine di tutti questi anni, deve incidere di più nella programmazione dell'Accademia, non può badare solo ai suoi concerti e lasciare che la segreteria artistica che affianca Cagli, faccia il resto.
E' vero, dall'Accademia passano grandi solisti e grandi direttori. Ma da anni non si vedono mai facce nuove, sempre gli stessi interpreti,  le stesse agenzie. Questo non può continuare. Ora che l'Orchestra gode di un prestigio internazionale, grazie a Pappano non certo a Cagli  - sia detto in tutta sincerità -  occorre rinnovare, cambiare i criteri di programmazione; e, per la musica contemporanea, non lasciarsi consigliare da ragioni elettoralistiche interne. Ed è necessario avere una attenzione maggiore  verso gli artisti italiani, banditi in massa dai cartelloni accademici. E questo è scandaloso!
 Insomma, avuta  la bella notizia della permanenza, fino al 2017, di Pappano a Roma, ora ce ne attendiamo delle altre;  soprattutto qualche novità, come non se ne vedono nella programmazione prossima, appena annunciata.
Pietro Acquafredda

domenica 23 giugno 2013

L'Aquila capitale europea della cultura per il 2019


Quando, nell'annus horribilis del terremoto, fu ufficializzata la candidatura dell'Aquila a 'capitale europea della cultura' per il 2019, sull'onda della commozione e solidarietà generali, tale candidatura trovò subito sponsor e sostenitori, anche fuori delle istituzioni del capoluogo abruzzese, taluni autorevoli e super partes. Fra i primi Gianni Letta e lo stesso Governo Berlusconi. Alla candidatura della città messa in ginocchio dal terremoto, altre se ne sono aggiunte negli ultimi mesi: Venezia, Palermo, Matera fra le altre. Ora è venuto il tempo della decisione. L'Italia deve comunicare all'Europa la candidata ufficiale per il 2019, che dev'essere L'Aquila. E tale decisione, sarebbe auspicabile che avesse il consenso di tutte le altre città candidate - tutte degne, manco a dirlo! - pronte a fare un passo indietro a favore della consorella abruzzese. Le ragioni di tale scelta sono infinite: dalla storia della città alla sua singolare conformazione architettonica, dagli straordinari monumenti, palazzi, chiese, piazze, fontane, alla sua vivace vita culturale che la rende quasi unica in Italia; fosse solo per questo, L'Aquila non sarebbe diversa dalle altre città candidate che vantano storia, monumenti, palazzi, chiese altrettanto importanti.
L'Aquila, però, a differenza delle altre, ha una ragione in più che tutte le altre sorpassa ed azzera, e che ha a che fare con la sua tragica storia recente. Non si invoca compassione per una città duramente provata, senza sua colpa. Ma alto senso civile.
Vista oggi, nonostante gli sforzi sovrumani dei suoi abitanti e delle migliaia di giovani aquilani 'adottivi' che frequentano le numerose istituzioni formative (Università, Conservatorio, Accademia di Belle Arti, Accademia dell'Immagine), L'Aquila è una città desolata. C'è voglia di dimenticare e ricominciare, ma come si fa avendo davanti agli occhi una città desolata? Una città con uno dei centri storici più grandi e importanti al mondo, ancora impacchettata e vietata agli stessi cittadini, la cui vista fa venire i brividi, procura una stretta al cuore, ogni volta che, percorrendo quelle poche vie aperte del centro, capita di gettare l'occhio in strade e vicoli battuti ormai solo dal vento. Ora la città storica è un immenso cantiere; sono partiti alcuni lavori di consolidamento e ristrutturazione; altri ancora stanno per cominciare, e per altri, infine, si attende una decisione sul da farsi, che, però, tarda a venire. Ciò vuol dire che senza una accelerazione immediata, L'Aquila rischia di restare un immenso rudere per anni, forse decenni, negando la sua austera bellezza agli occhi di tutti e azzerando ogni speranza di futuro, per colpa di diatribe, fazioni, rallentamento del flusso dei finanziamenti promessi ma dati a piccole dosi.
L'Aquila deve essere proclamata 'capitale europea della cultura' per il 2019, per prospettare a tutti un suo futuro prossimo. Mancano otto anni pieni all'appuntamento, tremila giorni circa, che non sono tanti ma neppure pochi, se si mette l'acceleratore e si ha chiaro il traguardo. L'Aquila per il 2019 può, per buona parte, tornare ad essere 'com'era e dov'era'. E lo Stato non può tirarsi indietro quando viene chiamato ad assumere una decisione che a che fare con il futuro di una città, sulla quale sono puntati gli occhi del mondo. Lo Stato, ed il Governo per esso, devono assumersi tale responsabilità facendo affluire, in funzione di tale importante appuntamento mondiale, i fondi necessari; Comune Provincia e Regione, per la loro parte, si dotino degli strumenti idonei ad avviare in tempi brevi la ricostruzione, stabilendo preventivamente le linee guida; e gli abitanti tutti, smessi i panni non sempre produttivi della contestazione, si rimbocchino le maniche e si mettano al lavoro, per restituire al mondo L'Aquila, com'era prima del terremoto. L'Aquila deve tornare a volare ed i suoi abitanti con essa. Da subito e puntando al 2019. ( da Music@, bimestrale)
Pietro Acquafredda

La sedia vuota


                                                                             

Cosa avrà pensato, e cosa avrebbe voluto dirgli, Benedetto XVI, a Papa Francesco, quando  assistendo al concerto televisivo dell’Orchestra nazionale della Rai,  dalla grande sala Paolo VI in Vaticano, in occasione dell’Anno della Fede, ha notato che la bianca poltrona del pontefice era vuota? Un malore, un impegno pastorale improvviso ma improcrastinabile del suo successore? Si sarà forse preoccupato, perché non ci è dato sapere se il giovane monsignore, un tempo suo segretario particolare, presente al concerto,  informato in tempo dell’assenza del pontefice, l’abbia avvertito. Certo è che questa sua mossa plateale ha sorpreso molti, e non allo stesso modo di altre sue inconsuete ma condivise uscite dei primi mesi di pontificato. Il gesto non poteva non suscitare congetture e riflessioni. Papa Francesco, in procinto di far esplodere un’autentica bomba sulla curia romana e sullo Ior, ha scelto di tenersi lontano dalla partecipazione ad un concerto che sarebbe suonata troppo distensiva, nel clima infuocato della vigilia? E, proprio in vista di tali storici cambiamenti, Papa Francesco avrebbe preferito incontrare, nel corso del pomeriggio, vescovi e consiglieri. Una visita, improvvisa, in clinica ad un cardinale ammalato, per recargli conforto? Nulla di tutto questo. E il breve saluto rivolto a suo nome da mons. Fisichella non fugava la ragione vera di tale scelta.  Papa Francesco ha voluto mandare pubblicamente e platealmente un altro segno del nuovo corso della Chiesa, ammesso che lo sia: i concerti sono per i principi, ed io non sono un principe del Rinascimento. Papa Francesco, dunque, con questo gesto, avrebbe messo fra parentesi l’intero pontificato di Papa Ratzinger che, almeno a parole tanti sforzi ha compiuto per riconciliare fede ed arte, ponendosi sulla stessa linea di Papa Wojtyla, rozzo -  è risaputo - in fatto di sensibilità artistica. Vien fatto di chiedersi se Papa Francesco, fin dagli anni di formazione, sia stato indifferente, o sordo nei confronti della musica. Se abbia, qualche volta, compreso la profondità e sublimità della preghiera cantata, anche solo nel solenne ed ascetico gregoriano. Se la musica come la poesia e l’arte abbiano mai costituito nutrimento del suo spirito, o se gli sia bastato nutrirsi esclusivamente di Vangelo e di vita cristiana vissuta. Se avesse anteposto il Vangelo alla Musica, nulla avremmo da rimproverare ad un uomo di chiesa.  Ma se la musica e l’arte Jose Maria Bergoglio le abbia sempre considerate passatempi improduttivi ed anche inutili, allora ne saremmo offesi. E, anche cristianamente, non riusciremmo a perdonargli di  non sfogliare un libro di poesia  o di letteratura, o di  non ascoltare  musica per arricchire la sua mente e la sua persona. Come avrebbe fatto ascoltando attentamente la lezione di Beethoven, senza per questo essere considerato un principe rinascimentale. Se gli avessero fatto ascoltare la ‘Messa solenne’ di Beethoven, avrebbe scelto di partecipare al concerto? Ma  la Nona e la Messa non sono tanto diverse. Se, in futuro, andasse a vedere una partita di pallone, vista la sua dichiarata passione per il calcio, parallela alla sua insensibilità per la musica - e  non è detto che non lo faccia - mons. Fisichella’, in suo nome,  lo spiegherebbe con “l’andare verso il popolo” (di Dio)?

Pietro Acquafredda