mercoledì 16 agosto 2017

Cristiano Chiarot e Giorgio Battistelli, dirimpettai a Firenze, non si parlano neanche per concordare la normale amministrazione

L'eco della loro incomunicabilità - assai strana per le ragioni che ora vi diremo -  è giunta fino a noi, portata dai giornali toscani. L'incomunicabilità riguarda, per ora, la serata inaugurale delle rispettive stagioni sinfoniche, quella dell'Opera di Firenze, dove da poco è giunto Chiarot, proveniente dalla Fenice, per mettere ordine nei conti; e quella dell'Orchestra della Toscana, presieduta da Battistelli, con il finanziamento statale più alto  fra le orchestre italiane.
La prima tiene la sua stagione nel nuovo Teatro dell'Opera, la seconda allo storicoTeatro Verdi, oltre che nella provincia e in regione. Non tanto lontane da non potersi sentire ed accordare, se non sui programmi, almeno per questioni pratiche, come sulle date ed altri fatti che possono  incidere negativamente sulle  attività l'una dell'altra, se non addirittura apparire come concorrenza sleale. E noi aggiungeremmo: stupida oltre che inutile!

E la cosa non può non apparire molto strana anche a noi che conosciamo bene i due, e Chiarot lo abbiamo frequentato per molti anni - oltre dieci - a Venezia, in occasione e ragione del Concerto di Capodanno, del quale per conto della Rai, siamo stati fin dalla prima edizione 'consulente artistico', con l'incarico di sovrintendere - o, come è accaduto quasi sempre, di proporlo - alla formazione del programma del concerto (che negli anni in cui lo abbiamo curato, sia nella definizione del programma che nella scelta degli interpreti, suggerendo talvolta anche questi, è stato sempre sopra i 4.000.000, fino a 4.500.000 telespettatori, crescendo di anno in anno;  mentre da quando  lo abbiamo abbandonato, in tre anni appena, gli spettatori sono precipitati fino a quasi 3.650.000, a causa del programma assolutamente inadatto, formulato dal direttore artistico del teatro, Ortombina, il quale non si dà pena della débacle e insiste con i suoi programmi che al tempo della nostra consulenza, con fatica, ma sempre riuscendoci anche con la mediazione di Chiarot, aggiustavamo!).

Che Chiarot e Battistelli, negli anni veneziani di Chiarot, si parlassero,  risulta dal fatto che nel giro di due stagioni, le ultime due, Chiarot e Ortombina, hanno messo in cartellone due opere di Battistelli ( Il medico dei pazzi, Riccardo III) ma anche per un'altra ragione che ci riguarda direttamente e che fu all'origine del nostro abbandono del Concerto di Capodanno.

Si era nell'autunno del 2014, ed era in preparazione il concerto del Capodanno 2015, per il quale il vertice della Fenice aveva scelto gli interpreti ( direttore e cantanti) mentre si lavorava con la consueta fatica alla definizione del programma, del quale una bozza avevamo preparato durante l'estate, inviandola ai primi di settembre a Venezia. Il motivo della rottura definitiva fu, senza sua colpa diretta, proprio Battistelli, del quale Chiarot voleva inserire nel programma, addirittura in apertura, una sua breve nuova composizione ( ancora da scrivere, non sappiamo se già commissionata, immaginiamo di sì) dal titolo Expo. Noi gli dicemmo, senza mezzi termini, che era inopportuna,  le ragioni gliele spiegammo, per la parte trasmessa in  diretta da Rai 1; mentre avrebbe potuto inserirla nella prima parte del concerto , quella riservata al  solo pubblico del teatro, che non doveva sottostare a certe regole, dettate soprattutto dalla diretta televisiva,  e da un programma ' classico' ma 'popolare' in un giorno di festa, e in un orario insolito.

Chiarot non volle sentire ragione. Perchè? Cosa lo legava a Battistelli, quali impegni aveva preso con lui? Non lo abbiamo mai capito. Immaginiamo che lui non mandò giù che un consulente lo obbligasse a rivedere una sua decisione o un impegno già preso; e così, pur non inserendo il brano di Battistelli (che, sappiamo, non ha mai neppure scritto, dunque Chiarot poteva recedere dai suoi propositi bellicosi verso di noi che, del successo del Concerto di Capodanno, potevamo a ragione vantare qualche merito, forse più di qualche merito),  scavalcandoci - come non aveva mai fatto, fidandosi ciecamente  del nostro lavoro, coronato da  ottimi risultati - presentò in prima persona un suo programma che si discostava di molto da quello da noi suggerito. Mal gliene incolse, perchè  il Concerto ebbe quasi 300.000 telespettatori in meno. Avrebbe dovuto fare 'mea culpa' e riconoscere che avevamo ragione. Invece,  il sovrintendente, che negli anni precedenti era stato sempre al nostro fianco, anche  quando c'era da far cambiare idea al suo direttore artistico su qualche numero del programma che noi giudicavamo fuori luogo, quella volta ci si mise contro. E  Battistelli fu la causa scatenante.

Per questo sorprende che Chiarot e Battistelli a Firenze, quasi dirimpettai, sembrano non comunicare, mentre quando uno era a Venezia e l'altro a Firenze, evidentemente corrispondevano con maggiore frequenza e più solida intesa.

Noi una ragione ce la siamo fatta. Chiarot, occupato nel tenere in ordine i conti, impresa quasi impossibile '(de minimis' - come sarebbero i rapporti con i vicini - 'non curat' , secondo la sapienza giuridica dei  latini, che si riferivano al 'praetor', il giudice); e, insuperbito per la promozione fiorentina, egli, salvatore della patria, avrebbe rinnegato  amicizie e contatti anteriori, non certo disinteressati;  a sua volta, Battistelli, dopo essere uscito con la coda fra le gambe dall'Opera di Roma, si dev'essere incattivito, forse addirittura inacidito, al punto da non voler più sentire ragioni da nessuno.

E così insuperbito l'uno, incattivito l'altro,  è accaduto che a Firenze l'inaugurazione delle due stagioni sinfoniche loro affidate, con il medesimo 'profumo' russo nel programma, in luoghi ad un tiro di schioppo l'uno dall'altro, sia stata fissata per il prossimo 28 ottobre, alla medesima ora.  La singolare coincidenza, in una città non così grande, non poteva sfuggire ai giornali che l'hanno sottolineata, facendo successivamente decidere a Battistelli di anticipare l'inizio del concerto, almeno quello. Quasi che il medesimo pubblico dovesse prima andare a sentire l'Orchestra della Toscana, e poi, al termine del concerto, precipitarsi a sentire l'Orchestra dell'Opera di Firenze. Quando mai?

Sarebbe stato  opportuno che i due, comunicando fra loro - come  a noi sembrarono fare prima che Chiarot giungesse a Firenze, senza che ne abbiamo mai compreso la ragione - avessero stabilito la data delle rispettive inaugurazioni in giorni diversi. Bastava si fossero parlati... ma c'è sempre tempo per riprendere, a Firenze, la 'conversazione' avviata a Venezia.

150 miliardi di Euro. Una montagna di soldi che potrebbe finire nelle casse dello Stato

Anche questa è una bufala, una delle tante offerte dai giornali, d'estate, in vacanza anche di testa, o no, come l'ha offerta e spiegata ieri Repubblica?

Esiste una montagna di soldi, 150 miliardi circa di Euro, che potrebbe finire nelle casse dello Stato direttamente dalle assicurazioni e dalle banche. E' la montagna di soldi delle Polizze vita, in pancia alle assicurazioni, che  non vengono reclamate, alla loro scadenza da nessuno. Perché gli aventi diritto a beneficiarne non ne conoscono neanche l'esistenza, non  essendogli  stata comunicata loro dai sottoscrittori delle medesime. Chi non avesse capito bene, basti sappia che si tratta di quelle polizze - le uniche che danno un qualche rendimento ora che i tassi sono sotto zero - come quelle sottoscritte da Salvatore Romeo, braccio destro di Virginia Raggi, beneficiaria a sua insaputa.
 E c'è anche un caso analogo che riguarda le banche, con i cosiddetti 'conti dormienti', i conti cioè non 'movimentati' per un lungo periodo.
In ambedue i casi, se nessuno viene a reclamare la riscossione del premio di quelle polizze o la girata dei soldi depositati nelle banche, trascorsi dieci anni, quei soldi finiscono allo Stato.

Vero o si tratta dell'ennesima bufala estiva? Perchè  la storia fa venire un serio dubbio sulla onestà e correttezza di assicurazioni e banche. Quando banche e assicurazioni si accorgono, dopo qualche anno, che nessuno, titolare o eredi, viene a reclamare quei soldi, non potrebbero - secondo noi, dovrebbero - cercare gli aventi diritto? Sia le assicurazioni che le banche possono risalire ai titolari o beneficiari delle polizze o dei conti. Perché non lo fanno? Per avere uno spazio di manovra, illegale, che le autorizzerebbe a tenersi parte di quei soldi che, dopo dieci anni, dovrebbero finire interamente nelle casse dello Stato, come si fa con i possessori di biglietti vincenti delle lotterie che non reclamano, per svariate ragioni, la somma della vincita, perché hanno smarrito o non hanno controllato le estrazioni?

 Se è vero ciò che abbiamo letto su Repubblica, banche ed assicurazioni sarebbero 'smemorati' per interesse.

Un analogo caso spiega bene cosa vogliamo dire. Ci è capitato di vederci rapinata una discreta somma, alla fine dei nostri anni lavorativi, dal nostro TFR. Cioè? Nei primi dieci anni del nostro lavoro di insegnante, eravamo inquadrati in uno status  giuridico particolare, alla fine del quale, pur continuando ad insegnare per altri trent'anni ancora, avremmo dovuto immediatamente riscuotere  l'indennità di fine rapporto di quei primi dieci anni. Per riscuoterla bisognava o che la avessimo richiesta o che l'amministrazione ci avesse avvertito.
Noi non la richiedemmo perchè ancora giovane - non avevamo neanche quarant'anni e  abbiamo continuato ad insegnare, senza interruzione neanche di un giorno, per altri trenta - e l'Amministrazione non ci avvertì, subdolamente, per fregarsi quei soldi, che fatti i conti sarebbero di alcune decine di migliaia di Euro.

Quando alla cessazione del lavoro abbiamo notato la mancanza di quei dieci anni nel calcolo della indennità e l'abbiamo reclamati  ci è stato riposto che  non ci spettavano più, perchè avremmo dovuto reclamarli al momento e perchè l'amministrazione, come era suo dovere, non  ci aveva avvertiti.

Ecco come anche la pubblica amministrazione (IMPDAP, ora confluita nell'INPS) fotte un cittadino, rubandogli letteralmente ciò che gli spetta. Figurarsi le assicurazione e le banche che non sono delle opere pie.


martedì 15 agosto 2017

Tocca a Ivanka togliere d'imbarazzo suo padre, Donald Trump, il presidente 'dal nido di quaglie in testa'.

Non sappiamo se  facciano  il gioco delle parti: uno le  spara grosse dando modo all'altro di fare la sua sporca figura. Certo è che la condanna di Donald Trump dei disordini, con morti, avvenuti in Virginia - qualcuno, malignamente,  fra i romani ha letto quel nome riferito non allo Stato americano, ma alla povera sindaca, alla quale non gliene va bene una, ad eccezione della faccenda dell'acqua nella quale sembra aver avuto, per intanto, la meglio sul governatore Zingaretti, pensando avesse procurato anche disordini, oltre i guai infiniti - è stata troppo blanda, e per questo è dovuta intervenire sua figlia Ivanka.

Troppo blanda la condanna di Trump dei disordini in Virginia, non senza una ragione ignobile. Per la semplice ignobile ragione che nel corteo di nazisti e razzisti che hanno sfilato in suo favore in Virginia, all'origine dei disordini e del gesto di quel folle che ha lanciato la sua macchina contro il corteo dei dimostranti anti Trump, c'erano tanti suoi elettori. Ha avuto da ridire anche lo stesso partito repubblicano, e con forza, ma non lui, il presidente 'con un nido di quaglie in testa' .

E per questo s'è sentita in obbligo di intervenire la bionda Ivanka, che ha in testa più sale di quanto non abbia capelli suo padre,  e per questo potrebbe aver rinunciato, contrariamente a quanto anticipato, alla sua vacanza in Italia, in Puglia. Ivanka senza mezzi termini e con chiarezza ha affermato: non c'è posto per nazisti e razzisti in America. Anche nell'America first di suo padre Donald. Come in nessun altro paese nel mondo.

Dove vanno i critici musicali italiani l'estate? Snobbano l'Italia, salvo qualche eccezione,retribuita, e scelgono l'estero

Abbiamo atteso qualche giorno, pensando che seppure con un pò di ritardo, qualche nostro collega ci avrebbe informato degli esiti di alcuni festival  così importanti  che se ne sono accorti  gli stranieri  che li frequentano di anno in anno, in  numero maggiore degli stessi italiani. E invece no, almeno per alcuni. Gli stranieri vengono in Italia per i nostri festival - intendiamo il pubblico più  che i critici - e i nostri critici vanno all'estero a sentire concerti. E l'Italia resta scoperta. E i critici spiegano anche perchè.

In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Non vogliamo dire, sia chiaro, che i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, per il debutto di un interprete, solitamente se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.

E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.

I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove  Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna' alla quale trasmette, per forza costringendola a vivere in una comune, il suo fluido mistico.

Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.

Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà?

Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani,  innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.

Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, senza Abbado e sotto al guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.

E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.

Sì, c'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere  ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da  Fabio Luisi. E basta? No. Non finisce qui. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione.

Ora ce ne ricordiamo, anche se all'ultimo minuto. Meno male. I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.

Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.

L'Opera in mostra al Victoria and Albert Museum di Londra. Perchè non si poteva fare in Italia dove l'Opera è nata?

A settembre si inaugura a Londra una mostra dedicata all'opera (melodramma, nella dizione più recente) che fa sperare di ottenere lo stesso successo di quella su Pompei, di qualche anno fa,  che esponeva materiale proveniente dall'Italia e che si rivelò la mostra in assoluto più visitata e quella che procurò  i maggiori incassi del museo londinese - non si poteva fare in Italia?

Ora questo secondo progetto, intitolato: Opera: Passion, Power, Politics, ha come oggetto una delle eccellenze tutte italiane: il melodramma, che noi non abbiamo saputo sfruttare e che lasciamo, invece, come nel caso di Pompei, che naturalmente fu un cataclisma, fare ad altri con materiale che viene anche dall'Italia. Più che da altre nazioni.

La mostra si articola in sette  sezioni (stazioni), ciascuna delle quali fa tappa in altrettante città europee, legate ad  opere che lì hanno avuto il battesimo pubblico: Londra (Haendel, Rinaldo),Vienna ( Mozart/ Da Ponte), Parigi ( Wagner, Tannhauser, rappresentazione del 1861), Dresda (Strauss, Salome), Sam Pietroburgo ( Shostakovich); e, per l'Italia, MIlano ( Scala, Verdi, Nabucco) e Venezia ( Monteverdi, Incoronazione di Poppea).

Inutile dire che il museo londinese, che vanta una storia di attenzione a tutte le arti, ben si presta ad ospitare la mostra sul melodramma che, fra le arti, è quello che si riunisce proprio diverse arti - che Fellini si meravigliava come potessero convivere! - e che più di ogni altra creazione  del genio umano può spiegare anche le società delle varie epoche e gli avvenimenti che più le segnarono, e l'Europa prima dell'Europa, oltre, naturalmente, al mutamento di costume operistico dall'Orfeo all'Incoronazione di Poppea monteverdiani.

Dell'estremo capolavoro monteverdiano sarà in mostra l'unica partitura originale (così ha scritto Pierluigi Panza, presentando la mostra su 'La lettura' del Corriere della Sera, evidentemente non sufficientemente informato sull'argomento. Perchè le partiture autografe dell'opera sono due, ambedue secentesche, ma, a quel che dicono gli studiosi, nessuna delle due attribuibile a Monteverdi, bensi a due copisti di cui non si conoscono i  nomi, anche perchè le partiture non  li riportano ( come era però normale) e non riportano neanche il nome dell'autore della musica, essendo a tutti noto che fosse Claudio Monteverdi. Le due partiture, che presentano varianti, sono conservate a Venezia e Napoli, la prima alla Marciana e fa parte del cosiddetto 'Fondo Contarini', la seconda al Conservatorio della città campana.
Per Milano s'è deciso di celebrare Verdi ed il suo Nabucco, anche per la fama che  un suo coro ha avuto ed ha anche oggi in tutto il mondo. Il celebre Va pensiero si ascolterà nella 'insonorizzazione' della mostra, in una registrazione del Covent Garden - non della Scala - diretta da Pappano, presente nella mostra anche attraverso un documentario in più puntate realizzato per la BBC, anni fa, in cui fa la 'sua' storia dell'opera. E già che l'idea della mostra londinese è  venuta al direttore uscente del Covent Garden, il regista danese  Kasper Holten.

lunedì 14 agosto 2017

A Roma i Cinquestelle vogliono impedire ai volontari di ripulire la città e curarne il decoro

Con una ordinanza dei primi di questo mese, essendosi molto esteso il fenomeno dei volontari, singoli o riuniti in associazione, che  stante lo schifo della città, si armano di  ramazza e paletta, di guanti e bustoni condominiali resistenti, e puliscono strade, piazze, giardini interi quartieri,dove si può raccogliere di tutto - dalla banale cartaccia buttata lì alle erbacce, dopo averle naturalmente falciate,  dagli avanzi di pranzi consumati all'aperto, a bottiglie bicchieri e lattine; fino alle siringhe lasciate, ancora sporche di sangue, da tossici che frequentano di sera parchi e luoghi meno illuminati della città, e profilattici usati da clienti delle puttane per strada - il Campidoglio ha deciso di PORRE UN FRENO a tale dilagante e devastante fenomeno. Perchè la Raggi, Bergamo, Montanari e l'intera giunta, Roma vogliono che vada in malora.

Volontari, singoli, in gruppo o riuniti in associazioni senza scopo di lucro, anzi autotassati, si prefiggono obiettivi precisi, come ad esempio ha fatto l'associazione che ha preso 'in custodia e cura', vista la colpevole assenza dell'amministrazione, Villa Sciarra, che anni fa frequentavamo essendo dall'allora nostra dimora ad un tiro di schioppo, e che ora si era ridotta in un abbandono vergognoso.
 L'associazione in questione ha raccolto fondi, e con quelli e con il proprio lavoro ed impegno ha riportato allo splendore di una voltala villa al Gianicolo  e ne  cura il decoro, pulendo i vialetti, potando le aiuole,  rimettendo a posto panchine divelte o semidistrutte. Insomma,  facendo tutto quello che l' amministrazione comunale dovrebbe fare perché rientra nei suoi compiti  istituzionali, come la cura del verde e la custodia di luoghi storici, qual è anche Villa Sciarra, e che non fa. Ma l'amministrazione nella sua perfida e pervicace inadempienza si  è spinta anche oltre.

Con l'ordinanza dei primi di questo mese intima ai volontari singoli,  a gruppi o ad associazioni  che intendono provvedere a ciò che l'amministrazione stessa è incapace di provvedere, intima di  segnalare i loro nomi, avvertire le autorità  della data dell'intervento e del sito al quale l'intervento si rivolge, e soprattutto di sottoscrivere, a proprie spese, una polizza assicurativa. Senza l'osservanza scrupolosa di tali norme, ogni loro attività di supplenza va sospesa, perché fuorilegge.

Nessuno più a Roma potrà, quindi, dedicarsi volontariamente al decoro della città, nei modi e secondo le esigenze degli interventi, senza che abbia prima ottemperato al tassativo regolamento. Insomma, invece di ringraziarli per il lavoro volto, e provvedere per il futuro in prima persona,  il Campidoglio mette loro delle regole ed impone che paghino anche una tassa (assicurativa). Bella faccia tosta!

Cinquestelle, acchiappavoti, disposti a tutto, anche a consentire l'abusivismo

L'hanno rimproverato a tutti, nessun partito escluso,  i Cinquestelle, in questi loro pochi anni di vita, di essere disposti a fare qualunque cosa per qualche voto in più. Loro no, sono immacolati, hanno come primo obiettivo il bene del paese e non sono disposti a scendere a compromessi per nessuna ragione al mondo, anche se costretti a sacrificare  madri o sorelle. E fin qui tutto bene, ma solo per qualche anno.

Poi il potere lo attengono con le loro campagne contro tutti, contro la politica e, in questo caso giustamente, contro il malaffare, verso il quale tutti i partiti anche quelli tradizionali e perfino quelli di destra hanno sempre rivolto parole durissime. Tralasciamo alcuni casi eclatanti, quello romano in primis, che raccontano a tutti che i Cinquestelle, una volta ottenuto il potere, addirittura nella capitale ed anche in un importante capoluogo del nord, Torino, hanno cominciato ad imbarcare acqua nella navicella che promettevano essere appena uscita dal cantiere e dunque in ottime condizioni, senza possibilità che andasse a sbattere contro gli scogli e che loro avrebbero condotto  nel mare aperto dell governo cittadino. Sì, parole, promesse. Perché a Roma, ed anche a Torino, in un caso tragico, hanno mandato a sbattere la navicella.

E il popolo che fa? Sembra dargli ancora fiducia, stando ai sondaggi, nonostante che l'amministrazione tragica della Capitale avrebbe dovuto  far scemare tale fiducia se non proprio annullarla.

 Ora la prossima grande scommessa per i Cinquestelle è rappresentata dalle elezioni regionali in Sicilia, che secondo alcuni loro esponenti è il trampolino di lancio per catapultarsi, nella prossima primavera, al governo del paese. Corri cavallo corri! E perciò la partita siciliana riveste un peso ed una importanza ben superiore a quella che avrebbe in altre circostanze, pur trattandosi di elezioni regionali -  elezioni regionali ma di una regione speciale, dove privilegi,  sprechi, malaffare sono di casa. ma loro promettono che in quattro e quattr'otto - come avevano detto, solo detto, per Roma -  raddrizzeranno le zampe allo sciancato cavallino isolano.

E già è pronta la prima medicina, che non sembra possa salvare il cavallino siciliano, anzi si teme che posa condannarlo a morte sicura, è il cosiddetto condono edilizio. L'acuto Di Maio, candidato premier , che va predicando in Sicilia attraversando la regione, con il suo fratello gemello Di Battista in lungo e largo, afferma  che la casa è un bene primario, che non va toccato, che loro non permetteranno più che ci mettano le mani sopra toccato neanche le  voraci banche, che non potrà, per nessuna ragione anche la più sacrosanta, essere pignorata. E tutte le case abusive, sorte per colpa di  quell'abusivimo che ha deturpato il nostro paese e che va combattuto?  Neanche quelle, perchè ,sostiene Di Maio, si tratta di un abusivismo sano, l'abusivismo cioè di chi è indigente e, in barba a tutte le leggi sì è costruito la casa   dove nessuna legge lo consentiva. Quelle case non possono essere abbattute, tutte le altre sì. Così dicendo Di Maio spera di comprarsi il voto, già in Sicilia, sia dei poveracci che hanno i loro tuguri dove non si può, sia dei tanti borghesi che si sono costruiti la casa, anche la seconda oltre che la prima, magari all'ombra dei templi di Agrigento,  o sulle pendici del vulcani italiani ancora attivi e dei quali si teme il risveglio, senza saperne indicare la data, con la conseguenza che  vi sia una nuova Pompei.

A questo Di Maio non pensa. Ora gli interessa prender voti. E l'immagine dei Cinquestelle, duri e puri, va a puttane.