giovedì 16 novembre 2017

A Milano tutti pazzi per Sciarrino? Alla Scala, sì

Da qualche giorno, in tutta Milano, si festeggiano i settantanni di Salvatore Sciarrino, sia attraverso il festival 'Milano Musicia' che gli è principalmente dedicato, ed è tuttora in svolgimento, che per il debutto alla Scala - che gliel'ha commissionata, in coppia con la Staatsoper di Berlino, della sua nuova opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. Aspettando Stradella, oltre naturalmente alla mostra che illustra anche visivamente  il suo ormai lungo percorso compositivo, che dura da quasi mezzo secolo.

Non crediamo però che una città italiana, come Milano e qualunque altra, si entusiasmi e partecipi coralmente a simili festeggiamenti,  come ci capitò di vedere a Salisburgo, un pò d'anni fa, quando all'interno del celebre festival , l'allora direttore artistico, Markus Hinterhauser,  di recente tornato alla guida dell'istituzione austriaca, gli dedicò una sezione monografica assai ricca che spaziava dalle opere per il teatro, alla musica vocale, sinfonica, cameristica a quella per strumento solista, come il pianoforte:  Kontinent Sciarrino.  Un festival nel festival, nel quale tutta la cittadina sembrò coinvolta,  come si poteva desumere dagli striscioni per le strade, oltre che sulle facciate dei luoghi deputati, dalle vetrine dei negozi che mostravano foto, partiture, copertine di dischi e poi anche dagli  incontri e dalla master class ecc.. per celebrare, facendolo meglio conoscere, il compositore italiano. Milano saprà fare altrettanto?

L'altra sera, alla prima della nuova opera di Salvatore Sciarrino alla Scala, ascoltata a Radio 3, in diretta, si sono potuti  ascoltare i lunghi applausi che hanno salutato la fine del primo atto ed anche la fine dell'opera. Così lunghi ed insistenti, che il cronista radiofonico da Roma, era rimasto sorpreso, sentendosi obbligato a  giustificarli  con la tipologia di pubblico della serata, principalmente quello del festival contemporaneo 'Milano Musica' , abituato - voleva dire - ad 'autoflagellazioni' e  a salutare le stesse, alla fine, con applausi. Il cronista, insomma, non credendo alle sue orecchie - ma a nessuno interessava sapere cosa lui pensasse di quegli applausi - spiegava con un concentrato di idiozie la sua sorpresa.  Potremmo aggiungere che il cronista radiofonico romano era il giusto pendant di quello che commentava la serata dalla Scala. Uguale sciatteria e pressapochismo.
Ma con tutti i critici che quella sera erano a Milano - dove si era consumata nel pomeriggio, una riunione plenaria della 'venerabile confraternita' dell'Associazione nazionale di categoria - Radio 3 non si poteva affidare a qualcun'altro in grado  di condurre  con competenza e senza approssimazione la diretta radiofonica dalla Scala?

Veniamo all'opera: Ti vedo, ti sento, mi perdo. In attesa di Stradella, che la Scala di Lissner (e Berlino in coproduzione) aveva commissionato al musicista qualche anno fa , ma che è andata in scena solo ora, sotto la sovrintendenza Pereira.  Lissner avrebbe voluto che il compositore la consegnasse in quattro e quattr'otto, mentre invece Sciarrino voleva pensarci e lavorare con i  tempi suoi e comunque con il tempo necessario e sufficiente per elaborare e realizzare un nuovo progetto che, da quel che si è ascoltato, sembra essere molto diverso da quelli suoi, anche recenti, destinati al palcoscenico (La nuova Euridice secondo Rilke, del 2015)

 Nel frattempo, oltre a formalizzare  il progetto della nuova opera,  Sciarrino ha voluto approfondire la conoscenza  di Stradella, della sua musica, verso la quale ha sviluppato un vero innamoramento.
Non l'ha affascinato tanto la figura del musicista, intorno alla quale, secondo le sue conoscenze,  c'è molta letteratura ed invenzione, al punto che - ha spiegato Sciarrino - non abbiamo neanche un suo ritratto, e che, se avesse avuto la vita movimentata che gli si suole attribuire, non avrebbe avuto materialmente il tempo di scrivere tutta quella musica meravigliosa, studiata con cura e attenta riflessione.

Per la stessa ragione, molti anni fa, cioè per la particolare qualità  e modernità della sua musica, Sciarrino, s'era appassionato ad un altro celebre, e dannato, musicista: Gesualdo da Venosa, al quale aveva dedicato l'opera sua più fortunata, Luci mie traditrici; una seconda per la compagnia dei pupi di Cuticchio, ed alcune 'ricreazioni' di suoi celebri madrigali e perfino dell'unica sua musica strumentale. Sicuramente Sciarrino si augura di contribuire,  con la sua opera, ad una meritata e  approfondita conoscenza della grandezza di Stradella.

Sulla nuova opera, aleggia la figura 'assente' di Stradella, del quale, in un palazzo nobiliare dove sono riuniti una cantante, i musicisti e i signori con i loro servi, si attende per la necessaria prova, la nuova cantata, che arriva sì, ma alla fine dell'opera,  e della quale si fa in tempo ad ascoltare l'avvio mesto e struggente. Mentre, proprio all'inizio dell'opera, Sciarrino, con una sua ampia rivisitazione e ricreazione  di musica stradelliana,  ci ha fatto gustare la ricchezza, novità  e modernità della sua musica.

Delle  sue capacità 'ricreative' - non semplici rivisitazioni ed ancor meno trascrizioni o strumentazioni - come una volta ha spiegato in un lungo illuminante scritto - Sciarrino ha dato ormai infiniti saggi, ultimo,  fra quelli che abbiamo ascoltato,  Sposalizio, da Franz Liszt,  scritto per l'Orchestra  di Padova del suo interprete privilegiato, il direttore d'orchestra Marco Angius, e che Sciarrino ha spiegato in lungo e largo, nel corso delle lezioni di musica trasmesse da Rai 5 solo qualche mese fa. In questi giorni, a Milano, Sciarrino ed Angius hanno presentato i due CD Decca che ripercorrono, a grandi linee s'intende, la carriera compositiva del musicista.  I 2  CD Decca, che Angius ha registrato a capo della sua Orchestra padovana, vanno ad aggiungersi alla ottantina e passa già in circolazione e che costituisce ad oggi la ricchissima discografia di Sciarrino.

Sciarrino, invitato ad illustrare alla radio l'opera, durante l'intervallo della 'prima' scaligera, ha messo in risalto come la sua musica riveli un sapore 'arcaico' in quest' opera. Ed è quello che arriva all'orecchio dell'ascoltatore, abituato a ben altri sperimentalismi sonori dal musicista.  Con un effetto straniante, studiato e non casuale, che fa apparire Sciarrino l'antico e Stradella il moderno. Un ribaltamento di grande effetto.

Della complessa regia ( Flimm) e ricchezza rappresentativa  dell'opera, come anche dei diversi piani in cui si articolava il palcoscenico scaligero, e dei gruppi, dislocati  avanti e in fondo alla scena, e dei costumi ricchissimi e colorati, non possiamo dirvi nulla in prima persona, dovendoci attenere esclusivamente al racconto  ed  agli osanna, radiofonici, a differenza degli applausi di soddisfazione ed apprezzamento del pubblico del teatro che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.

mercoledì 15 novembre 2017

Festival di musica contemporanea. Da Milano Musica a Nuova Consonanza, escludendo la Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia la lasciamo fuori da questa breve riflessione su due festival di musica contemporanea in pieno svolgimento, l'uno milanese ( Milano Musica), venticinquenne, l'altro romano ( Nuova Consonanza) che deve aver  già superato la cinquantina. Due modalità e logiche molto diverse di oganizzazione artistica.

Nuova Consonanza, festival 'romano' in ogni senso, organizzato come una società di mutuo soccorso fra musicisti di area romana  e di diverse generazioni, senza intromissioni ingombranti. Si passano  il testimone della presidenza fra loro e a turno, quando scendono da quello scranno si omaggiano, eseguendosi le musiche gli uni degli altri. Naturalmente ci sono anche alcune eccezioni che dovrebbero far assumere respiro più ampio, a quello che si configura come un mercatino cittadino, per non dire rionale, perché anche fra i musicisti romani, che sono tanti e di diverse generazioni, ci sono gruppi e sottogruppi, e se comanda uno non c'è trippa per gli altri.

Si obietterà che Nuova Consonanza prima di essere un festival  era un 'gruppo' di improvvisazione interessato a far progredire il linguaggio musicale, e prima ancora anche una associazione, dunque normale che debba tutelare gli associati. Sarebbe anche normale se l'entrata in associazione non fosse dettata dalla tutela di interessi professionali, piuttosto che da effettivo valore e merito acquisiti sul campo. Sì, ma chi esamina valore e merito, se per entrare non v'è nessun esame e vaglio delle opere, ed a decidere sono altri compositori che sono entrati con lo stesso sistema?

 La conclusione è quella cui accennavamo: il Festival si risolve, in ogni edizione, come un mercatino dove gli associati, salvo rare eccezioni, mettono in mostra le loro opere, senza che ci sia qualcuno che decida compositori ed opere.
 Non denunciamo questo da ora, lo abbiamo fatto in infinite occasioni; alla lettura del programma abbiamo sempre gridato alla sua 'quasi' inutilità.
 Specie, come accade in questa edizione, nel cui cartellone leggiamo che una intera serata è dedicata a festeggiare, anzi celebrare, i 60 anni di un grandissimo compositore che da qualche anno  ha un grande potere, ai vertici dell'Accademia di Santa Cecilia, mentre prima, ancora un potere altrettanto grande, aveva in Rai. Parliamo di Michele dall'Ongaro il quale, per essere celebrato come compositore non ha proprio i numeri, che invece vedono consistere i componenti della sua corte,  da quand'era alla Rai, al periodo in cui fu presidente di Nuova Consonanza, e, in misura  ancora maggiore, ora che comanda a Santa Cecilia.

 Tutt'altra musica a  Milano Musica, associazione per la musica contemporanea animata, fino alla sua morte, da Luciana Pestalozza, alias Ricordi, che dal 1992 organizza un omonimo festival, talvolta come rassegna di compositori, talaltra, come accade nella edizione in corso, in versione monografica, in onore dei 70 anni di Salvatore Sciarrino, del quale proprio ieri è andata in scena alla Scala, con notevole successo, la sua nuova opera, coprodotta dal Teatro milanese e da Berlino.
 Milano Musica è il festival di Casa Ricordi. e che la cosa sia chiara a tutit  la direzione artistcia del festival è affidata a un dirigente di Ricordi ( Mario Mazzitelli), e i compositori presenti  appartengono quasi tutti al catalogo Ricordi. Anche Sciarrino? Sì anche Sciarrino, fino al 2004 circa, e dopo a Rai Trade, che ha successivamente assunto la denominazione societaria di Rai.com.

Che ha fatto Milano Musica? Ha colto l'occasione per  ripercorrere la ormai lunga gloriosa carriera di compositore di Sciarrino, attingendo a piene mani al catalogo  Ricordi, assai ricco già fino al 2004, cioè fino a quando ha pubblicato anche la sua musica.  In detto catalogo sono comprese anche Luci mie traditrici, la sua opera più conosciuta e fortunata e che vanta già sei regie differenti,  come anche Morte di Borromini, con  Fabrizio Gifuni recitante, ambedue ascoltate in questi giorni alla Scala  o anche altrove a Milano.
 Naturalmente non potevano mancare opere più recenti  del catalogo di Sciarrino nel cartellone del festival,  come quelle commissionate per l'occasione e perciò edite da Rai.com, ma ciò era funzionale a coprire la fisionomia tutta 'ricordiana' del festival milanese. E anche questo, per un altro verso, non è certo quel che ci si aspetta da un festival di musica contemporanea, il cui cartellone deve comporsi andandosi a cercare le vere novità, ovunque siano, qualunque ne sia l'editore.

Certo qualche novità c'è, e, forse, una fa il verso ad un altro avvenimento  della programmazione della Scala, e cioè l'esecuzione diretta da Chailly, della Messa da requiem per Rossini, voluta da Giuseppe Verdi, e finita nel dimenticatoio, senza neanche vedere la luce,  nel 1869, quando era stata programmata e doveva contemplare brani scritti da compositori italiani, come omaggio al grande musicista scomparso l'anno prima.
 Nel programma di 'Milano Musica' c'è anche un somigliante, curioso esperimento: quello  di un collettivo di musicisti, cinque, riuniti sotto la sigla  Nu/ Thing, e di una loro composizione/ sperimentazione improvvisazione di gruppo.


Tra Venezia e Bologna. Per un Direttore artistico ( Fenice) promosso a Sovrintendente, un Sovrintendente ( Teatro Comunale) retrocesso a Direttore artistico. Forse

Mentre a Venezia si è consumato un autentico pasticcio: la nomina di Ortombina a Sovrintendente della Fenice, mantenendo anche la precedente carica di Direttore artistico; a Bologna, al Comunale si è verificato il cammino opposto: l'attuale Sovrintendente/Direttore artistico, Nicola Sani - osannato in tutte le plaghe italiche, da Bologna a Siena, da Venezia a Roma a Parma - è stato esautorato e retrocesso: al suo posto è stato promosso Fulvio Macciardi, direttore generale del teatro. E non  si sa ancora - si attende un incontro con il ministro Franceschini - se Sani tornerà al suo precedente incarico in teatro, quello di Direttore artistico, o batterà la ritirata da Bologna, anche se dubitiamo che ciò possa avvenire.

 E se ambedue gli spostamenti sembrano essersi concretizzati su due ascensori, apparentemente simili, di pubbliche istituzioni,  portando ai piani alti Ortombina, e scendendo a quelli bassi Sani, i rispettivi palazzi che i due abitavano, anzi amministravano, fino a poche ore fa, appartengono - per continuare con la metafora abitativa - a 'edilizie' differenti, anzi opposte.

Ora, al netto di sorprese amministrative che in Italia sono, sempre ed ovunque, possibili e temibili, il condominio veneziano sembra ben amministrato dal 'promosso' Ortombina - e fino a poco fa anche da Chiarot che, per questo, è stato portato trionfalmente sul trono dell'Opera di Firenze -  mentre quello bolognese di Sani, si troverebbe, secondo gli ultimi dati, nelle stesse pessime condizioni di Firenze, dove, per questa ragione, è stato chiamato il 'salvatore' Cristiano Chiarot; e per la stessa ragione, a Bologna, il direttore generale del teatro, Fulvio Macciardi,  è stato promosso a Sovrintendente, con l'ordine tassativo di dare una sistematina ai conti in profondo rosso, visto che Sani non è stato capace di farlo, e perciò bocciato, 'retrocesso', esautorato.

Noi di Venezia pensiamo, e lo abbiamo anche scritto, che si tratti di un pasticcio che comunque in un teatro che sembra viaggiare a gonfie vele, fa temere meno che per  Bologna, dove non possiamo non pensare che l'osannato Sani abbia iniziato la sua parabola discendente, per la quale se non correranno in suo soccorso  i poteri  che fino ad oggi l'hanno sostenuto e spinto -  sia politici che di loggia, come è da supporre anche per i suoi legami senesi - fra breve potremmo trovarcelo non a chiedere l'elemosina per strada - di barboni ce n'è già tanti - ma quanto meno a scendere dai troppi treni sui quali  ha viaggiato, a grande velocità ma forse senza titolo ... di viaggio (biglietto), contemporaneamente, da qualche tempo: dalla Accademia Chigiana, all'Istituto di Studi verdiani, alla Fondazione Luigi Nono, alla IUC di Roma, al Teatro Comunale di Bologna. Non sarà certo costretto a mollare tutto, perchè i suoi sostenitori, per salvare almeno la faccia, non saranno così vigliacchi da abbandonarlo tutti in un sol colpo - ma potrebbe anche accadere; però che le sue mire espansionistiche, dopo il flop bolognese, vadano ridimensionate è non solo opportuno ma necessario, per evitargli ed evitarci altri guai o spiacevoli sorprese.

 In Italia fortune folgoranti e repentine, spesso immeritate, come quelle di Sani sono assai frequenti. Da un certo momento in avanti si scopre l'acqua miracolosa  di Sani e tutti intorno che  ne vogliono  una boccetta, per i proclamati benefici effetti, al punto che sembra  impossibile che l'intero paese sia sopravvissuto senza, fino a quel momento. Come abbiamo fatto a non accorgerci di Lui - sembrano chiedersi tutti, tanto che tutti lo cercano tutti lo vogliono. Poi, dopo averla assaporata, centellinandola, ci si rende conto che quell'acqua miracolosa è come l'elisir d'amore del dottor Dulcamara,  nient'altro che vino che dà alla testa, e allora via a sversarla per strada, perché nessuno più vuole berla. E allora tutti a correre dietro al finto medico-mago che aveva un rimedio 'finto'  per ogni malanno, ma per linciarlo. Nel qual caso, si verificasse anche per Sani, non vorremmo essere proprio noi a doverlo salvare dai suoi inseguitori. Come siamo stati costretti a fare con altri finti maghi che, dopo averli smascherati per primi, ci siano sentiti in dovere  di salvarli dagli inseguitori inferociti.


domenica 12 novembre 2017

Speriamo che BELLA ad una donna si possa ancora dire senza essere accusati di molestia!

Siamo sinceramente preoccupati sull'evolversi delle cose, dopo lo sporco affare Weinstein in USA, al punto che anche rivolgere un complimento ad una donna deve avvenire dopo attenta riflessione e valutazione, perchè potrebbe essere letto come molestia  sommessa, e, per questo, anche dopo anni, ragione di accusa. Lo temiamo veramente.

Abbiamo avuto la stessa sensazione alcuni anni fa, quando emersero fatti terribili di abusi di ogni genere su minori da parte di adulti. Al punto da temere che un sorriso all'indirizzo ad un bambino, perfino in passeggino con la madre, poteva essere interpretato come un adescamento ed essere motivo sufficiente di linciaggio pubblico. E che il pericolo vi fosse avemmo la sensazione in un caso in cui sorridemmo ad un bambino che ci guardava passare, salutandoci con la manina, e noi ci trovammo a riflettere se rispondere al saluto con la mano ed anche al sorriso. Mentre prima, da quando eravamo diventati nonni, lo facevamo regolarmente.

 Dunque occorre comunque prudenza in ogni atto o gesto, e sempre rispetto per l'altro sesso. Il quale è spesso oggetto di molestie, anche gravi, ed anche  di violenze vere e proprie, inutile nasconderselo; e quasi sempre, anzi sempre, quando si trova in posizione subordinata rispetto all'uomo di potere.

Ma anche attenzione alle vendette subdole. Giovani attrici o cantanti - conosciamo anche noi  dei casi rivelatici dalle dirette interessate - alle quali gli agenti (o i registi, nel caso del cinema) prima di occuparsene hanno chiesto che pagassero 'pegno', ma con prestazioni e favori sessuali. Talvolta fatti intuire attraverso comportamenti equivoci, talvolta richiesti velatamente,  altre esplicitamente quando  non addirittura attraverso una vera e propria  tentata violenza, sventata solo con la fuga e con una fragorosa risata ed un  bel vaffa.

Perciò  pensare che il malcostume si limiti a pochi casi isolati, e circoscritti ad alcuni ambienti è sbagliato. Le donne, specie quando giovani belle ed anche bisognose vengono quasi sempre molestate in un modo o nell'altro e spesso fatte oggetto di violenza, se cercano lavoro. Questo deve finire.

Se una donna - ma i casi finora emersi riguardano anche maschi -  è in cerca di lavoro non deve mai essere costretta, per ottenerlo, a sottostare alle infami insinuazioni o richieste di produttori, o registi o agenti di turno, e deve essere considerata solo in base alle sue capacità. Perchè  se la professionalità non è l'unico elemento di valutazione, allora è evidente e quasi normale che una donna  si lasci usare da balordi tipo Weinstein, il cui aspetto maialesco - già quello - avrebbe dovuto allarmare tutte le donne in procinto di avvicinarlo, e convincerle a girare alla larga per cercare lavoro altrove. Sperando di non finire dalla padella alla brace, come la pratica, ASSAI DIFFUSA, di richieste di favori sessuali, quando non addirittura di violenze, fa temere. 

Dario Franceschini. La mia carta vincente: i superdirettori. Emergenza cultura lo corregge con l'appello che riproduciamo

"Dario Franceschini è un ministro che ama molto gli annunci. Anche se la materia prima degli annunci non è molto consistente. Di recente ha convocato una Conferenza sul paesaggio anche se i piani paesaggistici co-pianificati, prima sotto Renzi  e poi sotto Gentiloni, si riducono alla miseria di 3 appena su 20 e la Giunta di centrosinistra della Sardegna sta cercando di smantellare gli eccellenti piani salvacoste della Giunta Soru (pure di centrosinistra) coordinati da Edoardo Salzano nel 2004, attaccando pure frontalmente l’ottimo soprintendente sardo che si oppone a quel disastro.
Sulla legge detta “sfasciaparchi” in discussione al Senato e che indebolisce palesemente i Parchi Nazionali non ha trovato mai il modo di emettere un accenno di critica e di difesa della valida legge-quadro Cederna-Ceruti del 1991 con la quale sono stati creati ben 19 Parchi Nazionali oggi semiabbandonati a se stessi quando non frammentati.
Ora il ministro per i Beni Culturali convoca un’altra presentazione per illustrare i grandi risultati ottenuti dai super-direttori dei primi Musei di eccellenza in termini di ingressi e di incassi. Va premesso che i dati statistici ministeriali sugli ingressi sono quanto mai nebulosi per effetto delle domeniche gratis che sembrano quantificate a spanne. Comunque, con tutti i vantati incrementi, le entrate dovute a ingressi e ad attività di valorizzazione, rappresentano soltanto il 9-10 per cento delle dotazioni ministeriali. Percentuale molto modesta. Forse per questo si vuole introdurre a forza (il Vicariato di Roma sino a ieri si è opposto) un biglietto di ingresso al Pantheon.
I super-direttori, soprattutto quelli stranieri, si sono prodigati nell’incrementare gli introiti a forza di sfilate di moda, di matrimoni fra i templi o nei palazzi ducali, di feste di compleanno di qualche potente, di banchetti di laurea, di altre iniziative che screditano soltanto l’arte e la cultura italiana. Sono idee davvero mirabolanti che qualsiasi Pro Loco di provincia poteva fornire gratis e non a 165-195mila euro lordi l’anno per direttore. Gli ultimi brillanti parti intellettuali dei superdirettori o dei direttori che credono religiosamente nell’ingresso salvifico dei privati nei nostri Musei, nelle Regge e nelle aree archeologiche sono la Zumba (sì, la Zumba) un ballo collettivo da crociera o da palestra, lanciato fra le mummie del Museo Egizio torinese, e gare di canottaggio nella grande vasca della Reggia di Caserta. Nell’ultimo caso senza aver pensato a ripulire dai rifiuti la vasca vanvitelliana, come hanno messo in evidenza gli stessi giornali locali. Ma si annunciano voli di mongolfiere e gare di tiro con l’arco, dopo aver valorizzato aperitivi, apericene, mozzarelle, vini e amari locali. E la montagna di ferraglia che ancora ingombra il Palatino, cioè il palco di “Divo Nerone” opera rock? Doveva far incassare al Ministero grasse royalties. Doveva essere il banco di prova della tesi secondo la quale i beni culturali possono diventare “macchine da soldi”. Invece è affogata nel ridicolo subito dopo la “prima” penosa rappresentazione. Un fallimento totale.
Ovviamente i superdirettori, nell’ansia di far soldi, hanno pure spinto a fondo il pedale del “mostrificio” sfornando mostre su mostre che non nascono da alcuna ricerca scientifica, ma vengono proposte insieme ai pacchetti turistici. Mentre dipinti italiani indubbiamente delicati (Raffaello, Caravaggio, ecc.)  facevano il giro del mondo. In cambio di quali vantaggi? E la ricerca poi dov’è finita? Quella costa tempo e fatica, e l’amministrazione dei Beni Culturali è stremata, paralizzata da una sciagurata “riforma” che ha provocato aumento delle carte burocratiche, moltiplicazione di tanti istituti autonomi, caos, spesso paralisi. Quindi costi molto più elevati di gestione. Il Ministro ha mai raccolto l’opinione degli addetti sul campo in tutta Italia? No, la sua “riforma” è andata avanti fino all’ultimo senza un minimo di riflessione e valutazione generale. Tempo ne è passato e le disfunzioni risultano ancora moltissime. Ma, fatto inaudito, rimangono ignote al pubblico per il bavaglio antidemocratico che impedisce ai dipendenti di parlare, di esporre critiche, anche quelle  più costruttive. Tutto deve andare bene. E invece non va bene per niente. Come è ampiamente documentabile. Basta soltanto vedere quali e quante sono state e sono le drammatiche carenze e i cronici ritardi nell’emergenza e nel post-terremoto di Amatrice e dintorni rispetto a vent’anni fa, al 1997. A quando una presentazione del ministro sull’argomento?"


EMERGENZA CULTURA, Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, Tomaso Montanari, storico dell’arte, Maria Pia Guermandi, archeologa, Vezio De Lucia, urbanista, Licia Borrelli Vlad, Adriano La Regina, Anna Gallina Zevi, Fausto Zevi, Pietro Giovanni Guzzo, Carlo Pavolini, Paola Pelagatti e Paolo Liverani, archeologi, Michele Achilli, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Pier Luigi Cervellati e Edoardo Salzano, architetti e urbanisti, Maria Rosaria Iacono, vice-presidente nazionale Italia Nostra, Anna Maria Bianchi, presidente del Laboratorio Carteinregola, Corrado Stajano, scrittore, Giovanna Borgese, fotografa,Francesco Mezzatesta e Giorgio Boscagli coordinatori Gruppo dei 30 per i Parchi, Andrea Emiliani, storico dell’arte, Giorgio Nebbia e Gianfranco Amendola, ambientalisti, Benedetta Origo, specialista di giardini storici, Gianandrea Piccioli, dirigente editoriale, Luigi Piccioni, storico dei Parchi, Jadranka Bentini, presidente Italia Nostra Bologna, Cristiana Mancinelli Scotti, Salviamo il Paesaggio Roma-Lazio, Luciana Prati, presidente Italia Nostra Forlì, Marina Foschi, architetto Italia Nostra, Franca Fossati Bellani, oncologa, Andrea Costa, ambientalista, Alfredo Antonaros, scrittore, Gianni Venturi, italianista, Chiara Frugoni, medievista, Paolo Baldeschi, docente di paesaggio, Lucinia Speciale, storica dell’arte, Vincenza Riccardi Scassellati, storica dell’arte, Irene Berlingò, archeologa, Nino Criscenti e Pino Coscetta giornalisti, Gaia Pallottino ambientalista, Bernardino Osio, ambasciatore, già segretario dell’Union Latine. Mirella Belvisi Italia Nostra Roma, Elio Veltri saggista politico, Ornella Selvafolta, docente Politecnico Milano, Fernando Ferrigno, giornalista e scrittore.

Roma. Sovrintendenti statale e comunale 'cecati' da tutti e due gli occhi

La storia dell'opera rock 'Divo Nerone', per la quale la produzione era riuscita a mettere insieme un gruppetto di nomi altisonanti, è finita male, molto male. Anzi con un disastro.

Il sovrintendente statale, Prosperetti, che aveva autorizzato  lo spettacolo, destinandolo ad uno dei luoghi più sacri della romanità, il colle Palatino - ed era la prima volta che un sito di rinomanza mondiale ospitava uno spettacolo discutibile - aveva dichiarato quando, dopo le prima recite, si capì che il suo destino era disastroso, che quando aveva dato il benestare alla operazione, non aveva capito  quale impatto avrebbe avuto nel Foro romano, oltre naturalmente a non aver capito nulla del tipo di spettacolo che andava ad autorizzare. Verrebbe da domandargli se c'era qualcosa che egli avesse capito, e che avrebbe dovuto e fosse in grado di capire.
Quando vide per la prima volta l'installazione abnorme ed invasiva, si meravigliò e si scusò come un qualunque allievo scoperto a copiare dal vicino di banco alle elementari.

Lo spettacolo - osceno, banale, dozzinale ed anche sacrilego per il luogo! - chiuse anzitempo e si pose il problema di smontare quell'enorme palco ( che nel punto più alto ha una copertura alta trenta metri circa) e relativa platea, di tremila posti circa - se non andiamo errati.  Verrebbe anche da chiedere a Prosperetti se si sia mai recato, durante l'allestimento, sul Palatino, come avrebbe dovuto e non ha fatto. La produzione promette dopo l'ingiunzione statale che smonterà il palco, ma passano i giorni, le settimane ed anche più d'un mese e il palco e la platea sono ancora lì.

 Si muove la dott. Galloni, se del Ministero o di qualche altra struttura interessata al caso fa lo stesso,  - che poi  è la stessa dirigente che fu ospite anni fa di una festa in villa sull'Appia antica e certamente visitò la antica cisterna sottostante la moderna piscina all'aperto,  e vanto degli attuali proprietari, ma tacque mentre avrebbe dovuto denunciare la cosa ai suoi superiori - la quale decide che la struttura va comunque smantellata ( sono trascorsi già sei mesi circa e sta ancora lì) e, intanto essendo la produzione dello spettacolo inadempiente, provvederà il Ministero che poi si avvarrà sulla ditta ( ma come si sa, in questi casi, il Ministero può dire addio per sempre a quei soldi!). La Galloni comunica che ci vorrà più d'un mese di lavori, e se gli dei la aiuteranno, forse per Natale, il Palatino sarà offerto, nella sua precedente conformazione, alla vista dei turisti.
Naturalmente Prosperetti, il 'cecato', resta al suo posto.

Come forse pure anche un altro 'cecato' - si chiama  Parisi Presicce - questa volta 'comunale',  resterà al suo posto, nonostante la storia del piano sopraelevato in un hotel di via del Pellegrino, in pieno centro, che lui o i suoi tecnici non hanno visto, dopo aver autorizzato alcuni lavori, se non dopo la denuncia che ha fatto Vittorio Emiliani. Che non è sovrintendente di alcunchè, ma solo presidente del 'Comitato per la bellezza', e giornalista nato che riesce a vedere illeciti sui quali le autorità preposte chiudono un occhio .

Il sovrintendente comunale 'cecato' si è recato sul posto, ha riscontrato l'illecito e, pensiamo, ordinato la demolizione. Si farà o ci sarà un contenzioso che verrà chiuso da una qualche sanatoria?

 Di questi continui successi, Francechini, responsabile ultimo, non parla mai. Parla solo degli altri.


venerdì 10 novembre 2017

Pasticcio veneziano: Ortombina da direttore artistico a sovrintendente della Fenice, conservando anche la carica di direttore artistico. La contempla, tale anomalia, anche la nuova legge sullo spettacolo dal vivo?

"Fortunato Ortombina ha “scalato” anche la vetta della Fenice, diventando da ieri insieme sovrintendente e direttore artistico del teatro veneziano, nominato dal Consiglio di indirizzo della fondazione, con in testa il suo presidente Luigi Brugnaro, sindaco della città lagunare. Ortombina prende il posto di Cristiano Chiarot, con cui ha lavorato in tandem - per restare al ciclismo - in questi anni della guida della Fenice e che già da qualche mese “volato” a Firenze, per guidare un Maggio Musicale Fiorentino un po’ malandato sul piano gestionale.

Una nomina, quella di Chiarot, fortemente voluta dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e concordata quindi anche con Brugnaro - che lo ha lasciato partire un po’ a malincuore - ma che aveva in sé già una linea di continuità con la nomina annunciata di Ortombina. Che si è fatta però attendere per qualche mese.

«L’abbiamo tenuto un po’ in prova» ha detto un sorridente Brugnaro ieri al termine del Consiglio di indirizzo che ha nominato Ortombina «perché prima abbiamo voluto assicurare l’equilibrio del bilancio, fondamentale anche per una fondazione lirica, ma sono convinto che con Ortombina ora si possano fare cose sempre migliori per la Fenice, migliorando l’efficienza del teatro, raggiunta anche riducendo un po’ il numero delle produzioni, allungando le repliche e proponendo anche titoli attrattivi per il pubblico. Sono convinto che sia la scelta giusta per la Fenice e dal ministro Franceschini ho avuto anche il viatico per fare la mia scelta in piena autonomia».

E Ortombina, mantovano gioviale ma anche ambizioso e sicuro di sé ha chiosato: «C’è chi dice che siamo un teatro con troppi turisti, ma noi lo siamo innanzitutto dei veneziani, anche metropolitani, e dei veneti. Vogliamo essere sempre più anche un teatro del mondo, perché la Fenice è per me il più bel teatro del mondo». Nessun problema per il doppio ruolo, visto che Ortombina, diventando sovrintendente, manterrà anche la direzione artistica.

«Sarebbe stato un problema» ha commentato «se in questi anni fossi stato solo un direttore artistico che si occupava della scelta dei cantanti e dei titoli produttivi. Ma ho invece contribuito con Chiarot e con la squadra della Fenice a creare un modello produttivo che ora è invidiato anche da altri teatri lirici italiani e che porterò avanti in una linea di continuità».

Ortombina, 57 anni, dal 1980 al 1997 ha lavorato al Teatro Regio di Parma come professore d’orchestra, artista del coro, aiuto maestro del coro e maestro collaboratore. Tra il 1988 e il 1990 ha collaborato con il Festival Verdi e successivamente, fino al 1998, ha lavorato presso l’Istituto nazionale di studi verdiani. Dal 1997 al 1998 è stato assistente musicale della direzione artistica del Teatro Regio di Torino, dal 1998 al 2001 segretario artistico della Fondazione Teatro San Carlo di Napoli, dal 2001 al 2002 direttore della programmazione artistica della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, dal 2003 al 2007 coordinatore della direzione artistica della Fondazione Teatro alla Scala di Milano.

Ha insegnato dall'anno accademico 2005/06 al 2009/10 “Storia dei sistemi produttivi musicali” presso la facoltà di Musicologia dell’Università di Pavia (sede di Cremona). Dal gennaio 2007 a oggi ha ricoperto il ruolo di direttore artistico del Teatro La Fenice. Ma agli inizi della sua carriera - come ricorda lui stesso - ha fatto anche il camionista, il facchino alla Barilla, il ruspista in un cantiere. Una manovalanza senza la quale - secondo lui - non sarebbe mai diventato direttore artistico prima e sovrintendente poi. Lo attende ora il compito non facile di mantenere la Fenice sull’eccellente linea di galleggiamento di questi anni, che le ha permesso un aumento costante degli incassi e una crescita di pubblico legata anche all’aumento impressionante del numero degli spettacoli. «Ma ogni volta che lo apriamo, il teatro si riempie sempre, perché il pubblico ci ama»."


                                                                                                 ( da: LA NUOVA VENEZIA)