giovedì 14 dicembre 2017

Bucarelli, nipote di Palma, portavoce di salotti; Franceschini, romanziere prezzemolino, ministro 'mezzodisastro'

Bucarelli, Angelo, nipote di Palma, rappresenta a Roma il portavoce dei salotti. Li racconta anche quando non ne  fa parte. Come l'altro ieri, ha scritto sul 'Corriere' di una 'canasta' fra dame della società romana, vere o finte che siano, in fibrillazione ormai da giorni, per un evento che farebbe  sballottare i loro petti oltre che i loro occhi.

 La prossima settimana saranno a Roma due noti tenori, invitati dall'Accademia di Santa Cecilia, per due distinti concerti, dopo i quali ci sarà una cena per raccogliere soldi per l'Accademia - chissà se una parte il sovrintendente li destinerà alla sua Bibliomediateca che adesso esige  da chi ci va a fare ricerche una tessera a pagamento. 

 Naturalmente le dame in fibrillazione, alle quali, rivela il Bucarelli,  importa meno dei due concerti e della bravura dei due tenori; sono agitate, nell'immediato, perché l'abito da  sfoggiare alla cena di gala, che costerà ad ogni commensale 1.000 Euro ( Ma quando ci caveranno dalla cena,  se il catering - che presupponiamo costosissimo - sarà di 'Relais Le Jardin' del genero e figlia di Letta, il cameriere di Sua Samtità?)

 Perchè fibrillano le dame romane, di nuovo e antico lignaggio? I loro petti susssultano - sussulterebbero -  nelle mise scollatissime, e le  ciglia sbattono - sbatterebbero - per i due tenori che,  conferma Bucarelli, sono 'due bellissimi: Juan Diego Florez e Jonas Kaufmann. 
Mentre preparano la cena pro Santa Cecilia, discutono e si accapigliano, su chi  far sedere accanto ai due bellissimi, dei quali  ancora non sanno se verranno accompagnati dalle rispettive mogli o fidanzate, o saranno sciolti. 

Mettiamo allo stesso tavolo giovani dame - poche in verità, e tutte che hanno già realizzato il sogno della loro vita: accalappiare il miglior partito su piazza, figurarsi se fibrillano per qualcuno - o innocue signore per le quali le fibrillazioni sono solo un lontano sbiadito ricordo da riattivare a comando?

Adesso, che siamo alla viglia della cena di gala, Bucarelli sta cercando di rubare il segreto delle quattro selezionatissime, da far sedere  ai lati dei due tenori, e chissà che non ce ne dia notizia,  in queste ore, delle ambitissime  predestinate fiancheggiatrici. E, visto che ci siamo, anche della raccolta fondi che, in questi casi,  non è detto che sia soddisfacene.

Franceschini, da quando sta con Michela, sua moglie, non perde occasione per mostrarsi  ovunque, e sempre al suo fianco, al punto che molti si domandano dove trovi il tempo per scrivere romanzi, come l'ultimo che ha presentato, anche quello ovunque, con grandi salamelecchi del recensore di turno ?
Adesso lui non si perde una inaugurazione, dalla Scala all'Opera di Roma, al Museo ebraico della sua Ferrara, per raccogliere gli applausi per l'aumentato pubblico di musei e siti storico-archeologici, come fosse merito suo, e, invece, è il risultato delle domeniche gratis, in massima parte.
Mai che accenni, in tutte le dichiarazioni pubbliche, ai problemi  ai quali il suo dicastero, cioè lui, non dà ancora risposte. Ad esempio, al funzionamento delle biblioteche, almeno quelle importanti, o anche - ultimissime notizie - ai soldi necessari per restaurare le coperture in piombo, urgenti, degli 'scarabei' di Renzo Piano, al Parco della Musica di Roma. Servono due milioni, i lavori sarebbero urgenti, ma alle porte cui ha già bussato l'attuale amministratore, e cioè Ministero e Comune, nessuno si è ancora affacciato a dare una risposta.

Quando pensiamo alla sbandierata efficienza e messe di successi di Franceschini, potente capocorrente PD, ci viene in mente anche un altro caso che ci racconta la drammatica situazione dei nostri tesori artistici. A Sansepolcro, Arezzo, la Risurrezione di Piero della Francesca - 'la più bella pittura del mondo', secondo Huxley - per essere restaurata ha avuto bisogno di un mecenate, un privato cittadino italiano emigrato in Svizzera, che ha offerto i 120.000 Euro necessari. Il Ministero di Franceschini non li aveva, o se li era tutti mangiati per ricostruire il Colosseo, dove  la nuova sovrintendenza, vedrebbe bene ospitati, un giorno, i concerti di  Bono Vox o Sting,
  

Opera di Roma. Inaugurazione di stagione. Cronaca di una serata al Costanzi. Inaugurazione glamour, vintage o internazionale?

Martedì 12 , con La damnation de Faust di Hector Berlioz - direttore Daniele Gatti, regista Damiano Michieletto - si è inaugurata a Roma, la stagione dell'Opera alla presenza di...
Se, come un tempo, quando anche noi facevamo il resoconto delle serate inaugurali, scrivendo per 'Il Giornale', avessimo dovuto riferire dell'altra sera, ci saremmo dovuti arrampicare sugli specchi per trovare se non qualche nome, almeno qualche nomignolo da inserire nel parterre, che illustre non era, semmai pacchiano, e forse anche volgare... quello dei soliti noti del cosiddetto 'generone romano'.

L'altra sera, all'Opera di Roma c'erano un paio di ministri, una sottosegretaria che da tempo fa da 'prémière dame', mancando la 'first lady', per allergia dei coniugi Gentiloni alla musica, alla quale preferiscono le filosofie orientali  (e infatti si dice che, per compensarlo dell'anno in cui ha retto le sorti del paese, lo manderanno alla fine del mandato a far l'ambasciatore in India), e l'immancabile ministro Franceschini con consorte, aspirante parlamentare, senza l'aiutino del marito. E poi il Letta, cameriere di Sua Santità ma con le mani in pasta in ogni affare terreno, Baricco e Martone.

E c'era il sovrintendente Fuortes, che ha fatto da cavaliere alla scollatissima Maria Elena Boschi, fino all'ingresso in teatro,  come anche alla sindaca Raggi, per la prima volta col vestito della festa, e che si è vantato con tutti del regista Michieletto.

Una foto ci ha sorpresi e per poco non ci traeva in inganno, perché ci ha fatto venire in mente quella tuttora in rete, cliccatisima,  che ritrae Berlusconi al primo incontro con i coniugi Obama. Berlusconi, in quella foto, come un vecchio satiro, squadra Michelle Obama dalla testa ai piedi, per significarle con lo sguardo: quanto sei bbona!

Carlo Fuortes, quando ha visto Virginia Raggi, letteralmente irriconoscibile in quell'abito da sera che Mariotti , per la maison Gattinoni gli ha cucito, le ha rivolto lo stesso sguardo di Berlusconi a Michelle, ma solo per dirle, a gesti:  bella, ma come ti sei conciata? Non ti riconosco.
 Se non credete a noi, cercate quella foto. Fuortes è impettito come il cavaliere,  e lo sguardo è il medesimo; anche Fuortes la  scruta dalla testa ai piedi, anche se non con gli stessi appetiti del vecchio satiro.

I cronisti si sono sbizzarriti nel cercare la definizione esatta della serata inaugurale. Per alcuni, inaugurazione 'glamour' - come del resto avevano scritto della Traviata  di Coppola-Valentino ( e anche di Giuseppe Verdi) -  anche se  ora, oltre la Boschi, non c'era altro elemento glamour;  per altri, serata 'vintage', per via di quel vestito indossato dalla sindaca Raggi della maison Gattinoni,  e di quella mantella che era stata fatta per la grande Magnani; per altri, infine, quelli più attenti all'opera che si rappresentava che alle presenze in platea ( a proposito la Raggi ha scelto di sedere con i suoi cavalieri, Bergamo e Frongia, in platea, per evitare, nel Palco reale, l'ammucchiata di ministri e sottosegretari) serata 'internazionale' accogliendo  i desiderata del sovrintendente che,  nelle scelte registiche, vuole competere con i grandi teatri del mondo, senza mai domandarsi se  questa o quella realizzazione faccia a pugni con l'opera rappresentata, come  nel caso di Michieletto che ci ha fatto venire in mente quando aveva scritto la Aspesi a proposito della regia dello Chénier, rivoluzionaria, a suo dire, perchè  accanto alle sempre più frequenti trasgressioni, una regia tradizionale, come quella di Martone, è quanto di più rivoluzionario ci possa essere.

mercoledì 13 dicembre 2017

La politica. non è una risorsa ma un problema in Italia

Ieri Dibba ha preso la parola in Parlamento, esordendo: 'E l'ultima volta che parlo in Parlamento'. Dai banchi dell'opposizione, a questo esordio solenne da fine del mondo più che da fine legislatura - ormai prossima, questione di giorni - si sono levati dei mugugni, del tipo : "e che sarà mai, mica è la fine del mondo; quando non ci sarai più cercheremo di sopravvivere, ce ne faremo comunque una ragione...'. Ai quali, riprendendo il tono solenne, Dibba ha rilanciato: "  anche molti di  voi, non ci saranno più nel Parlamento prossimamente, quindi anche per molti di voi è l'ultima volta che hanno l'occasione di parlare... magari non hanno nulla da dire e taceranno, come del resto molti  di voi hanno fatto nel corso dell'intera legislatura giunta ormai al capolinea, e via dicendo...", proseguendo con toni apocalittici, tipici non solo suoi, ma di molti esponenti del Movimento Cinquestelle che si vuole accreditare come  'millenaristico'.

E, in effetti, a dare un tono apocalittico a questa fine legislatura ci ha pensato anche il presidente di Confindustria, Boccia, il quale dopo aver rassicurato tutti sul miglioramento della situazione economica ed aver anticipato che l'anno prossimo il PIL sarà superiore a quello previsto, ha minacciato, nel solco di Dibba: " salvo che la politica non crei dei guai". Ecco il punto.

La politica che  dovrebbe essere per il paese una risorsa, in grado di individuare i problemi ed offrire soluzioni oltre che accompagnare con azioni mirate la crescita e lo sviluppo, in Italia,  in maniera più evidente che altrove, la politica crea problemi, non li risolve.
E le elezioni ormai prossime - tutti  pensano alla data del prossimo 4 marzo, con le Camere sciolte addirittura prima della fine dell'anno - rappresentano una incognita, solo negativa. Da subito.

Nella discussione della Legge finanziaria il solito assalto alla diligenza, in prospettiva elettorale:  chiunque fra quelli che hanno scaldato gli scranni in Parlamento per un quinquennio, fanno a gara  a mettere i bastoni fra le ruote al carro degli avversari, reclamando regalie o elemosine di ogni genere per il proprio elettorato, giocando al rialzo con pretese talvolta irragionevoli, noncuranti del bene del paese. Al quale, però, tutti si richiamano, quando non fanno politica, ma chiacchierano soltanto.

In questi giorni tale richiamo al bene del paese ed alla responsabilità risuona ovunque, mentre ci sono cambi di casacche, spostamenti da destra a sinistra e tutti, gruppi, movimenti e partiti sono in fibrillazione per la compilazione delle liste.

 In conseguenza delle quali, molti parlamentari, come faceva notare  Dibba, possono dire addio a Montecitorio o a Palazzo Madama perchè non  saranno neanche candidati o non eletti. Con la consolazione, unica, che  essendo la legislatura arrivata alla sua conclusione naturale , quando raggiungeranno l'età dei 65 anni, avranno il beneficio del vitalizio.

Il quale, a detta della Meloni, spiritosissima: quest'anno il vitalizio è stato rimandato all'anno prossimo!

Concerto di Capodanno 2018 dalla Fenice di Venezia in diretta su Rai 1. A proposito del programma

Dopo tre anni di perdita costante ed anche consistente di ascolti,  Fortunato Ortombina, ora gran capo della Fenice di Venezia, della quale oltre che direttore artistico è diventato anche sovrintendente, comincia ad imparare la lezione - che, UMILMENTE, per una decina d'anni gli abbiamo impartito, senza evidenti frutti - relativa alla corretta e sapiente formulazione del programma del Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta su Rai 1. Almeno in parte. Perchè solo in parte?

Perchè non ha capito che è un gravissimo errore iniziare con il Preludio di Carmen, seguito dal coro dalla Traviata che alla Spagna dei toreador rimanda - e qui l'ex musicologo Ortombina  sarà andato in brodo di giuggiole, ma non altrettanto i telespettatori con lui; perchè, per quanto molto conosciuto il primo brano, ma non altrettanto il secondo, sono messi nella posizione sbagliata. Aprire con il Preludio di Carmen seguito da quel Verdi 'coloristico' è un errore imperdonabile, reso drammatico dalla Barcarolle di Offenbach.

Il seguito, per qualche numero, è meglio: Questa o quella ( Rigoletto), O mio babbino caro ( Gianni Schicchi e Can can dalla Gioconda. Questi tre brani, in ordine inverso, messi al posto dei primi tre avrebbero costituito un'apertura di programma decisamente migliore, più accattivante, e del giusto ritmo (e durata).

Poi il tonfo, per il quale la necessità di costruirci sopra, come sicuramente faranno nell'Otello, un balletto, non ha giustificazione alcuna. La sinfonia rossiniana ( 8 minuti buoni, una durata interminabile!), il popolarissimo Nessun dorma ed i 'ballabali' verdiani, durano complessivamente sui 18 minuti, che per i poco più di quaranta minuti, che sono quelli della durata complessiva del concerto ( parliamo della durata della musica, alla quale vanno aggiunti i minuti di spiegazione affidati ad uno speaker, fuori campo) - costituisce un peso eccessivo. Ortombina questo discorso su pesi e misure non l'ha mai voluto capire.

Il resto va da sè, anche se 'Un bel dì vedremo' non è proprio nelle corde di un concerto di Capodanno, come non lo sono neanche 'O mio babbino caro' e  'Nessun dorma', per quanto quest'ultimo si tiri dietro orde di amanti dell'urlo. Forse un brano di carattere allegro, comico, divertente, ci stava bene. Possibile che  Ortombina, nella sua immensa cultura operistica non ne abbia trovato uno, uno solo, da inserire quest'anno?

 I due pezzi d'obbligo di chiusura  (Va pensiero e Libiam) - CHE FURONO UNA NOSTRA INVENZIONE, per i quali Ortombina non ha NESSUN MERITO, lo sa bene e dovrebbe riconoscerlo, almeno!!!!!) vanno da sè, con grande immancabile successo.

 Possiamo dire che  sta prendendo la piega giusta?  Forse sì per alcuni dei titoli prescelti, ma non ancora per la loro collocazione, e senza un giusto criterio di alternanza fra brani orchestrali, corali e solisti.

Prima che il pubblico televisivo venga catturato  e fidelizzato all'intero programma - il che verosimilmente accadrà con il secondo blocco ( Questa o quella, O mio babbino caro, Can can) - deve superare lo scoglio del primo, assolutamente fuori luogo sia  per la scelta dei brani  che per la loro collocazione, in apertura.

Poi il terzo blocco, mortale, con due brani eccessivamente lunghi e così  poco trascinanti, prima di arrivare alla 'sempre verde' chiusura con i pezzi d'obbligo, il cui successo è assicurato.

Continuerà a calare lo share, come è già accaduto nei tre anni precedenti, perdendo complessivamente 800.000 telespettatori dei 4.400.000  che noi abbiamo lasciato, quando curavamo, per conto di Rai 1, il programma del Concerto, in perenne disaccordo con Ortombina? Temiamo di sì, ma ci auguriamo che almeno  il calo non sia pesante come lo scorso anno ( 400.000 telespettatori circa) e, preghiamo che almeno si fermi l'emorraggia e Ortombina rifletta!

lunedì 11 dicembre 2017

Eugenio Scalfari parla con se stesso: mi faccio un selfie alla mia maniera

Eugenio Scalfari, fondatore di 'Repubblica' e patriarca del giornalismo italiano, in queste ultime settimane oggetto di molte critiche a seguito di una sua dichiarazione  a Giovanni Floris, che non frequenta i social, volutamente, sembra essersi deciso a farsi anche lui un selfie, con le parole.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito  alle metamorfosi del giornalista. Prima ha parlato con Dio, riflettendo sulla religione, lui che non è credente.

Poi ha intrattenuto, e tuttora intrattiene, un dialogo serrato, riversato sulle pagine del suo giornale, con Papa Francesco, di Dio rappresentante in terra.

Non gli restava che 'parlare con se stesso'.  Parlare da solo. Ed ha trovato il modo.

Nel corso della sua lunghissima attività giornalistica, Scalfari -  come ha spiegato lui stesso - ha intervistato tutti i potenti e le persone  in vista nella varie professioni ed attività: non ce ne è uno solo che non sia passato per la sua 'penna'.
Mentre lui non è stato mai intervistato - ma forse non è vero, giacchè negli anni della sua  vecchiaia, ha trovato spesso il modo di parlare di se stesso.

Dopo aver riflettuto sulla necessità di ovviare a tale mancanza,  ha scartato l'idea di farsi intervistare  da uno dei giornalisti della 'sua' Repubblica, di quelli specializzati in interviste, magari  da Antonio Gnoli che da qualche anno, ogni domenica, ci presenta il ritratto di qualcuno/a che conta; lui avrebbe avuto le carte in regola, ma Scalfari ha temuto che potesse essere troppo rispettoso e riverente nei confronti del fondatore del suo giornale.

Perciò, alla fine, ha deciso di autointervistarsi, inventando di sana pianta l'intervistatore. Zurlino - forse ha pensato, nel coniarsi lo pseudonimo, a Zurletti, per decenni uno dei critici musicali di Repubblica, poco avvezzo però  a fare interviste. E perciò si è autointervistato.

Ora, l'interesse di una autointervista sta nella eventualità che l'intervistato desideri rivelare cose di interesse pubblico che forse sanno in pochi, o forse per  togliersi qualche sassolino dalle scarpe - come si dice, quando si vuole una resa dei conti con chicchessia - o fare discorsi veramente impegnativi ( ma Scalfari ne ha fatti su qualunque argomento e continua a farne ogni domenica con la sua omelia sui destini politici del mondo). Solo in questi casi, vale la pena leggere ciò che uno si chiede e risponde - non alla maniera di Marzullo che con quel suo tormentone: si faccia una domanda e si dia una risposta, è diventato lo zimbello (zurlino) di tutti!

Scalfari s' efatto delle 'domandine' semplici semplici ed anche inutili, e s'è dato rispostine adeguate; salvo il caso del 'rispostone' su Matteo Renzi - ma anche qui nulla di nuovo.

Perciò riteniamo che Scalfari, contrario alla tecnologia dei selfie ed estraneo alla comunità dei social, alla fine,  forse pentendosi, si sia detto: perchè no? ci provo anch'io. E s'è fatto un selfie, solo che è risultato sfuocato.

Il Verismo si riprende la scena dei teatri lirici? Perchè i nostri teatri fanno molte tournée?

Dopo Chénier, ma forse in previsione del  ritorno alla Scala del capolavoro di Giordano, dopo 32 anni di assenza, la rivista italiana di musica specializzata in sondaggi, s'è buttata a sondaggiare la salute del genere di melodramma cui anche Chénier appartiene,  e che, fra i titoli più noti, annovera Pagliacci e Cavalleria: il Verismo musicale, snobbato da alcuni a lungo, da altri a fasi alterne,  ma sempre vivo e talora anche in auge, con buona pace anche della buonanima di Claudio Abbado che oltre al Verismo, di cui sopra, snobbava anche Puccini - tutta la sa produzione in blocco.

La verità è che lavori come quelli di Leoncavallo e Mascagni, sono fra i capolavori assoluti di teatro musicale e, come tali, indipendentemente dallo stile in vigore nell'epoca in cui sono stati scritti, e dalle simpatie alternate ad antipatie di ogni epoca nei confronti delle stesse, attirano l'attenzione dei teatri e sono fra i praferiti dl pubblico.

La rivista dei sondaggi ha scoperto questo mese che,  forse sull'onda dell'annunciato Chénier scaligero, i teatri si son dati da fare per rimettere a nuovo quel genere musicale cui l'opera di Giordano appartiene,  e che, pur non potendo competere con Pagliacci e Cavalleria, si è ritagliato sempre un posto di rilievo.

Ora Cavalleria e Pagliacci non sono stati mai fuori moda, e mai usciti di scena completamente; e, quest'anno, come accade ciclicamente,  sono più presenti nei cartelloni, senza bisogno di invocare cambi di tendenze o  di gusto.

Ma la rivista dei sondaggi, se avesse dato qualche anno fa  un'occhiata ad una inchiesta vera condotta da Music@, si sarebbe resa conto che proprio i due capolavori di Leoncavallo e Mascagni, nella stagione 2012-13, erano fra i titoli più rappresentati in Italia. Dopo Bohème ( 17 volte), Rigoletto ( 14), ecc...  arrivava Cavalleria  (7) e appena distanziata Pagliacci (6 ), dove Traviata, risultava  in assoluto l'opera italiana più rappresentata  nel mondo in quella stagione: 80 comparse, mentre aveva solo 8 presenze nei cartelloni italiani( quella inchiesta riguardava la presenza dell'opera italiana nei cartelloni italiani e del mondo). Concludeva la rivista che l'opera italiana era più rappresentata all'estero che in Italia, adducendo anche il caso  significativo di Daniel Barenboim impegnato nella veste di direttore musicale contemporaneamente a Berlino e Milano, il quale a detta della redattrice, Elisabetta Guarnieri, faceva "l'italiano a Berlino e il tedesco a Milano", relativamente al repertorio. che nel caso di quello italiano egli dirigeva regolarmente a Berlino ma non a Milano, alla Scala, dove invece, Barenboim-Lissner si o no, dovrebbe essere di casa - come abbiamo più volte e per diverse ragioni sostenuto.

Dunque se quest'anno quei titoli sono più frequenti nei cartelloni lirici è solo un caso, non si tratta nè  di riscoperta- perchè titoli sempre frequentati - nè di una rinascita, semplicemente una casuale coincidenza.

 Nel successo del nostro melodramma più noto dappertutto c'è la ragione delle frequenti tournée dei complessi dei nostri teatri lirici all'estero. Se l'opera italiana è la più rappresentata - e quella di Verdi e Puccini è in cima alla classifica - a chi si rivolgono le istituzioni straniere per rappresentare, in circostanze ed occasioni particolari, quei titoli? Ovvio, ai teatri italiani. Aggiungeremo anche, salvo eccezioni, che a  basta il nome del teatro invitato e magari qualche star nel cast o sul podio, il resto va bene comunque. Anche perchè nella maggior parte dei casi il costo di tali tournée non è così alto, dunque non si possono avanzare molte pretese; e, in questo, i complessi delle fondazioni liriche italiane offrono il meglio che si trova sul mercato, a quel prezzo.

Il discorso cambia quando si passa ad esaminare le tournée dei nostri complessi sinfonici all'estero, nella cui classifica, i primi due italiani - Filarmonica della Scala,  la compagine sinfonica del più noto teatro lirico del mondo; e Santa Cecilia, perché si vuole ascoltare Pappano, del quale si dice un gran bene, alla testa della sua orchestra, e  lui in tournée va solo con Santa Cecilia - compaiono agli ultimi posti fra i primi dieci, non potendo scalzare dal podio - nonostante le inchieste fasulle della rivista italiana dei sondaggi -  quelle superlative come in Europa ne esistono - ma che costano più dei complessi ceciliani.

Comunque fra i complessi dei teatri che fanno tournée  ci dispiace di non aver letto anche dell'Opera di Firenze che, quest'estate, dovrebbe fare tappa a Ravenna ( per il festival della signora Muti) ed in una cittadina del calabrese,  gratificata da un sito archeologico di grande importanza,  nella quale dovrebbe suonare ed anche  accompagnare una pianista (chi?) che è poi la direttrice artistica del festival medesimo.

domenica 10 dicembre 2017

Nuova moda del mondo occidentale: la censura a New York, Londra, Mosca

E' tornata di moda la censura e non nei mondi lontani dell'Occidente, dove non è mai tramontata definitamente quella politica, ma nel nostro mondo che,  dopo la rimozione delle stupide, inutili foglie di fico per coprire il sesso di statue e dipinti, sembrava vaccinato.

 No, dall'America di Trump all'Inghilterra puritana, 'a piacere', fino alla Russia di Putin, la censura  è tornata di moda, in un settore  nel quale  nessuno si sarebbe potuto immaginare che  potessero esistere ancora divieti: la nudità.

 E' accaduto che due studentesse, a New York, abbiano inviato al direttore del Guggenheim una lettera per protestare contro l'esposizione -  permanente- di una nota tela di Balthus che mostra una adolescente in posizione - compiaciuta - di grande erotismo. Nulla di osceno, ma le due studentesse hanno evidentemente intuito quale carica di sensualità quel quadro emanasse. La loro lettera, in rete ha raccolto molti consensi.

A Londra, in occasione di una mostra dedicata ad Egon Schiele,  è stata vietata l'affissione dei manifesti che riproducevano una delle opere del grande pittore, perchè oscena. Dite voi  se  le opere di Schiele possano essere considerate oscene. Forse di una oscenità tormentata e dilaniata, ma certo non campiaciuta e voyeristica, e perciò non per le stesse ragioni per cui spesso  si staccano dai cartelloni pubblicitari manifesti che  mostrano senza veli il corpo femminile - ammesso che ci siano ancora particelle anche minime che la pubblicità od anche la tv ed il cinema non  hanno mostrato.

Infine, Mosca, dove al Bolscioi è andato finalmente in scena un balletto dedicato alla vita ed all'attività del grande ballerino russo Nureyev. Il balletto doveva andare in scena a luglio ma fu cancellato per la nuova ondata di moralismo russo, per cui la sottolineatura della sua sessualità  omo  non andava tollerata. L'autore coreografo fu dimesso - pare che ora sia dietro le sbarre - ed il balletto con qualche taglio è andato finalmente in scena. A detta del teatro, nel tentativo di rassicurare l'opinione pubblica mondiale, il balletto non è stato modificato affatto ed è andato in scena così come il suo autore l'aveva pensato e scritto. Ad eccezione di una foto gigante, a firma Avedon, eliminata, la quale ritraeva Nureyev  nella sua scultorea nudità. Nudità non oscenità.